Il modello 231 secondo Santoriello: il ruolo decisivo dell’Organismo di Vigilanza

Dal libro curato da Ciro Santoriello ed Enrico Di Fiorino “L’organismo di vigilanza nel sistema 231” una chiave di lettura chiara e concreta su prevenzione dei reati d’impresa, controllo interno e Organismo di Vigilanza

di Alessandro Pedrini
Milano

Il modello 231 secondo Santoriello: il ruolo decisivo dell’Organismo di Vigilanza

Ciro Santoriello è uno dei magistrati italiani più autorevoli nel campo del diritto penale dell’economia e della responsabilità delle imprese. Da anni impegnato come pubblico ministero in procedimenti complessi su reati societari, corruzione e criminalità economica, ha affiancato all’attività giudiziaria una costante riflessione scientifica e divulgativa. Il suo approccio, sempre ancorato alla realtà delle aziende, ha contribuito in modo significativo a chiarire il senso profondo del decreto legislativo 231 del 2001, una riforma che ha cambiato il rapporto tra diritto penale e impresa nel nostro Paese.

Il volume curato da Santoriello insieme a Enrico Di Fiorino si colloca in questo solco e affronta un tema che, a oltre vent’anni dall’introduzione del modello 231, non può più essere considerato materia per soli tecnici. La responsabilità degli enti riguarda oggi imprenditori, amministratori, manager e professionisti, perché incide direttamente sull’organizzazione delle aziende e sulle scelte di governance. Il libro parte da una domanda tanto semplice quanto cruciale: perché un’azienda può essere chiamata a rispondere per un reato che, materialmente, è stato commesso da una persona fisica?

L'azienda risponde di eventuali carenze organizzative

La risposta del sistema italiano è tutt’altro che punitiva in senso tradizionale. L’ente non viene sanzionato per una colpa morale, né per un giudizio etico astratto, ma per una carenza organizzativa. Il decreto 231 ha introdotto un cambio di paradigma: l’azienda risponde quando non ha saputo prevenire il reato, perché priva di regole adeguate, controlli efficaci e procedure idonee a gestire i rischi. Il fulcro della responsabilità non è quindi il singolo illecito, ma il difetto di programmazione e di vigilanza che lo ha reso possibile o più facile. È qui che il modello 231 si distingue dal diritto penale classico, orientato a punire il passato. La logica che lo anima è invece preventiva.

L’obiettivo è coinvolgere le imprese nella gestione consapevole del rischio-reato, spingendole a dotarsi di modelli organizzativi seri e a intervenire in modo tempestivo per correggere le criticità e riparare i danni qualora un illecito venga comunque commesso. In questo sistema, prevenzione e responsabilità non sono in contrapposizione, ma procedono insieme. Il cuore operativo di questo impianto è rappresentato dall’Organismo di Vigilanza, vero protagonista del libro. Il decreto 231 prevede che l’ente che adotta un modello organizzativo istituisca un organismo dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo, incaricato di vigilare sull’effettiva attuazione del modello. Non si tratta di un adempimento formale, ma di un presidio essenziale, chiamato a verificare che le regole funzionino davvero e che non restino confinate sulla carta

Le esigenze e le prerogative dell'Organismo di Vigilanza

La scelta del legislatore italiano di introdurre l’Organismo di Vigilanza risponde a una precisa esigenza, che il volume ricostruisce con chiarezza. Il tessuto imprenditoriale italiano è caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese e, anche nelle realtà più grandi, da un frequente intreccio tra proprietà e gestione. In questo contesto, affidare il controllo a un dirigente interno o a un semplice delegato del consiglio di amministrazione rischierebbe di essere poco credibile, soprattutto quando i reati coinvolgono soggetti apicali. Da qui l’intuizione di creare un organismo autonomo e indipendente, capace di esercitare una vigilanza effettiva anche sui vertici aziendali.

Il libro mostra come questa scelta distingua il modello italiano da quello anglosassone, fondato prevalentemente sulla figura del compliance officer interno, e spiega perché l’esperienza del sistema 231 abbia suscitato interesse anche all’estero. In particolare, diversi ordinamenti europei e latinoamericani hanno guardato al modello italiano come a un riferimento, adattandone i principi alle proprie strutture economiche e giuridiche.

Criticità e punti di forza del modello 231

Accanto ai punti di forza, l’opera affronta senza reticenze anche le criticità del sistema. La normativa, volutamente essenziale, ha lasciato ampi margini di incertezza sulla natura giuridica dell’Organismo di Vigilanza, sui suoi poteri, sulle responsabilità dei suoi componenti e sul suo grado effettivo di indipendenza. In alcuni casi, la prassi ha finito per ridurre l’OdV a una figura meramente formale o troppo vicina al vertice aziendale, con il rischio di svuotare di contenuto l’intera strategia di prevenzione. Secondo Santoriello e gli altri autori del volume, la risposta a queste distorsioni non può essere trovata in un irrigidimento repressivo o in un aumento delle sanzioni.

La vera sfida è culturale. Occorre investire sulla qualità dei modelli organizzativi, sulla professionalità di chi è chiamato a vigilare e, soprattutto, sull’indipendenza reale dei controlli interni. Senza un Organismo di Vigilanza credibile, il modello 231 rischia di trasformarsi in un esercizio burocratico privo di reale efficacia. Pur nella sua ampiezza e profondità, il libro si propone come una guida concreta e utile non solo per gli studiosi del diritto, ma anche per imprenditori, amministratori e professionisti che vogliono comprendere il senso autentico della responsabilità d’impresa. Il messaggio che emerge è chiaro: la responsabilità degli enti non è una punizione ideologica, ma uno strumento moderno per costruire organizzazioni più solide, trasparenti e responsabili. E nel sistema delineato dal decreto 231, il vero punto di equilibrio tra prevenzione e controllo resta l’Organismo di Vigilanza.

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