Le porte girevoli di Milano: la città attrae i giovani ma espelle le famiglie. I dati
Più della metà degli attuali residenti non era a Milano quindici anni fa. Ma mentre entrano i più giovani, escono in massa gli adulti. Che si spostano di pochi chilometri a causa dei costi dell'abitare
Le porte girevoli di Milano: la città attrae i giovani ma espelle le famiglie. I dati
Milano non cambia solo skyline: cambia persone. Nell’arco di dieci anni la città ha visto entrare 488 mila nuovi residenti e uscire oltre 400 mila abitanti, con un tasso di sostituzione annuo compreso tra il 7 e il 9 per cento della popolazione. Un ricambio continuo che rende Milano una delle città più mobili d’Europa: oggi un milanese su tre non viveva qui dieci anni fa; se si allarga lo sguardo a quindici anni, più della metà degli attuali residenti è arrivata da altrove. Non è una fluttuazione marginale, ma un meccanismo strutturale che ridefinisce costantemente la composizione sociale della città. I dati sono stati presentati dal Corriere.
Una città che attrae giovani, ma non ringiovanisce
Il dato più evidente riguarda l’età. Milano continua ad attrarre soprattutto giovani tra i 19 e i 34 anni. In questa fascia il saldo è nettamente positivo: arrivano studenti universitari, neolaureati, lavoratori all’inizio della carriera. È il segmento che alimenta il mito della città delle opportunità. Eppure, nonostante questo afflusso, l’età media resta stabile attorno ai 46 anni. Il motivo è semplice: mentre entrano i più giovani, escono in massa gli adulti. Tra i 35 e i 64 anni il saldo diventa negativo, e oltre i 65 anni la perdita è ancora più marcata. Milano non è una città che accompagna lungo tutto l’arco della vita: funziona piuttosto come una piattaforma temporanea, ideale per iniziare, meno sostenibile per restare.
Chi lascia Milano si sposta di pochi chilometri
Chi lascia Milano raramente taglia i ponti. I dati mostrano che un terzo degli ex residenti si trasferisce in provincia, mentre oltre la metà resta comunque in Lombardia. È un movimento corto, quasi centrifugo, che ridisegna l’area metropolitana senza svuotare il suo centro simbolico. Milano conserva lavoro, servizi avanzati, attrattività economica; la vita quotidiana, però, si sposta progressivamente verso territori più accessibili. È il segnale di una pressione abitativa che spinge gradualmente fuori famiglie e ceti intermedi, riducendo la possibilità di una permanenza stabile.
Chi arriva: non solo giovani, ma sempre più stranieri
Sul fronte degli ingressi, Milano continua a drenare popolazione dal resto della regione, confermandosi come polo dominante della Lombardia. Ma cresce anche il peso dei flussi da fuori regione e, soprattutto, dall’estero. Quasi un nuovo residente su tre è straniero, una quota che rende evidente come la dinamica demografica cittadina sia sempre meno spiegabile solo in termini nazionali. L’apporto migratorio internazionale non è più un fattore accessorio, ma uno degli elementi che tengono in equilibrio i numeri complessivi della popolazione.
Il punto decisivo non è tanto chi entra, quanto chi resta. Gli italiani mostrano una maggiore mobilità: arrivano, sperimentano la città, spesso ripartono. Gli stranieri, al contrario, tendono a stabilizzarsi di più. Tra chi entra, quattro persone su dieci non hanno cittadinanza italiana; tra chi se ne va, la quota scende a tre su dieci. Questo scarto spiega perché, nell’ultimo decennio, l’aumento complessivo della popolazione milanese sia dovuto in larga parte agli stranieri. Non perché arrivino più degli italiani, ma perché resistono più a lungo alle condizioni economiche e sociali della città.
Alla fine, Milano cresce senza accumulare radicamento. Si espande demograficamente non grazie alla stabilità, ma attraverso un equilibrio fragile fatto di ingressi rapidi e uscite costanti. Una città che continua a promettere molto, ma che solo a una parte dei suoi abitanti consente davvero di restare.