Nel Commercio mancano 10mila addetti: Confimprese li cerca nel carcere di Bollate
Mancano 10mila addetti tra commessi e camerieri. Le catene retail incontrano i detenuti: “Il lavoro riduce la recidiva ed è una risposta concreta alla carenza di personale”
Nel Commercio mancano 10mila addetti: Confimprese li cerca nel carcere di Bollate
Nel commercio mancano circa 10mila addetti e le imprese iniziano a cercarli anche dove finora pochi avevano guardato: dentro il carcere di Bollate, alle porte di Milano. È qui che alcune delle principali catene retail associate a Confimprese hanno incontrato i detenuti, aprendo un confronto diretto su lavoro, formazione e reinserimento.
Alla visita, riferisce Ansa, hanno partecipato rappresentanti di realtà della ristorazione come Eataly e La Piadineria, dell’abbigliamento come Celio, fino all’ottica con Nau!. Le aziende sono state accolte dal direttore della casa di reclusione, Giorgio Leggieri, in un istituto considerato un modello nazionale per i percorsi di lavoro dei detenuti.
Resca (Confimprese): "Lavoro strumento di reinserimento sociale e riduzione della recidiva"
L’obiettivo è duplice: offrire una risposta concreta alla carenza di personale nel settore e rafforzare i percorsi di reinserimento sociale. “Il lavoro è uno degli strumenti più efficaci di reinserimento sociale e di riduzione della recidiva”, ha spiegato Mario Resca, presidente di Confimprese, che rappresenta circa 500 marchi commerciali, 100mila punti vendita e 1,2 milioni di addetti. “Per le imprese retail rappresenta al tempo stesso un’opportunità per rispondere alla carenza di personale con lavoratori motivati, accompagnati da percorsi di formazione e responsabilizzazione. L'inserimento lavorativo dei detenuti in articolo 21 non è solo una scelta etica, ma una soluzione organizzativa sostenibile: contratti regolari, formazione, accompagnamento e un impatto positivo anche in termini di riduzione della recidiva”.
Dal carcere è arrivata anche una riflessione netta sul senso del lavoro come trasformazione della detenzione. “Il carcere produce rabbia e lamentazione perché fa cosa innaturale, rinchiude. Ma se uno mette sofferenza e rabbia e la trasforma in energia produttiva può essere uno che spacca”, ha detto Roberto Bezzi, responsabile della formazione a Bollate.
I racconti dei detenuti: "La maggior parte di noi ha voglia e bisogno di lavorare"
A prendere la parola sono stati poi i detenuti. Una donna ha raccontato il proprio percorso personale e professionale: “Ho sempre lavorato prima di entrare in carcere. Sono una ex vigilessa, lo sono stata per 27 anni, ho anche aperto una piadineria poi è successa una ‘tragedia’ e sono qui. Per me in carcere non lavorare era la morte e mi ha distrutto non avere un lavoro”. Rivolgendosi direttamente agli imprenditori presenti ha aggiunto: “la maggior parte di noi ha esperienza, certificazioni, voglia e bisogno di lavorare. L'articolo 21 è un primo passo, poi arrivano i permessi premio, e l'affidamento. Il lavoro accelera la dignità soprattutto per noi donne. Uscirò di qua laureata. All'interno del carcere abbiamo tanto aziende ma per noi è importante andare fuori, perché dentro senti il peso della galera. Dovete credere in noi”.
C’è poi chi dal carcere è già uscito e oggi lavora stabilmente. Alessio Magnani si è presentato “come visitatore e non come ospite”, raccontando un percorso iniziato a 18 anni e culminato oggi con un impiego in una società di head hunting, dove seleziona profili di operai specializzati. “Il carcere mi ha permesso di superare le mie aspettative, di studiare, di trovare un lavoro. Poi i miei capi e i miei colleghi hanno visto quanta fame avessi di lavorare”.
Un dato, secondo Bezzi, pesa più di molti discorsi: “Chi assume un detenuto ha un tasso di assenteismo molto basso” e offrendo un lavoro “contribuisce ad abbassare il livello di pericolo sociale”.
La voce delle aziende: "Stiamo valutando l'inserimento di carcerati nei nostri negozi"
Dalle aziende presenti arrivano intanto i primi segnali concreti. Monica Salvestrin Brogi, co-fondatrice di Nau!, ha spiegato che l’azienda sta valutando inserimenti di detenuti di Bollate nei propri negozi: “ci occupiamo da sempre di sostenibilità e inclusione di disabilità di diverso tipo. Stiamo valutando inserimenti di carcerati di Bollate nei nostri negozi fornendo prima un percorso di formazione. L'idea è di portarli al diploma di ottico, gestito a distanza e in presenza, attraverso la nostra scuola di ottica”.