Sparatoria a Rogoredo, il colpo partito da trenta metri: i primi accertamenti confermano la versione dell'agente
Inchiesta sul blitz antidroga: si valuta la distanza dello sparo. Martedì l'autopsia sul corpo di Abderrahim Mansouri
Sparatoria a Rogoredo, il colpo partito da trenta metri: i primi accertamenti confermano la versione dell'agente
Aggiornamenti sul caso della morte di Abderrahim Mansouri, ucciso a Rogoredo: la Polizia Scientifica, riferisce il quotidiano Il Giorno, ha già effettuato i rilievi necessari attraverso il sistema della triangolazione, utili anche a una eventuale ricostruzione tridimensionale della scena.
Dai primi accertamenti, in attesa di ulteriori approfondimenti ancora da calendarizzare, è emerso che il proiettile calibro 9 Parabellum in dotazione alla polizia è rimasto conficcato nel cranio della vittima, senza uscire dalla nuca. Una dinamica compatibile con un colpo esploso da una distanza di circa trenta metri, calcolata tra il punto di caduta del bossolo e quello in cui Mansouri si è accasciato, dopo aver perso energia cinetica. Un elemento che sembra avvalorare la versione fornita dal poliziotto, ascoltato dal pm Giovanni Tarzia, secondo cui avrebbe sparato da una distanza considerevole verso la sagoma dell’uomo che, durante il blitz, gli avrebbe puntato contro una pistola.
La pistola impugnata dal 28enne si è poi rivelata una riproduzione a salve di una Beretta 92, priva del tappo rosso, anche questa destinata a futuri accertamenti. L’agente ha spiegato che la sua “idea era rincorrerlo”, ma dopo aver visto che Mansouri “ha tirato fuori la pistola e me l’ha puntata, (...) ho estratto l’arma ed ho esploso un colpo”. Un solo colpo, come risulta dagli atti, con un proiettile ancora in canna e altri tredici nel caricatore. Le condizioni ambientali di oscurità sembrano abbiano impedito di distinguere la natura reale dell’arma, limitando di fatto le opzioni a disposizione dell'agente. In tale contesto di visibilità ridotta, lo sparo è risultato l'unico mezzo per neutralizzare una minaccia che, nelle circostanze date, non era altrimenti gestibile.
“Cercheremo di dare il nostro contributo con l’obiettivo di arrivare alla verità e a una ricostruzione puntuale e completa di quello che è successo”, ha spiegato Dario Redaelli, consulente nominato dal difensore del poliziotto, l’avvocato Piero Porciani, per l’esame balistico. Redaelli, in pensione dopo una lunga carriera nella Polizia di Stato, ha seguito casi di grande rilievo come i femminicidi di Yara Gambirasio e Chiara Poggi. Sul delitto di Garlasco ha affiancato la Procura generale di Milano nel processo d’appello bis conclusosi con la condanna di Alberto Stasi, ed è oggi consulente della famiglia Poggi per l’analisi della scena del crimine.
Autopsia di Cristina Cattaneo e nomina dei consulenti tecnici
“Dai primi elementi che abbiamo in mano – prosegue – sembra scontato il riconoscimento della scriminante della legittima difesa, per un agente che era impegnato in una regolare attività di servizio e si è trovato in una situazione di pericolo”. A chiedere che venga accertata “la verità” è anche l’avvocata Debora Piazza, che assiste il fratello della vittima. Gli accertamenti “a 360 gradi” disposti dal pm Tarzia passeranno anche dall’autopsia, fissata per martedì, affidata all’anatomopatologa Cristina Cattaneo. Proseguono inoltre le ricerche di eventuali nuovi testimoni, tra cui la persona che, secondo il racconto del poliziotto indagato, sarebbe comparsa accanto a Mansouri per poi sparire poco dopo.
L'inchiesta si focalizzerà ora sugli accertamenti balistici e sulla dinamica dello sparo. L’esame balistico disposto nell’inchiesta potrebbe comprendere anche attività empiriche, con un esperimento volto a simulare l’effetto di un colpo di pistola esploso da diverse distanze. Tra gli obiettivi anche la ricostruzione delle condizioni di visibilità simili a quelle del tardo pomeriggio di lunedì scorso, quando il poliziotto oggi indagato per omicidio volontario ha sparato durante un blitz antidroga nell’area dell’ex “bosco della droga” di Rogoredo, uccidendo Abderrahim Mansouri, 28enne marocchino soprannominato Zack, ritenuto esponente di spicco della famiglia che gestisce lo spaccio nella zona.
LEGGI TUTTE LE NOTIZIE DELLA SEZIONE MILANO