Referendum, Azzoni (Comitato Lettera150 per il Sì): "Ridiamo ai cittadini fiducia nella magistratura"

Giampaolo Azzoni, professore ordinario di diritto a Pavia ed esponente del neonato Comitato di Lettera150 per il sì: "Se vince il no, il rischio è che il modello del nostro processo attuale diventi ancor più inquisitorio". L'intervista

di Andrea Parrino

Giampaolo Azzoni

Milano

Referendum, Azzoni (Comitato Lettera150 per il Sì): "Ridiamo ai cittadini fiducia nella magistratura"

Manca solo un mese al referendum sulla giustizia. Un appuntamento di democrazia diretta che potrebbe rivoluzionare la giustizia ed il suo funzionamento. I giri del motore cominciano ad alzarsi, sia sul fronte del sì che sul fronte del no. E si moltiplicano anche le occasioni di confronto, così come  i comitati a sostegno dell'una e dell'altra tesi. Tra le voci più recenti scese in campo, quella del Comitato di Lettera150 per il SÌ al referendum. Numerosi i docenti universitari che vi hanno aderito da tutta Italia. Tra questi, uno dei più autorevoli rispetto alla materia trattata, è Giampaolo Azzoni, professore ordinario di Teoria generale del diritto nell’Università di Pavia. "Il rischio del fallimento del referendum è che il modello del nostro processo attuale diventi ancor più inquisitorio". L'INTERVISTA.

Professor Azzoni, perché è importante votare sì al referendum?
È importante perché è un modo per adeguare la nostra costituzione al principio del giusto processo. L’art.111 della Costituzione indica quali sono i principi del giusto processo. Quindi un giudice terzo e imparziale e una parità tra accusa e difesa. Formalmente si tratta di una revisione della Costituzione, ma dal punto di vista materiale e contenutistico, è più un’integrazione costituzionale. Le attuali regole che riguardano l’organizzazione della magistratura non sono pienamente coerenti con il principio del giusto processo. La riforma vuole infatti modificare queste regole per rendere davvero giusto un processo.

Ma come cambierebbe la giustizia se passasse la riforma? 
La riforma avrebbe un impatto fondamentale, perché aumenterebbe la fiducia dei cittadini verso la giustizia, in quanto il cittadino saprebbe che il giudice di un processo penale sarebbe terzo. Quindi un giudice che non ha pregiudizi e consuetudini di rapporti. Questa è una riforma che tocca l’organizzazione della magistratura, pertanto non tocca altri aspetti che fanno riferimento a un altro principio importante del giusto processo, che è quello della ragionevole durata. 

Si parla di una rimonta del no secondo i sondaggi. Secondo lei, il referendum passerà?
Io spero che passi, e credo che passerà. È importantissimo andare a votare, perché qua c’è in ballo una posta importante. È in gioco un modello di processo. Il rischio del fallimento del referendum è che il modello del nostro processo attuale diventi ancor più inquisitorio.

Cosa ne pensa della campagna di Gratteri per il no? Considerando anche le sue ultime esternazioni, in cui ha sostenuto che “voteranno per il sì, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente". 
Penso che nel calore della campagna una persona possa fare affermazioni che sono un po’ eccessivo. E a questo proposito, penso che il richiamo del Presidente Mattarella dell’altro giorno sia stato molto accurato. La logica che ha usato Gratteri è quella di dire: “dato che il referendum l’ha proposto la destra, io sono sistematicamente contrario, anche se farà del bene ai cittadini”.

Cosa risponde a chi dice che con questa riforma si vuole sottomettere i magistrati e la giustizia al potere esecutivo?
Non succederà nulla di tutto ciò, per due motivi, uno di principio e l’altro più tecnico. Il primo è legato all’art.104 della Costituzione, primo Comma, che sostiene che “la Costituzione costituisce un organo indipendente da ogni altro potere”. Il secondo riguarda il fatto che i componenti politici dei due Csm, oltre al fatto di essere una minoranza rispetto alla componente dei magistrati, non sono nominati dal governo e dall’esecutivo, ma sono sorteggiati in base ad una lista decisa dal Parlamento in seduta comune. 

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