Vannacci, Mannheimer ad Affari: "Fuori dalla Lega un peso minoritario. Ancor più a Milano"

Secondo il sociologo e sondaggista Renato Mannheimer il Generale senza il Carroccio a Milano non farebbe molta strada: "Qui più che l’identità ideologica, tende a prevalere la voglia di vincere. E la sua capacità di incidere dall’esterno sarebbe limitata"

Roberto Vannacci

Milano

Vannacci, Mannheimer ad Affari: "Fuori dalla Lega un peso minoritario. Ancor più a Milano"

La popolarità di Vannacci è reale, ma è stata amplificata dal fatto di essere dentro la Lega”. Renato Mannheimer, sociologo e sondaggista, fotografa così il rapporto tra il Generale ed il Carroccio, in queste ore in cui forti sono le voci di separazione a due anni dall'exploit delle Europee 2024. Il consenso personale di Vannacci  fuori dal partito “si ridurrebbe sensibilmente” per Mannheimer. Una lettura che dà credito alla linea di Matteo Salvini: “L’elettorato leghista ha una sua fedeltà e una sua continuità”. Il ragionamento diventa ancora più centrale guardando a Milano e alle comunali del 2027, dove il centrodestra valuta un profilo più moderato per tornare competitivo. In questo contesto, secondo Mannheimer, “un eventuale partito di Vannacci avrebbe un ruolo solo minoritario” e rischierebbe di scontrarsi con un dato decisivo: “A Milano, più che l’identità ideologica, tende a prevalere la voglia di vincere”. L’INTERVISTA DI AFFARITALIANI.IT MILANO

Anche in Lombardia, alle Europee del 2024, Roberto Vannacci è stato il candidato più votato della Lega. Professore, se oggi Vannacci uscisse dalla Lega e fondasse una sua lista, quanto consenso reale si porterebbe dietro? 
La popolarità personale di Vannacci è reale, e lo dimostra il numero di preferenze che ha raccolto. Detto questo, va chiarito che una parte significativa di quel consenso è stata amplificata dal fatto di essere all’interno della Lega. Molti elettori che lo hanno votato erano elettori leghisti, volevano votare Lega e vedevano in lui un profilo coerente, simpatico, riconoscibile. Se uscisse dal partito, è verosimile che una parte di quei voti non lo seguirebbe. In questo senso Salvini non ha torto quando dice che, messi di fronte alla scelta tra la Lega senza Vannacci e Vannacci senza la Lega, molti sceglierebbero la Lega. L’elettorato leghista ha una sua fedeltà, una sua continuità. È difficile quantificare con precisione quale quota di consenso riuscirebbe a trattenere fuori dal partito: senza sondaggi si può solo ragionare per ipotesi. Ma una parte dei consensi certamente resterebbe. Sarebbe, però, una forza minoritaria.

Una forza minoritaria, ma comunque politicamente rilevante?
Sì, nel senso che potrebbe comunque incidere, in modo limitato, sul piano regionale o comunale. Non sarebbe un soggetto centrale, ma nemmeno irrilevante. Il punto è che la sua capacità di influire dipenderebbe molto dal contesto e dalle dinamiche della coalizione di centrodestra.

Venendo a Milano. Il centrodestra sembra orientato alla moderazione, ipotizzando l’alleanza con Azione, per intercettare la borghesia cittadina. Un eventuale partito di Vannacci potrebbe essere strategico per “tenere dentro” l’elettorato più radicale?
Qui entrano in gioco due fattori. Da un lato, la necessità del centrodestra di presentarsi come coalizione moderata e competitiva in una città come Milano. Dall’altro, la volontà dell’elettorato di destra di vincere le elezioni. Se l’obiettivo prioritario diventa conquistare Palazzo Marino, una parte anche dell’elettorato più radicale potrebbe essere disposta a convergere sul candidato ufficiale della coalizione, soprattutto se quel candidato è percepito come forte e credibile. Se invece, per ragioni di immagine o di equilibrio politico, il centrodestra decidesse di escludere un eventuale partito di Vannacci dalla coalizione, allora quel soggetto avrebbe più difficoltà. In quel caso, credo che prevarrebbe non tanto l’identità ideologica, quanto la voglia di vincere contro il centrosinistra.

Quindi molto dipende dal candidato sindaco.
Esattamente. Se il candidato è attrattivo, prevale il candidato. L’ultima volta il centrodestra ha sbagliato candidato, e questo ha cambiato i giochi. Se invece riuscisse a esprimere un profilo convincente, la capacità di Vannacci di incidere dall’esterno sarebbe limitata.

Le propongo uno scenario ancora più radicale: e se Vannacci fondasse un suo partito e si candidasse a sindaco di Milano?
È uno scenario molto improbabile. Una candidatura diretta di Vannacci a sindaco di Milano avrebbe pochissime possibilità. In presenza di un candidato di centrodestra forte, il suo peso elettorale sarebbe minimale. In questo caso la sua influenza sarebbe marginale, e difficilmente riuscirebbe a raccogliere un consenso significativo.

Neanche come “minaccia” per far saltare la coalizione?
La minaccia teoricamente esiste, perché a Milano le elezioni si giocano spesso su margini ridotti. In presenza di due candidati forti, anche pochi punti percentuali possono essere decisivi. Ma c’è un rischio enorme per Vannacci: quello di attirarsi l’irritazione di una parte consistente dell’elettorato di centrodestra, compresa una parte di chi oggi lo vota. Far fallire la possibilità di conquistare Milano, quando c’è una chance concreta di farlo, sarebbe una colpa politica che difficilmente gli verrebbe perdonata.

Chiudiamo con una considerazione nazionale. Salvini ha detto: “Chi esce dalla Lega finisce nel nulla”. È una frase che molti hanno letto come riferita a Vannacci. Ha ragione?
Dire che finirebbe nel nulla è eccessivo. È vero però che il ruolo che potrebbe giocare all’esterno della Lega sarebbe inferiore rispetto a quello attuale. Un piccolo partito di destra, guidato da Vannacci, potrebbe comunque avere un suo spazio nel mercato elettorale e una sua funzione, anche solo come soggetto di testimonianza o di pressione. Sarebbe però un ruolo più piccolo, meno centrale.

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