di Fabio Carosi
In poco meno di tre giorni, la grande rivoluzione. L’inchiesta Mafia Capitale e la serie di avvisi di garanzia che hanno tramortito il Pd e costretto il segretario Matteo Renzi ad affidare il partito al commissari Orfini, tramutano Ignazio Marino da preda a cacciatore.
Lo stesso partito che per mesi ha attentato alla sua poltrona, minando la credibilità con i sondaggi e chiedendo a gran voce un ricambio, ora si trova con le mani alzate. Se vuole sopravvivere deve affidarsi al sindaco in carica, al quale l’inchiesta della Procura non ha tolto praticamente nulla, se non un assessore, anticipando di fatto quel rimpasto che era già nell’aria. Ora al tavolo della trattativa per ridisegnare la Giunta, il chirurgo siederà con “la forza degli onesti” e di fronte avrà un pezzo di politica che trema e che non riesce più a nascondere il virus letale della bramosia.
Dunque, da sindaco “incapace e bizzarro”, in poco meno di 36 ore Ignazio Marino viene eletto per acclamazione “salvatore della patria”. Ovviamente non serviva lo tsunami giudiziario per avere certezza sull’onesta del sindaco. Dalle colonne di questo giornale, e in tempi non sospetti, avevamo scritto chiaramente che il chirurgo era persona seria, semmai avevamo evidenziato la difficoltà di individuare un’azione efficace di governo della città e una serie di priorità che non mettevano al centro la crisi generale del tessuto romano.
Con il sorriso e il volto del’ingenuità Marino commenta così il commissariamentro del partito che lo voleva commissariare: “Penso che Matteo Renzi abbia fatto la scelta che riteneva più giusta. Non posso fare nessun altro commento perché non ho parlato con lui nè Graziano Delrio mi ha spiegato quali siano state le motivazioni che hanno portato a questa decisione. Quindi sono aspetti che non conosco”.
Chi invece rischia di scomparire è il gruppo di centrodestra. Via Alemanno, “mascarato” da un’accusa di associazione mafiosa dalla quale potrà anche uscire indenne ma con tempi lunghi, il resto della pattuglia che un tempo faceva capo alla Casa-Polo della Libertà è rimasta appesa al nulla. I forzisti sono ridotti a così minimi termini che neanche riescono ad affrontare le pesantissime accuse nei confronti del capogruppo regionale Luca Gramazio. Su lui e su tutta la compagine forzista è sceso un silenzio che profuma di distanze.
Ma su tutta la partita politica pesa l’ipotesi di scioglimento anticipato. La protesta dell’M5S e il successivo incontro col prefetto di Roma, secondo quanto assicurano alcuni bene informati, avrebbero stimolato in Pecoraro l’idea di azzerare il Comune di Roma. Sempre i bene informati riferiscono che il ministro Alfano gradirebbe l’azzeramento e le nuove elezioni. E non solo come responsabile degli Interni ma anche come esponente di quel pezzetto di centrodestra, l’Ncd, non toccato dall’indagine. Ma la partita è ancora aperta.


