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Roma è già commissariata. Via il sindaco ed è salva

Roma è già commissariata. Via il sindaco ed è salva
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L’ANALISI. Lucio D’Ubaldo sceglie affaritaliani.it per spiegare il cul de sac nel quale è finita la Capitale. La procedura attivata dagli Interni è già di fatto un primo passo verso il commissario. I “controllori” al bivio: “Se trovano la mafia, il procedimento va avanti; diversamente daranno un colpo al “teorema Pignatone”. L’unica via d’uscita per evitare una figuraccia planetaria l’addio di Marino. “Ma dopo?”
Roma è già commissariata. Via il sindaco ed è salva
Roma è già commissariata. Via il sindaco ed è salva
Roma è già commissariata. Via il sindaco ed è salva
Roma è già commissariata. Via il sindaco ed è salva

di Lucio D’Ubaldo

È triste osservare lo spaesamento della classe politica romana e nazionale di fronte allo spettacolo di degrado che l’inchiesta della Procura di Roma ha messo sotto gli occhi di tutti. Lo stupore è tanto più grande, nel susseguirsi di notizie clamorose e inquietanti proprio nel contesto di ancora possibili e gravi sviluppi giudiziari, quanto più l’ormai noto “teorema Pignatone” è giunto a identificare le istituzioni della città come luogo di traffici e manovre di stampo mafioso. Nonostante lo sconcerto, si è voluto rassicurare la pubblica opinione con dosi massicce di buoni propositi. Troppe parole, spesso nebbiose, non aiutano a cogliere il significato degli eventi.
Il nocciolo del problema sta nella ricerca di una via di uscita, che scongiuri il pericolo di una semplificazione mediatica per la quale lo scioglimento del Consiglio comunale di Roma sarebbe, agli occhi del mondo intero, la conseguenza diretta della riscontrata infiltrazione nei gangli della struttura amministrativa capitolina di una mafia tutta nuova, ben radicata nella specifica dimensione locale. Il Presidente del Consiglio, anche nella sua veste di segretario del Partito democratico, si è subito premurato di bloccare la richiesta di elezioni anticipate, mettendo in campo la sua autorità per blindare la gestione Marino. Da parte sua, il Sindaco ha potuto sfruttare l’occasione per incarnare la figura del paladino contro corrotti e corruttori.
Ci sono ragioni nobili in questa volontà di stabilizzazione. Si capisce che commissariare Roma non è un provvedimento di poco conto: facile prevedere le ripercussioni che in Italia e all’estero potrebbero manifestarsi. Dunque? Ecco, sull’onda dell’emozione collettiva si è fatto in modo d’ingarbugliare ulteriormente la matassa. Con qualche artificio verbale, si è camuffata una decisione che rientra a tutti gli effetti nella procedura di legge connessa al commissariamento degli enti locali sospettati di essere infiltrati dalla mafia. Vezzosamente soprannominati ispettori, i tre funzionari che il prefetto Pecoraro (per delega del Ministro dell’Interno) si accinge a nominare non sono altro che i componenti della commissione preposta, secondo la normativa vigente, alla individuazione e valutazione del rischio di contaminazione mafiosa.   
La commissione ha tempo tre mesi, più altri possibili tre, per redigere una relazione circostanziata da inviare al prefetto. Questi, a sua volta, entro 45 giorni dalla sua ricezione provvede, sentito il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica integrato dal Procuratore della repubblica, a inviare al Ministro dell’Interno una conclusiva relazione sulla opportunità o inopportunità del commissariamento dell’ente. Nel caso, lo stesso Ministro dell’Interno avrà cura di presentare la richiesta di commissariamento al Consiglio dei ministri e poi, ottenuto il via libera, al presidente della Repubblica: a lui, in ultimo, è riservata la prerogativa in ordine alla firma del decreto. A Roma, fatti bene i conti, attorno alla metà di novembre potrebbe scattare la tagliola del commissariamento (destinato a durare, per giunta, dodici o diciotto mesi).
Questo lo scenario, del resto poco esaltante: tutto il 2015 consumato nell’immobilismo – in attesa, cioè, dei risultati dell’indagine amministrativa -,  tutto il 2016 consegnato alla gestione commissariale, con le elezioni non prima del 2017. In pratica, due anni e più di sospensione della regolare vita amministrativa locale. Certo, l’istituenda commissione di nomina prefettizia potrebbe accertare, di qui a tre o sei mesi, l’inesistenza del temuto processo d’infiltrazione mafiosa. A quel punto verrebbe meno qualsiasi incognita o pericolo, ma a costo di delegittimare l’inchiesta della Procura. Sarebbe un esito, questo, ancora più pernicioso visto che andrebbe ad aumentare a colpo sicuro il senso di frustrazione e sfiducia del cittadino comune.
La parola torna alla politica, se riesce a compiere il miracolo della propria autoredenzione. Dentro la procedura silenziosamente innescata, c’è la concreta minaccia di scioglimento del Consiglio comunale. Invenzioni brillanti, capaci di salvare capra e cavoli, per adesso non s’intravedono all’orizzonte. In ogni caso incombe la mannaia della Procura. L’unica soluzione, in questa cornice, è che Marino si dimetta spontaneamente, chiedendo un problema amministrativo e aprendone al tempo stesso uno diverso, di tipo strettamente politico. È il dilemma angoscioso che attanaglia i dirigenti del Partito democratico. Con le dimissioni, infatti, la parabola del sindaco sarebbe da considerarsi chiusa.  E dopo?