App per “aumentare la bellezza”, per sentirsi star di hollywood e ammirare il proprio volto su una fantomatica rivista patinata.
Tutti pazzi per il make up multimediale che permette di mostrare la propria immagine trasformata nella pubblica piazza dei social. Su istagramm e facebook, via al travestimento collettivo che trasforma l’identità degli utenti in nome del gradimento virtuale. Dalla moda anni Sessanta allo stile Barbie, al look da miliardario, fino all’emozionante scoperta di sapere cosa sarebbe il proprio aspetto se si cambiasse sesso.
Giovanni Pacini, giovane studioso di filosofia, autore del saggio “Iconomania” pubblicato in versione ebook da Kepler Edizioni, svela il meccanismo perverso che ha “condotto verso un patologico feticismo di se stessi”, partendo dal concetto nietzheiano di “maschera”.
di Giovanni Pacini
“Ogni maschera consta di due funzioni strettamente interconnesse: l’una salvifica e l’altra ingannevole. Costumi di ogni sorta consentono alle persone che li indossano di proteggersi dagli abusi della società, dal suo malcontento rivoluzionario e dalle esclusioni alle quali essa può condurre. Portare una maschera significa celare la propria identità per conservarla; significa omologarsi indirettamente alla massa per continuare a fare ciò che si vuole ma senza dare nell’occhio. Indossare una maschera non solo consente a chi la porta di proteggersi dalla società, ma anche di esservi accolto all’interno. Omologarsi ai canoni estetici di un’epoca significa per il soggetto, anche a costo di ingannare il suo prossimo, salvezza e accettazione.
Però, talvolta accade che il travestimento sopraffaccia l’identità del travestito; che questo, dunque, non si guardi più, neppure intimamente, con gli occhi della propria coscienza, ma con quelli degli altri.
Può accadere che i travestimenti imposti dalla società siano così dilettevoli da narcotizzare la coscienza di chi ne partecipa. Le persone cadono in balìa delle mode e dei caduchi travestimenti che esse impongono. Chi non vi partecipa, chi non si adegua alle novità, chi non è al passo con i tempi, è escluso dalla società.
I social media, fondandosi sulla condivisione frenetica di immagini minuziosamente ritoccate grazie all’ausilio di appositi filtri fotografici, hanno contribuito, oggi più che mai, a mascherare le fisionomie umane.
Il make-up oltre a essere fattuale è divenuto multimediale. Prima di porsi al cospetto degli utenti, il soggetto social – che è al contempo fotografo e soggetto fotografato – non solo seleziona lo scatto migliore, ma rifinisce con colori, luci e ombre il suo corpo e il suo volto. Le fattezze con le quali le persone condividono loro stesse sono quelle imposte dalle folle.
Donne e uomini modificano le proprie fisionomie secondo i dettami della moda: l’importante è piacere agli altri e non a se stessi. Perché accade ciò? Le immagini da noi diffuse all’interno delle piattaforme multimediali riscuotono, da quelli che convenzionalmente sono chiamati followers, un numero variabile di gradimenti; i like variano a seconda dello stuolo di seguaci che ciascun utente possiede. I “mi piace” ottenuti compiacciono il referente giudicato, il quale, sentendosi apprezzato da amici e sconosciuti, divulgherà un numero sempre maggiore di fotografie accortamente prefabbricate al cui interno egli sarà il protagonista. Una tale attività – dai tratti inevitabilmente patologici – consente, a chi se ne fa portatore, di ottenere fama e onnipotenza multimediali. Ambedue dipendono dal numero di seguaci e dai consensi che questi elargiscono. Il processo è isomorfo: all’aumentare dell’una incrementa anche l’altra e viceversa. Il palesarsi dei suddetti sensi spinge l’essere umano ad abbandonare la propria identità in favore della maschera. Per quale ragione un tale sacrificio? La risposta è semplice e immediata. Sin dall’alba dei tempi, gli uomini hanno sempre bramato il potere. Per ottenerlo essi sono disposti a fare di tutto; figuriamoci per incrementarlo progressivamente! Dunque, le persone, in virtù delle dinamiche appena descritte, archiviano la propria personalità cedendo completamente il passo al travestimento.
I referenti della camera camuffano le loro fisionomie in accordo con le aspettative degli utenti del social media. La perdita della propria identità consiste proprio in ciò: nell’assecondare ridicolmente, senza che la nostra interiorità opponga alcuna resistenza, i desideri delle folle. Allora, ciò che resta delle fisionomie umane è solo una “bella apparenza”. Le loro fattezze luminose, toniche, lucide, perfette e avvenenti hanno un unico scopo: quello di ammaliare lo spettatore affinché questo, tributando il proprio gradimento alle accattivanti forme propostegli, divenga seguace. Quanto più grande sarà il numero di osservatori “stregati” e tanto maggiori saranno la fama e l’onnipotenza.
I volti umani, a causa dell’invasivo intervento di filtri fotografici di ogni sorta, assumono fattezze claunesche, per non dire disneyane. I corpi, perfettamente definiti e intrisi di colore, ricordano gli arlecchini della peggior specie. I social media e le loro ludiche funzionalità hanno condotto verso un patologico feticismo di se stessi. L’idolo, il feticcio, non occorre cercarlo nei propri consimili o in entità trascendentali. Esso è scovato – e si guarda in faccia – proprio al di là di un obiettivo fotografico.
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