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Bari, droga, estorsioni e ordini dal carcere: 13 misure cautelari

Secondo la Dda di Bari, il sodalizio gestiva lo spaccio a Conversano e puntava al controllo del territorio. Decisiva la denuncia di un imprenditore

Bari, droga, estorsioni e ordini dal carcere: 13 misure cautelari

Cocaina, hashish e marijuana anche a domicilio. Le minacce sarebbero partite dal carcere

Un gruppo criminale nato attorno allo spaccio di droga ma proiettato verso il controllo del territorio, con estorsioni ordinate anche dal carcere attraverso “pizzini” e ambasciate affidate ai familiari. È il quadro ricostruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari nell’inchiesta che ha portato i carabinieri della Compagnia di Monopoli a eseguire 13 misure cautelari, tra carcere e domiciliari, emesse dal gip del Tribunale di Bari. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla cessione di sostanze stupefacenti, detenzione di arma comune da sparo ed estorsione in concorso.

Le indagini, condotte dalla sezione operativa del Nor di Monopoli con osservazioni, pedinamenti, attività tecniche e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, avrebbero documentato l’esistenza di un sodalizio stabile e strutturato attivo a Conversano. Secondo l’accusa, il gruppo gestiva cessioni al dettaglio di cocaina, hashish e marijuana, con richieste formulate al telefono attraverso linguaggio criptico e utenze dedicate. La droga sarebbe stata consegnata anche “a domicilio” o ceduta all’interno di un bar del centro urbano. Individuate anche basi operative per lo stoccaggio e il confezionamento dello stupefacente.

L’inchiesta avrebbe inoltre fatto emergere episodi estorsivi riconducibili al capo del sodalizio, detenuto nella casa circondariale di Bari. Dal carcere, secondo la Dda, avrebbe imposto modalità di approvvigionamento della droga e ordinato minacce per recuperare debiti legati allo spaccio o per ritorsione contro chi aveva reso dichiarazioni accusatorie in altri procedimenti. Contestata anche la detenzione illegale di armi, con il sequestro in momenti diversi di due pistole modificate trovate a bordo di veicoli in uso agli indagati.

“L’indagine ha preso avvio dalla denuncia di un piccolo imprenditore che aveva gia’ pagato una somma per un’estorsione e che, al ripetersi dell’episodio, ha avuto la forza di denunciare”, ha spiegato il comandante provinciale dei carabinieri di Bari, Gianluca Trombetti. “La collaborazione della societa’ civile – ha aggiunto – è un grande messaggio di fiducia per la collettività e per le istituzioni”. Per il coordinatore della Dda di Bari, Giuseppe Gatti, il gruppo stava tentando un “salto di qualita’”: “Da una vocazione mercantile, legata al traffico di stupefacenti, puntava a una dimensione militare e al controllo del territorio”. Secondo Gatti, la forza intimidatrice del capo detenuto e la presenza di incensurati nel sodalizio avrebbero favorito una maggiore penetrazione sociale. Le comunicazioni dal carcere, ha spiegato, avvenivano con metodi tradizionali, “pizzini, lettere e legami familiari”, ma con un impatto “particolarmente significativo” sulle vittime.

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