Chi era Bruno Contrada: dalla Mobile di Palermo al Sisde
È morto a Palermo a 94 anni Bruno Contrada, ex dirigente di polizia ed ex numero tre del Sisde, figura che per oltre trent’anni ha attraversato alcuni dei passaggi più opachi e controversi della storia italiana. La sua parabola attraversa Palermo, la lotta alla mafia, i servizi segreti e un caso giudiziario che ha diviso l’Italia per anni.
Nato a Napoli il 2 settembre 1931, ma diventato presto palermitano d’adozione, Contrada entrò in polizia alla fine degli anni Cinquanta. Dopo i primi incarichi nel Lazio fu trasferito a Palermo, dove costruì gran parte della sua carriera investigativa. Alla Squadra Mobile scalò tutti i gradini fino alla guida dell’ufficio, poi passò alla Criminalpol e infine al Sisde, il servizio segreto civile, fino a diventarne uno dei dirigenti più noti negli anni più duri dello scontro tra Stato e Cosa Nostra.
Nella Palermo degli anni Settanta e Ottanta il suo nome compare dentro alcuni dossier cruciali. Uno dei passaggi che restano nella sua biografia è l’incontro del 1973 con Leonardo Vitale, considerato il primo vero collaboratore di giustizia di mafia: fu Vitale a presentarsi in questura e a raccontare per la prima volta dall’interno nomi, regole e struttura di Cosa Nostra, molto prima del caso Buscetta. Quel passaggio resta importante nella carriera di Contrada, anche per la sua contraddizione, che anni dopo, portò lo stesso ad essere processato con l’accusa di avere favorito la mafia.
Il punto di rottura arrivò il 24 dicembre 1992, pochi mesi dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Contrada fu arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’impianto accusatorio, poi accolto nella sentenza di primo grado e in quella definitiva del 2007, tra il 1979 e il 1988 avrebbe sistematicamente favorito Cosa Nostra, fornendo informazioni riservate su indagini e operazioni di polizia grazie ai ruoli ricoperti prima in polizia e poi negli apparati di sicurezza. Il Tribunale di Palermo lo condannò nel 1996 a dieci anni; nel 2001 arrivò l’assoluzione in appello; nel 2002 la Cassazione annullò quella decisione; nel nuovo appello del 2006 fu confermata la condanna, divenuta definitiva nel 2007.
Da lì in avanti il caso Contrada diventò qualcosa di più di un processo. Diventò una battaglia giuridica e simbolica sul significato stesso del concorso esterno e sui confini fra responsabilità penale, costruzione giurisprudenziale e memoria pubblica. Nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo stabilì che, per il periodo contestato a Contrada, cioè tra il 1979 e il 1988, quel reato non era ancora “sufficientemente chiaro e prevedibile”, osservando che la sua definizione si era consolidata solo nel 1994 con la sentenza Demitry. Per questo Strasburgo dichiarò violato l’articolo 7 della Convenzione, quello sul principio di legalità penale.
Due anni dopo, il 6 luglio 2017, la Cassazione recepì quella pronuncia e dichiarò la sentenza di condanna nei suoi confronti “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”. È il passaggio decisivo, ma anche quello che più ha alimentato polemiche e letture opposte. Sul piano strettamente giuridico, la condanna fu svuotata dei suoi effetti penali. Sul piano pubblico e storico, invece, il nome di Contrada continuò a restare sospeso in una zona grigia.
Per una parte dello Stato e dell’opinione pubblica, però, Contrada restò fino all’ultimo un servitore delle istituzioni finito dentro una vicenda giudiziaria interminabile. Per altri, rimase il simbolo più ingombrante di quella contiguità fra pezzi degli apparati e ambienti mafiosi che ha segnato la storia siciliana del dopoguerra.

