Davide Simone Cavallo e la forza del perdono
Ci stiamo talmente abituando alla nuova realtà culturale – virtuale – che ha invaso, come solo le cavallette sanno fare, il nostro quotidiano, mettendo radici ormai forti e stabili, da farci stupire tanto positivamente, quando un ragazzo, poco più che ventenne, studente universitario, invece di chiedere giustizia, abbraccia i suoi aggressori.
La storia di Davide Simone Cavallo ha colpito profondamente l’opinione pubblica italiana non solo per la brutalità dell’aggressione subita, ma soprattutto, perché è una storia di straordinaria umanità. Nell’ottobre del 2025, Davide venne accoltellato durante una rapina in zona Corso Como, a Milano. Un’aggressione violentissima, avvenuta per appena cinquanta euro, che gli ha provocato lesioni permanenti e la perdita parziale dell’uso delle gambe.
Dopo questo evento tanti, forse troppi politici ci hanno “messo la faccia”, rilanciando il solito trantran parlamentare, che vede fermamente contrapposte, ormai da tempo, la fazione del giustizialismo, della difesa della casa, dei confini, della modifica normativa della norma penale sulla legittima difesa e, dall’altro, quella della prevenzione, la certezza della pena e del c.d. limite rigoroso alla proporzionalità della reazione.
Lui, invece, ha fatto una cosa molto più semplice, la più difficile, la meno accettabile, quella meno scontata: ha provato a perdonare. Ha avuto il coraggio e, soprattutto, la forza, per tendere le mani a chi lo ha colpito nel profondo e, soprattutto, questa a mio avviso è la cosa più importante, lo ha detto ad alta voce. Ha voluto che tutti sapessero quello che ha fatto. Di fronte a una tragedia simile, molti si aspetterebbero rabbia, desiderio di vendetta o odio.
Eppure Davide ha scelto una strada completamente diversa. In una lunga lettera resa pubblica durante il processo contro i responsabili dell’aggressione, il giovane ha spiegato di non voler alimentare ulteriore violenza, e ha aggiunto la frase più importante di tutte: l’odio fa soffrire più del perdono.
Sapete cosa penso? Che nel mezzo di 3 conflitti bellici, della crisi economica che attanaglia i consumatori, dell’odio che viene perpetrato ad ogni angolo della strada, della deriva così estrema che sta percorrendo il nostro paese (e, attenzione, guai a chi si permetterà di insinuare che io ne stia facendo una questione politica), questo ragazzo poco più che ventenne sia la dimostrazione che, per ogni evento traumatico, c’è sempre il modo di prendere le cose per il verso giusto, quello più difficile, ma anche il migliore. La vicenda di Davide Simone è qualcosa di più di una semplice pagina di cronaca nera.
È il racconto di un ragazzo che, pur segnato profondamente dalla violenza, ha deciso di non lasciarsi definire dall’odio, e rilancia un messaggio tanto pesante, e tanto pionieristico, da squarciare completamente il panorama del nostro agire quotidiano, che deve entrarci nell’orecchio, ma non uscire dall’atro: la giustizia deve fare il suo corso, ma il perdono può rappresentare un modo per restare umani anche davanti al male più incomprensibile.
E allora, nell’essenza più profonda della celebrazione dell’articolo 27 della nostra Costituzione, già, proprio quella Costituzione di cui parecchio si è parlato ultimamente, io dico che il messaggio di questo ragazzo debba essere diffuso ovunque, nei nostri social network, nelle scuole, nelle nostre piazze e, magari, nel nostro parlamento. Tale atto costituisce un vero e proprio dovere civile e morale. È l’atto fondamentale con cui difendiamo la nostra Costituzione. Dobbiamo formare cittadini consapevoli, affinché sappiano sempre distinguere la sopraffazione dalla libertà, e scelgano, ogni giorno, di stare dalla parte giusta della storia

