Garlasco, cento pagine d’accusa contro Sempio
L’interrogatorio di Andrea Sempio, mercoledì, si è chiuso senza risposte. Per tre ore l’indagato è rimasto in silenzio mentre il procuratore aggiunto Stefano Civardi gli contestava un impianto d’accusa lungo cento pagine. Al centro, la ricostruzione di una violenza improvvisa e devastante: una tensione che, secondo i pm, sarebbe esplosa quando Chiara Poggi avrebbe respinto l’aggressore e cercato di sottrarsi, trasformandosi in uno scontro fisico concentrato soprattutto su volto e capo.
Per la Procura di Pavia, quell’atto segna un passaggio cruciale nella nuova indagine su Garlasco. L’interrogatorio ruota attorno a un elemento considerato decisivo dagli inquirenti: l’intercettazione del 14 aprile 2025. Un audio che, nella lettura dell’accusa, non aggiungerebbe soltanto un tassello, ma servirebbe a collegare tra loro gli indizi già raccolti, orientandoli verso la stessa conclusione. Da qui la contestazione più netta: Sempio, secondo i magistrati, avrebbe mentito agli investigatori fin dal 2007.
La Procura colloca un primo cedimento della versione dell’indagato al 27 febbraio 2025, poco dopo la notifica dell’avviso di garanzia. In quei giorni Sempio viene seguito dai carabinieri, che recuperano dalla spazzatura un biglietto scritto di suo pugno. Per Civardi, si tratterebbe di appunti riferibili a quanto accadde il giorno dell’omicidio di Chiara Poggi. Tra le frasi annotate compaiono riferimenti come “Inizio scoperta, da cucina a sala” e, in chiusura, “tv che ripete assassino”.
Quegli appunti vengono letti dall’accusa insieme a un possibile movente legato a video intimi e a una vecchia intercettazione del 2017, registrata alla vigilia del primo interrogatorio davanti all’allora procuratore Mario Venditti e mai trascritta all’epoca: «Si sono filmati perché hanno visto dei filmati porno!». Secondo gli attuali pm, quel passaggio avrebbe meritato già allora ulteriori approfondimenti.
Nel mirino finiscono anche i contatti preliminari, ritenuti anomali, con alcuni carabinieri indicati come la “squadretta”. Civardi richiama una frase pronunciata da Sempio al padre il 3 novembre 2025: «Mi ha proposto la roba… io… metto giù, chiamo Soldani, glielo dico». Per l’accusa, quel riferimento alla “roba” sarebbe collegato al filone sulla presunta corruzione, con l’allora difensore che, nella lettura del magistrato, avrebbe dato il proprio assenso.
Un altro elemento evocato dai pm è una lettera inviata da Daniela Ferrari ad Alberto Stasi alla fine del 2018, quando Stasi era già in carcere. Nello scritto, dai toni durissimi, Ferrari lo accusava di aver rovinato la vita della famiglia Sempio e inseriva una frase ritenuta particolarmente significativa dagli inquirenti: «con i soldi e l’amicizia lo metti in culo alla giustizia».
Non è l’unico documento del passato tornato al centro dell’attenzione. Civardi richiama anche un appunto del padre di Andrea, Giuseppe Sempio: «MAUS X RICERCA. MANO SINISTRA», accompagnato dal disegno di due mani. Il riferimento viene accostato alla teoria, messa a verbale dal perito Francesco De Stefano, secondo cui il dna sotto le unghie di Chiara Poggi avrebbe potuto derivare da un contatto indiretto con un mouse. Una ricostruzione oggi contestata dalla consulenza Cattaneo, che valorizza invece i numerosi segni riconducibili a difesa passiva e conclude che sotto le unghie della vittima si sarebbe depositato il dna dell’assassino.
Nel corso dell’interrogatorio, Sempio ascolta senza intervenire anche le contestazioni sull’alibi, sui nuovi accertamenti relativi all’impronta 33 e sulla compatibilità del suo piede con una scarpa Frau numero 42, modello e misura che le sentenze sul delitto di Garlasco hanno attribuito al killer. Viene inoltre richiamato il profilo elaborato dal Racis, ritenuto dall’accusa coerente, sul piano qualitativo, con il tipo di violenza esercitata.
La nuova indagine lambisce anche chi condusse i primi accertamenti. Tra le posizioni più delicate c’è quella di Gennaro Cassese, all’epoca comandante della compagnia carabinieri di Vigevano. Il 27 giugno Civardi lo convoca per la seconda volta, concentrandosi sul verbale del 4 ottobre 2008, quello in cui compare lo scontrino del parcheggio poi diventato uno dei punti più controversi della ricostruzione dell’alibi di Sempio.
Durante l’audizione, durata circa quattro ore, il magistrato insiste sulle incongruenze: la presunta contemporanea presenza di Sempio con gli amici Alessandro Biasibetti e Mattia Capra, un’interruzione non verbalizzata e un episodio mai chiarito. Civardi chiede a Cassese se gli sia mai capitato che qualcuno si sentisse male durante un’escussione. L’ex ufficiale risponde di non poterlo escludere, ma di non ricordare. Alla domanda se soffra di patologie tali da giustificare deficit di memoria, replica di no.
A quel punto il pm mostra gli atti relativi a una chiamata al 118 per un attacco di lipotimia accusato da Sempio. Cassese continua a ripetere di non ricordare. Civardi interrompe l’esame e gli legge l’articolo 371 bis del codice penale, che punisce chi rende false informazioni al pubblico ministero.

