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Cronache
Indro Montanelli nasceva 110 anni fa. Ricordo del grande giornalista

Centodieci anni fa a Fucecchio, in provincia di Firenze, nasceva il 22 aprile Indro Montanelli il decano dei giornalisti italiani. Probabilmente il più grande giornalista del Novecento, di quel Secolo Breve secondo la denominazione di Eric Hobsbawm di cui fu attento testimone e instancabile divulgatore. Montanelli fin dalla nascita è stato associato ad alcuni segni prodigiosi: dall’inusuale nome di Indro, mutuato dalla divinità maschile e guerriera induista Indra, che è l’adattamento inventato dal padre (che di nome non scherzava neppure lui, facendo Sestilio), al suo secondo nome che era invece programmatico: “Schizògene”, cioè generatore di divisioni, adattandosi perfettamente al suo carattere.

Nel 1930 prese la laurea in legge a Firenze con una tesi sulla riforma fascista della legge elettorale del 1924 maggioritaria Acerbo. Cominciò a scrivere per un giornale locale, La Frusta di Rieti e poi passò al periodico l’Universale di Firenze che lo portò a conoscere Mussolini che lo invitò a collaborare con Il Popolo d’Italia. In seguito scrisse per il Paris-Soir per poi trasferirsi a New York per lavorare alla United Press da cui ebbe la prima assunzione. Partecipò nel 1935, come volontario, alla guerra d’Etiopia dove si “sposò” con una ragazza/bambina eritrea Fatìma di 12 o 14 anni secondo l’uso del “madamato”.  Proprio presso un giornale africano, La Nuova Eritrea, Montanelli ottenne l’ambita tessera da giornalista, e cominciò da quelle colonne a mostrare una certa disillusione per il fascismo. Un suo articolo, sfuggito alla censura del regime, attirò addirittura il plauso dell’esule Carlo Rosselli su Giustizia e Libertà. Tornato in Italia nel 1937 approdò al neonato settimanale Omnibus, fondato da Leo Longanesi. Partì poi per la Spagna come inviato nella guerra civile del quotidiano romano Il Messaggero, scrivendo nel contempo anche articoli per Omnibus. E fu proprio in Spagna che scrisse un articolo in cui si elogiava gli anarchici spagnoli e così al suo ritorno gli fu tolta la tessera del partito e Mussolini lo cancellò dai giornalisti. Dovette intervenire il suo amico gerarca Giuseppe Bottai che gli trovò lavoro all’estero. Nel 1938 prese a scrivere per il Corriere della Sera che non lo poté pero assumere perché non aveva più la tessera fascista. Il 1 settembre 1939, il giorno dell’invasione tedesca della Polonia, Montanelli incontrò Adol Hitler come lo stesso Albert Speer, l’architetto di regime, ha confermato. Seguì le vicende di guerra fino al 1943 ma in una conversazione con la principessa Maria Josè di Savoia parlò male del fascismo. La conversazione era spiata e così Montanelli fu messo sotto osservazione. Dopo la caduta del fascismo il 26 luglio 1943 scrisse un articolo assai critico contro il regime su Il Tempo di Mondadori. Il 5 febbraio 1944 lui e la moglie furono arrestati dai nazi-fascisti proprio in relazione all’articolo. Si minacciò di fucilarlo e Montanelli evase in maniera rocambolesca da San Vittore a Milano, si dice con l’aiuto dei partigiani anche se la versione è contestata mentre la moglie era stata liberata.

Nel dopoguerra ricominciò a scrivere proprio al Corriere e divenne amico di Dino Buzzati, altro grande scrittore e giornalista del quotidiano di via Solferino che lasciò nel 1973 dopo la sostituzione di Giovanni Spadolini con Piero Ottone, con una evidente svolta a sinistra da lui avversata. Passò alla Stampa degli Agnelli e in seguito fondò Il Giornale nuovo nel 1974, mentre il 2 giugno 1977 fu gambizzato dalle Brigate Rosse da un gruppo di fuoco formato da Lauro Azzolini, Franco Bonisoli e Calogero Diana. Montanelli era armato ma non estrasse la pistola e in seguito Azzolini -capo della colonna milanese Walter Alasia-di cui poi diverrà suo amico- disse che se il giornalista avesse reagito sarebbe stato certamente ucciso. Il Giornale era definito dalle Br “fascista” e per questo si procedette all’agguato.

 Nel 1977 Silvio Berlusconi si prese Il Giornale e Montanelli cominciò una complessa convivenza andandosene quando il suo editore scese in politica nel 1994. Nel 1995 fondò La Voce in omaggio al suo vecchio amico Giuseppe Prezzolini che chiuse quasi subito nel 1996 e così il giornalista tornò al Corriere della Sera dove tenne “la Stanza di Montanelli”, una rubrica di lettere che condusse fino alla fine.

È stato necessario ricostruire, per grandissime e incomplete linee la sua vita professionale perché non si capisce Montanelli se non si capiscono le sue vicende professionali. Montanelli fu un conservatore, un uomo di destra, ma sui generis e il rapporto difficile con il fascismo sta lì a dimostrarlo nei suoi vissuti contradditori. Fu sicuramente un convinto anti – comunista e pagò le sue idee con la gambizzazione. Montanelli fu questo e molto altro. Le sue vicende professionali e umane -come detto- sono così connesse che è impossibile separarle. Fu accusato dalle femministe di essere uno “stupratore di bambine”, in relazione alle vicende del madamato e solo poco tempo fa un suo monumento è stato vandalizzato per questa vicenda.

 Fu il grande nemico di Berlusconi nella contraddizione di un uomo di destra che si opponeva ad un altro uomo di destra. Fu anche un pragmatico che diceva di votare la Dc turandosi il naso. Fu soprattutto un grande giornalista versato in tutti i campi della scrittura dal reportage, alla cronaca, all’editorialistica politica che era il suo campo di battaglia, ma anche uno scrittore, e un uomo controcorrente che non ebbe mai paura di dire quello che pensava, senza curarsi troppo delle conseguenze. La depressione lo perseguitava fin da adolescente e segnerà pesantemente la sua esistenza. Montanelli fu tutto questo e molto altro e sarà ricordato in quell’immagine del giornalista che con la sua Olivetti sulle ginocchia scrive reportage per i suoi lettori, i suoi unici veri padroni, come lui stesso ebbe una volta a dire.

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