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Maldive, il mistero dei rebreather: come funziona la tecnologia usata nel recupero dei sub

Il rebreather ricicla l’aria e permette immersioni più lunghe e profonde: tecnologia decisiva nelle operazioni di recupero alle Maldive

Maldive, il mistero dei rebreather: come funziona la tecnologia usata nel recupero dei sub

Dentro la grotta sommersa: ecco il sistema “a circuito chiuso” dei sommozzatori finlandesi

Nelle operazioni di recupero attualmente in corso alle Maldive, il termine «rebreather» ricorre con frequenza nelle comunicazioni di Dan Europe (Divers Alert Network Europe, organizzazione internazionale specializzata nella sicurezza e nell’assistenza medica ai subacquei). Si tratta del dispositivo utilizzato dai tre specialisti finlandesi impegnati nelle immersioni nella grotta sommersa in cui hanno perso la vita i sub italiani.

Un elemento tecnico tutt’altro che marginale, poiché in missioni di questo livello il tipo di autorespiratore modifica in modo sostanziale l’intero approccio all’immersione. Un altro nome con cui viene indicato il rebreather è Ccr, Closed Circuit Rebreather: una definizione che evidenzia chiaramente la natura di sistema «a circuito chiuso», differente dalle tradizionali bombole da sub ricreativo comunemente conosciute anche da chi non pratica immersioni.

Come funziona il circuito chiuso

Nei sistemi convenzionali a circuito aperto, il subacqueo inspira il gas dalla bombola ed espira direttamente in acqua: le bolle che risalgono in superficie rappresentano proprio il gas espulso.
Il rebreather opera in maniera opposta: recupera il gas espirato, elimina l’anidride carbonica attraverso un filtro chimico assorbente (lo scrubber) e reintegra automaticamente l’ossigeno consumato dall’organismo. In questo modo il gas viene continuamente riutilizzato in un ciclo chiuso.

Che vantaggi dà

Questo sistema offre benefici fondamentali nelle immersioni tecniche profonde. Cristian Pellegrini, Communications Manager di Dan Europe, spiega: «Con un sistema a circuito aperto, un subacqueo dovrebbe trasportare e consumare notevoli quantità di gas, soprattutto utilizzando miscele trimix ricche di elio necessarie per limitare narcosi e densità respiratoria a quelle profondità. In un’immersione di tre o quattro ore, la quantità di bombole necessarie diventerebbe rapidamente elevata: gas di fondo, stage decompressive, bailout, ridondanze. Questo aumenta peso, ingombro, consumo energetico e complessità logistica, rendendo più difficile muoversi in passaggi stretti o in ambienti confinati».

Il rebreather riduce drasticamente questo problema: il subacqueo consuma soltanto l’ossigeno metabolico, mentre il sistema provvede alla rimozione della CO₂ e al mantenimento della pressione parziale di ossigeno ottimale. Ne deriva un’autonomia molto più estesa, una decompressione migliore e una produzione quasi nulla di bolle: un aspetto determinante nelle immersioni in grotta.

Perché i rebreather sono usati nelle grotte

Le immersioni in ambienti «overhead» (grotte o relitti con passaggi ristretti) rappresentano alcune delle attività più pericolose della subacquea tecnica. Non esiste la possibilità di una risalita diretta: per emergere è necessario ripercorrere l’intero percorso.

Nel caso delle Maldive, secondo Dan Europe, il sistema di grotte si sviluppa tra i 55 e i 60 metri di profondità ed è composto da tre camere collegate da cunicoli stretti. Un contesto estremamente complesso anche per sub esperti. In questo scenario il rebreather garantisce vantaggi determinanti. La riduzione delle bolle limita infatti il rischio di smuovere sedimenti dal soffitto della grotta, prevenendo il cosiddetto silt out: una sospensione di particelle che può annullare completamente la visibilità. Inoltre il minor consumo di gas consente permanenze più lunghe e una gestione più efficiente delle fasi decompressive.

Un ulteriore elemento cruciale è il controllo della miscela respiratoria. A grandi profondità l’azoto può indurre narcosi, mentre concentrazioni errate di ossigeno possono risultare tossiche. I Ccr mantengono livelli di ossigeno estremamente stabili e controllati, riducendo una parte significativa dei rischi fisiologici. Di contro, la complessità operativa è elevata: elettronica, sensori, gestione dei gas e procedure di emergenza richiedono un lungo addestramento e rigorosa disciplina. Non a caso queste tecnologie sono impiegate soprattutto da sub tecnici, esploratori speleosubacquei, unità speciali e operatori militari.

Chi sono i tre specialisti finlandesi

Il team inviato da Dan Europe è formato da tre sub finlandesi altamente specializzati in immersioni profonde e speleosubacquee.
Sami Paakkarinen è una delle figure più note del gruppo: sub professionista attivo dagli anni Novanta, istruttore Ccr ed esploratore subacqueo, ha preso parte a operazioni di recupero complesse come la missione nella grotta di Plura, in Norvegia, nel 2014, raccontata anche nel film «Diving into the Unknown».

Con lui operano Jenni Westerlund, esperta di ambienti «overhead» come miniere sommerse e sistemi carsici, e Patrik Grönqvist, sub tecnico e fotografo subacqueo con esperienza anche in contesti di soccorso regionale.
Il fatto che lavorino insieme da tempo rappresenta un elemento decisivo, poiché nelle operazioni di recupero in profondità il coordinamento del team è tanto importante quanto l’attrezzatura. A rafforzare ulteriormente l’efficienza operativa c’è un dettaglio tecnico rilevante: tutti utilizzano lo stesso modello di rebreather.

Come spiega Pellegrini: «È il Jj-Ccr, considerato uno dei sistemi più affidabili e robusti oggi disponibili sul mercato. Una macchina apprezzata nella comunità tech e cave diving per la qualità costruttiva, i materiali estremamente durevoli e l’elettronica avanzata, progettata per operazioni impegnative e ad alta ridondanza». Non si tratta di una scelta casuale: «Il fatto che tutti i membri del team utilizzino la stessa piattaforma rappresenta un ulteriore vantaggio operativo molto importante. Significa procedure standardizzate durante i check pre-immersione, maggiore rapidità e familiarità nella gestione delle emergenze, possibilità di intervenire immediatamente sulla macchina del compagno conoscendone perfettamente funzionamento e configurazione, componenti e pezzi di ricambio condivisibili».

In operazioni di search & recovery ad altissimo rischio, conclude Pellegrini, «eliminare questo tipo di variabili operative rappresenta un vantaggio significativo in termini di sicurezza ed efficienza».
Secondo Dan Europe, le operazioni alle Maldive includono inoltre l’impiego di Dpv (propulsori subacquei utilizzati per accelerare gli spostamenti sott’acqua) e configurazioni di sicurezza ridondanti. Ogni elemento viene duplicato, poiché in un contesto del genere non esiste alcun margine di errore.

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