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Omicidio a Rogoredo, l’agente Cinturrino piange davanti al Gip: “Mai stato violento, ho agito solo per paura”

L’assistente capo nega omicidio e pestaggi, ma i testimoni lo accusano di aver simulato uno scontro a fuoco per coprire il delitto

Omicidio a Rogoredo, l’agente Cinturrino piange davanti al Gip: “Mai stato violento, ho agito solo per paura”

Caso Mecenate: Cinturrino si difende in aula tra lacrime e smentite

“Sono enormemente dispiaciuto per la fine che ho fatto io e per la fine che ha fatto questo ragazzo”. Con queste parole Carmelo Cinturrino si è presentato dinanzi al giudice per le indagini preliminari, rilasciando dichiarazioni spontanee durante l’incidente probatorio volto a definire gli elementi testimoniali dell’inchiesta. L’assistente capo del commissariato milanese di Mecenate è accusato di oltre trenta illeciti, tra cui l’omicidio premeditato di Abderrahim Mansouri, il pusher freddato la sera del 26 gennaio presso il boschetto di Rogoredo. L’agente ha respinto con forza le pesanti accuse mosse nei suoi confronti: “Non ho mai usato violenza contro nessuno o sottratto droga e soldi, mai picchiato nessuno”. Riguardo alla detonazione che ha ucciso il ventottenne, il poliziotto ha parlato di un gesto dettato esclusivamente dal timore.

La versione dell’agente

Nonostante le numerose testimonianze lo descrivano come un uomo dedito a pestaggi ed estorsioni, anche ai danni di soggetti fragili, Cinturrino ha negato ogni abuso: “Non ho mai fatto uso gratuito della forza”. Ha inoltre chiarito la funzione di quell’attrezzo che gli era valso soprannomi come “Thor” o “Luca Martello”, sostenendo che lo utilizzasse “per andare a scavare e per cercare la droga o per evitare di toccare siringhe e garze sporche di sangue”. Smentendo i profitti illeciti derivanti dal presunto furto di stupefacenti, ha asserito: “Ho sempre fatto i verbali di sequestro e le denunce per resistenza”.

Il poliziotto ha poi ripercorso la propria carriera, citando premi e atti di solidarietà, come la distribuzione di pasti e coperte agli indigenti del quartiere: “Mi sono sempre mosso con l’intento di assicurare i criminali alla giustizia, sono stato un poliziotto corretto”. In aula è apparso visibilmente scosso, specialmente nel citare l’orgoglio familiare: “Sono il primo della mia famiglia ad aver indossato l’uniforme”, cedendo poi alla commozione nel ricordare il colloquio in carcere con il genitore.

Le pesanti accuse dei testimoni oculari

Di parere opposto sono le ricostruzioni fornite dai primi tre testi ascoltati tra il 10 e l’11 aprile. Un giovane di 29 anni ha riferito di aver subito percosse da Cinturrino e dai suoi colleghi proprio all’interno degli uffici di Polizia. Di particolare rilievo la deposizione di un trentunenne di origine afghana, che ha dichiarato di aver assistito di nascosto all’uccisione di Mansouri. Secondo il testimone, il poliziotto avrebbe tentato di inquinare la scena del crimine collocando un’arma giocattolo accanto al cadavere per simulare un conflitto a fuoco e invocare, così, la scriminante della legittima difesa.

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