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Omicidio Pavia, lo psicologo: “Violenza giovanile? Facile dare la colpa ai social. Gli adolescenti soffrono perché gli adulti non li ascoltano”

Ad Affaritaliani Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta e Presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano, commenta gli ultimi episodi di cronaca che vedono al centro sempre più adolescenti come portatori o vittime di violenza

Omicidio Pavia, lo psicologo: “Violenza giovanile? Facile dare la colpa ai social. Gli adolescenti soffrono perché gli adulti non li ascoltano”

Lo psicologo Matteo Lancini: “Violenza giovanile? Facile dare la colpa ai social. Gli adolescenti soffrono perché gli adulti non li ascoltano. Ecco cosa possiamo fare per aiutarli”

“Non esiste un vero conflitto generazionale come spesso viene raccontato. Le nuove generazioni non sono in una posizione di scontro con gli adulti: sono piuttosto dentro una distanza emotiva e relazionale che non riusciamo più a colmare”. A dirlo ad Affaritaliani è Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta e Presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano, in relazione agli ultimi episodi di cronaca che vedono al centro sempre più adolescenti come portatori o vittime di violenza. Il primo scenario rimanda ai fatti di Pavia, dove un sedicenne è accusato di aver ucciso un 25enne con un cacciavite, mentre a Vasto un ragazzo di 21 anni è stato ucciso a coltellate nel garage condominiale e per l’omicidio è stato fermato il padre. Fatti diversi, contesti distinti, ma una domanda comune: che cosa sta accadendo alle nuove generazioni?

Secondo lo psicologo – in libreria con il suo ultimo lavoro “Chiamami adulto – Come stare in relazione con gli adolescenti” – le nuove generazioni spesso si ritirano, si isolano o faticano a trovare un linguaggio per esprimere ciò che provano. “Le emozioni dei bambini e degli adolescenti, spesso, non vengono legittimate. La tristezza, la rabbia, la paura sono vissute dagli adulti come qualcosa che disturba, che complica la gestione quotidiana. Così imparano presto che non tutto può essere detto o mostrato. Quando il sentire autentico non trova spazio, non scompare. Si trasforma. E può diventare ansia, angoscia, fino ad arrivare a forme di sofferenza più estrema, che oggi vediamo anche negli accessi ai servizi socio-sanitari. Quando il mondo adulto è troppo impegnato, o poco disponibile all’ascolto, il rischio è che il bisogno emotivo dei più giovani resti senza risposta“, dice l’esperto.

“Assistiamo a un aumento di richieste di aiuto, di comportamenti autolesivi, di ritiro. Alcuni ragazzi spariscono dalla vita sociale proprio nel momento in cui dovrebbero iniziare a costruirla. Siamo alle prese con una forma di violenza che nasce anche dal fatto di non essere cresciuti dentro un vero patto con gli adulti, un patto che prevede un ascolto reale spesso assente. I bisogni dei bambini vengono negati perché gli adulti sono troppo impegnati, e questo impatta sulla loro crescita. Il mancato ascolto sfocia in violenza e distruttività”, spiega Lancini.

Semplificazioni pericolose

Per lo psicoterapeuta, la responsabilità di questa dinamica è soprattutto sociale: “Viviamo in una società attraversata da guerre, da un individualismo senza precedenti, da una forte incertezza sul futuro. I ragazzi sanno che probabilmente staranno peggio dei loro genitori, ma il loro malessere non può essere attribuito ai social, come spesso accade. Se vogliamo capire perché alcuni ragazzi arrivano a esprimere violenza, dobbiamo guardare al contesto in cui crescono. Non possiamo limitarci a vietare, a sequestrare un cellulare, a dire che certe tecnologie, come l’intelligenza artificiale, non devono entrare a scuola. Bisogna dare voce ai ragazzi. Il problema non è il mezzo, è l’assenza di ascolto. Oggi succede che uno studente arriva a scuola e si sente dire che non vale abbastanza, che non è adeguato. E se non si riconosce in quel sistema, viene escluso. Ma cosa stiamo costruendo in questo modo?”, si chiede.

Ne consegue che le nuove generazioni arrivano a ferirsi tra loro, per motivi apparentemente futili, perché non hanno gli strumenti per trasformare il dolore in qualcosa di espressivo, mentre gli adulti spesso si chiamano fuori. “Ci occupiamo di altro, rimandiamo, semplifichiamo. Ma così il problema non scompare: cresce. Attribuire la colpa ai social network o alla musica trap è una spiegazione troppo semplice, che ci solleva dalle responsabilità più profonde del mondo adulto e del contesto sociale in cui questi ragazzi crescono. La società è segnata da precarietà, da individualismo e da un’incertezza sul futuro”, spiega. Dentro questo scenario, il disagio giovanile non può essere letto come un fenomeno isolato o “colpa” di un singolo fattore.

“Il problema oggi è insieme politico, sociale e affettivo. I ragazzi crescono in una società che ha fatto molto per gli adulti e poco per riconoscere i loro bisogni: a scuola li sanzioniamo, diciamo che sono più violenti rispetto al passato, ma intanto aumentano le richieste di aiuto, anche nei contesti educativi. Ci raccontiamo che hanno avuto troppo, ma non è così. Quando un tempo il consumo di sostanze era trasgressione, oggi è spesso un modo per anestetizzare il dolore, e questo dice molto del cambiamento in atto. Siamo lontani anni luce anche nel sistema formativo: educare non può più significare trasmettere contenuti dall’alto verso il basso, bisogna partire dalle domande dei ragazzi, dal loro vissuto, perché il tempo è cambiato e tutto è accelerato”, sottolinea l’esperto.

Molti provvedimenti, invece, vanno spesso nella direzione opposta: “Non è vero che queste generazioni siano state troppo protette: spesso abbiamo chiesto loro di farsi carico delle frustrazioni degli adulti. C’è poi una contraddizione evidente: dopo anni in cui abbiamo represso o spettacolarizzato le emozioni, oggi utilizziamo strumenti come i social per comunicare e influenzare, e allo stesso tempo chiediamo loro di spegnerli. È un messaggio incoerente. Esiste una forma di dissociazione negli adulti: si mettono al mondo figli, ma non sempre ci si assume fino in fondo la responsabilità educativa. Bisognerebbe fermarsi e chiedersi: lo sto facendo per me o per loro? L’ascolto è il punto di partenza: chiedere a un ragazzo ‘chi sei?’, riconoscerlo come soggetto, legittimare le sue emozioni, perché senza questo passaggio il rischio è che il disagio esploda”, sottolinea Lancini.

“Se vogliamo fare qualcosa davvero, dobbiamo cambiare prospettiva: togliere qualcosa a noi adulti, in termini di rigidità e autoreferenzialità, e restituire spazio ai ragazzi. È da lì che devono partire i provvedimenti, di qualsiasi tipo. I ragazzi sono disperati, dobbiamo ritrovare la funzione materna che legittima la paura e la rabbia”, conclude.

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