Omicidio Rogoredo, compare "l’ombra del pizzo". Gli amici del pusher: "Dal poliziotto richieste quotidiane di denaro e droga" - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 15:01

Omicidio Rogoredo, compare "l’ombra del pizzo". Gli amici del pusher: "Dal poliziotto richieste quotidiane di denaro e droga"

Rogoredo, l'ombra del pizzo sul controllo anti-spaccio: poliziotto indagato per omicidio, i colleghi per favoreggiamento

di Carlo Mannelli

Omicidio Rogoredo, l’ipotesi del pizzo nelle indagini. Gli amici del pusher: "Dal poliziotto richieste quotidiane di denaro e droga"

“Dal poliziotto richieste quotidiane di denaro e droga”. Attorno a questa ipotesi, ritenuta uno dei punti centrali su cui stanno lavorando gli investigatori, si muove l’indagine della Squadra Mobile di Milano coordinata dal pm Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola sulla morte di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo durante un controllo anti-spaccio.

A sparare, con un colpo alla testa, sarebbe stato l’assistente capo Carmelo Cinturrino, ora indagato per omicidio volontario. L’accusa – secondo quanto ricostruito – ha trovato riscontri anche negli interrogatori resi giovedì in Questura da quattro colleghi presenti in quelle fasi: per loro la Procura contesta il favoreggiamento e l’omissione di soccorso.

Il nodo delle presunte richieste di “pizzo” emerge dalle dichiarazioni di alcuni conoscenti della vittima, ora al vaglio degli inquirenti. Mansouri avrebbe confidato di pretese quotidiane di denaro e droga: qualcuno avrebbe quantificato in 200 euro e cinque grammi di cocaina al giorno. Il 28enne, sempre secondo i racconti, a un certo punto avrebbe respinto le richieste dell’agente e da quel momento avrebbe iniziato ad avere paura del poliziotto.

"Voleva soldi anche dai tossici". La stessa accusa, riferita da una serie di persone, riguarda anche altri spacciatori e tossicodipendenti tra Corvetto e Rogoredo. I legali del 28enne, Debora Piazza e Marco Romagnoli, avrebbero fornito un elenco di nomi da sentire alla Procura di Milano e alla squadra mobile. Le richieste – stando a quanto riportato – sarebbero state quotidiane, tra i 100 e i 200 euro al giorno: "Ci metteva in fila", è la sintesi di uno dei racconti. Nel quartiere, sempre secondo le testimonianze, l’agente non si faceva chiamare con il suo vero nome ma con lo pseudonimo di "Luca".

Nel quadro dell’inchiesta entra anche la ricostruzione della scena dopo lo sparo. Cinturrino avrebbe raccontato di aver reagito dopo aver visto Mansouri puntargli contro una pistola, rivelatasi poi una replica di una Beretta 92 con tappo rosso. Ma, secondo quanto ricostruito, l’arma sarebbe stata messa accanto all’immigrato in un secondo momento, dopo che l’agente avrebbe detto a un collega di recarsi al commissariato Mecenate a prendere uno zaino; il collega ha sostenuto di non sapere cosa contenesse la borsa che probabilmente custodiva l’arma.

Dai verbali e dalle testimonianze raccolte emergono inoltre presunti comportamenti illegali su cui si cercano riscontri: in alcune occasioni l’agente avrebbe alzato le mani nei confronti di tossicodipendenti e piccoli spacciatori e alcuni sarebbero stati arrestati "gonfiando le prove", come testimonierebbe una sentenza del Tribunale milanese. Altri avrebbero invece lavorato indisturbati in cambio di qualche "stecca".

In questo scenario, i colleghi sentiti dagli investigatori avrebbero tracciato una linea netta sulle responsabilità operative: "Ha gestito tutto lui in quelle fasi, noi non c'entriamo con l'omicidio". Un passaggio che si incastra con l’ipotesi investigativa di una gestione opaca di alcune operazioni antidroga e con il sospetto che proprio il presunto “pizzo” preteso anche nei confronti di Mansouri, nell’ultimo periodo, possa aver alimentato dissapori e tensioni.

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