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“Violenza sulle donne? Non parlate di raptus di follia”. L’intervista a Maria Rita Parsi

 

ponza autore PARSI

“Quando si parla di violenze, espressioni come “raptus di follia” sono scientificamente errate: perché i raptus, quasi sempre, sono preceduti da segnali”. Per questo, secondo la psicoterapeuta e scrittrice Maria Rita Parsi, la terapia è fondamentale: ‘Bisogna rivolgersi a persone competenti, per curare e prevenire’.  La denuncia, ugualmente, va affidata alle istituzioni: ‘Facebook è uno strumento inadeguato’.

Ospite della rassegna letteraria Ponza d’Autore, nella serata dedicata al tema delle violenze e dei disagi familiari, Maria Rita Parsi parla anche del caso Di Cataldo.

Denunciare una violenza significa prima di tutto trovare la forza di superare un blocco. È più facile farlo da dietro uno schermo sebbene il pubblico sia molto più ampio?
Considero terribile questa spietatezza dell’assenza di privacy. È una violenza anche la gogna mediatica. La denuncia su Facebook non è una modalità che condivido, temo che così, tante volte, possano commettersi profonde ingiustizie. Il femminicidio, la violenza nei confronti delle donne, il malessere nei rapporti di coppia devono trovare una cura nella giustizia. Certo, però, capisco anche la frustrazione di chi si rivolge alle istituzioni e non trova nessuno a fermare la violenza. Anna Laura Millacci e Massimo di Cataldo hanno già una figlia.

Un gesto così forte mediaticamente non la espone a un rischio troppo grande? Sicuramente. È una violenza doppia, tripla, quadrupla. Nel meccanismo carnefice-vittima, dice bene Luciana Littizzetto, la prima volta che uno alza le mani è già da mettere da parte. Tra le forme di violenza quotidiana, accanto a quella fisica, c’è anche quella assistita, che colpisce i bambini, i soggetti più fragili.

Come tutelare i figli di persone che hanno subito violenza?
C’è da fare un lungo lavoro terapeutico. Bisogna intervenire fin da quando sono piccoli: il rischio, altrimenti, è che i figli diventino depressi o violenti a loro volta.

Il bambino deve capire cosa sta accadendo?
Il bambino lo capisce bene da sé e vive la violenza profondamente. Se non viene picchiato anche lui, vede violare e insultare e patisce così una violenza indiretta che lo coinvolge comunque. Per non avere più paura, si rischia di voler diventare l’aguzzino.

Perché alcune donne giustificano le violenze subite? Perché hanno paura, si sentono sole. La radice profonda è sempre la solitudine. Non si sentono appoggiate, sono senza alleati. E anche la perdita di fiducia nelle istituzioni gioca la sua parte. Non esistono solo i morti per mano di qualcuno… ci sono anche i morti dentro: quelli che viaggiano con l’anima spenta e il cervello distrutto.

Giulia Carrarini
Francesco Giambertone