Ci siamo: fra pochi giorni verrà resa nota la cinquina del Premio Strega 2025 e si andrà verso la parte finale dell’ambito riconoscimento. Precisamente, la proclamazione dei finalisti avrà luogo mercoledì 4 giugno, alle ore 18.30, presso il Teatro Romano di Benevento: si terrà una vera e propria presentazione dei dodici autori candidati, per terminare quindi il pomeriggio annunciando la cinquina di quest’anno.
Ricordiamo che, per chi non riuscisse a partecipare di persona – l’evento è generalmente sold out in poco tempo, ma vale la pena tentare di informarsi su eventuali posti rimasti –, la cerimonia sarà visibile anche in diretta streaming su Rai Play, con la conduzione di Stefano Coletta. Sin dalla nascita il Premio Strega è stato indice dei gusti letterari degli italiani. I libri premiati dal 1947 a oggi raccontano il nostro Paese documentandone la lingua, i cambiamenti, le tradizioni.
In merito alla dozzina di quest’anno, che ha scatenato anche qualche polemica per l’esclusione di autori noti e apprezzati, la Presidentessa del Comitato direttivo Melania Mazzucco ha dichiarato: “I titoli candidati all’edizione 2025 del Premio Strega rispecchiano nell’insieme una pluralità di generi e generazioni. Ogni gamma della prosa contemporanea è rappresentata: romanzo, memoir, narrativa non-fiction, graphic novel, romanzo biografico, giallo, noir, thriller, distopico (ma nessun fantasy). Tuttavia i romanzi veri e propri non sono la maggioranza. Predomina il racconto dell’Io: la cosiddetta autofiction o l’autobiografia vera e propria che ricorre, coi suoi fasti e le sue miserie.
Il leit motiv di quest’anno è la follia. Sbriciolamento dell’Io, depressione, crollo psichico. Nel 2025 la salute mentale è un’emergenza sociale, ma anche letteraria. Infine, qualche parola sulla lingua. Tranne che in pochi ambiziosi romanzi simbolisti o sperimentali, si tratta perlopiù di un italiano funzionale. Il dialetto, impiegato nella narrativa di consumo come vezzo di colore, quasi un arredo di scena, diventa ormai nei romanzi di ambientazione contemporanea una scelta voluta di personaggi italofoni, il ricordo (anche polemico o comico) delle radici nella piccola patria, ormai aperta al mondo globale”.

Vediamo, allora, quali sono i dodici titoli in gara:
1. Valerio Aiolli, Portofino blues (Voland), proposto da Laura Bosio.
2. Saba Anglana, La signora Meraviglia (Sellerio Editore), proposto da Igiaba Scego.
3. Andrea Bajani, L’anniversario (Feltrinelli), proposto da Emanuele Trevi.
4. Elvio Carrieri, Poveri a noi (Ventanas), proposto da Valerio Berruti.
5. Deborah Gambetta, Incompletezza. Una storia di Kurt Gödel (Ponte alle Grazie), proposto da Claudia Durastanti.
6. Wanda Marasco, Di spalle a questo mondo (Neri Pozza), proposto da Giulia Ciarapica.
7. Renato Martinoni, Ricordi di suoni e di luci. Storia di un poeta e della sua follia (Manni), proposto da Pietro Gibellini.
8. Paolo Nori, Chiudo la porta e urlo (Mondadori), proposto da Giuseppe Antonelli.
9. Elisabetta Rasy, Perduto è questo mare (Rizzoli), proposto da Giorgio Ficara.
10. Michele Ruol, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia (TerraRossa), proposto da Walter Veltroni.
11. Nadia Terranova, Quello che so di te (Guanda), proposto da Salvatore Silvano Nigro.
12. Giorgio van Straten, La ribelle. Vita straordinaria di Nada Parri (Laterza), proposto da Edoardo Nesi.
Nelle prossime pagine per ogni opera in concorso potrete leggerne una presentazione, con tre domande esclusive all’autore/autrice. Successivamente, nell’arco dell’anno e fino al prossimo Premio Strega, approfondiremo ogni libro con una recensione specifica. Buona lettura.
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1) Portofino blues di Valerio Aiolli (Voland)
Nel suo nuovo romanzo Portofino blues, Valerio Aiolli affronta uno dei misteri irrisolti più emblematici dell’Italia recente, intrecciando la sorte enigmatica di una figura del jet set internazionale alla narrazione collettiva di un Paese che non smette di interrogarsi sul proprio passato prossimo. L’opera si apre con un fatto realmente accaduto: l’8 gennaio 2001, nel giardino della sontuosa Villa Altachiara, a picco sul mare ligure, sparisce Francesca Vacca Agusta. Una ventina di giorni dopo, il suo corpo verrà ritrovato in acque francesi, senza che nessuna certezza accompagni il ritrovamento.
Aiolli compone il racconto come un mosaico inquieto, dove ogni frammento – una voce, un ricordo, un titolo di giornale – contribuisce alla costruzione di un quadro che sembra destinato a restare incompleto. Tra sussurri e interrogativi, emerge il ritratto sfaccettato di una donna complessa, contesa tra il privilegio e la solitudine, che da protagonista del lusso internazionale finisce inghiottita da un destino opaco.

Ma Portofino blues (Voland) è ben più di una cronaca romanzata: è uno scavo nelle pieghe della società italiana, un’indagine che abbraccia territori geografici e morali, dai fasti liguri ai rifugi fiscali svizzeri, dalle ville lombarde agli scenari esotici di Acapulco e Miami. Nel continuo alternarsi di prospettive, l’autore costruisce un dispositivo narrativo che mescola documentazione e immaginazione, lasciando spazio all’ambiguità e alla sospensione.
Tra le righe, si dipana anche il racconto di un’epoca: quella attraversata da Tangentopoli, dalle metamorfosi della finanza, dagli eccessi mediatici del berlusconismo nascente. Il mistero della contessa diventa specchio di un’Italia sedotta dalla ricchezza, disillusa dalla politica, ipnotizzata dallo spettacolo del potere.
Aiolli adotta uno stile essenziale, ma denso di risonanze, capace di evocare paesaggi mentali e atmosfere decadenti. Ogni capitolo è un affondo nell’inconscio nazionale, un’ulteriore tessera di un enigma che si fa allegoria. La prosa, limpida e tagliente, restituisce una narrazione che si muove tra noir e romanzo storico, tra cronaca e introspezione.
Con Portofino blues, proposto al Premio Strega 2025 da Laura Bosio, l’autore conferma la propria vocazione a sondare i margini della storia italiana, costruendo trame che non offrono soluzioni, ma rilanciano domande. Un’opera che inquieta e affascina, tenendo accesa la fiammella del dubbio e dell’attenzione.

Intervista all’autore
Da dove prende vita il suo interesse per la figura della contessa e la volontà di raccontarne la storia?
“Anni fa una coppia di amici mi segnalò di osservare con un po’ di attenzione la vicenda legata alla vita e alla morte di Francesca Vacca Agusta, che io ricordavo vagamente. Bastarono poche ore passate in rete per convincermi che si trattava di una storia complessa, stratificata, fortissima, e che era necessario che mi provassi a raccontarla con gli strumenti della letteratura.
Oltre al mistero del “cosa accadde davvero quella sera nella villa”, a intrigarmi in pari misura era la possibilità di narrare le vite di personaggi molto diversi tra loro (l’imprenditorialità della famiglia Agusta, la scalata sociale di Maurizio, la vita errabonda di Tirso, la fresca bellezza di Susanna), i quali portavano nella storia pezzi di mondi importanti nel passato recente italiano, ma non solo: il miracolo economico degli anni ’50 e ’60, Tangentopoli, il Messico dei ricchi, solo per citarne alcuni.
La loro interiorità, che soltanto l’immaginazione letteraria poteva provarsi a ri-creare, rappresentava poi un ventaglio variegato di caratteri, in cui ciascuno avrebbe potuto trovare punti di contatto o di distacco. E tutto questo circo girava intorno alla figura di una donna che della bellezza e della disinvoltura aveva fatto il proprio passaporto, rispecchiandosi in qualche modo anche nella bellezza di Portofino, e che affrontava con pena e fatica l’inevitabile china dell’invecchiamento. C’erano poi le manovre per accaparrarsi l’eredità, che, dopo la sua scomparsa, avvenivano sotto gli occhi degli inquirenti e della stampa. Insomma era una singola vicenda ma ne conteneva molte, una più interessante dell’altra”.
Come mai ha scelto di seguire il filone noir, oltre alla biografia? È un genere che la appassiona?
“In tutti i miei libri, anche in quelli più apparentemente “white”, ho cercato di inserire meccanismi narrativi che tenessero viva la tensione, e ho sempre avuto la sensazione di stare scrivendo dei thriller, sia pure magari dell’anima, anche se poi alla fine non lo si percepiva coscientemente.
In questo caso il procedimento è più scoperto perché è la storia stessa che lo chiama: una vicenda intricata e mai chiarita fino in fondo poteva essere indagata meglio proprio con gli strumenti della storia di tensione. Non credo, però, di essermi appoggiato più di tanto agli stilemi del noir: non c’è un personaggio “maledetto” che fa l’investigatore, non c’è una storia d’amore impossibile che si chiude sotto la pioggia. C’è un sentimento, questo sì, nero, o almeno grigio scuro, che avvolge i personaggi presenti a Villa Altachiara in quella giornata d’inverno del 2001, che però poi vengono raccontati in tutti gli altri loro colori, attraverso i vari momenti del loro passato che emergono dal quel buio, prima di affondarvi nuovamente”.
Come si sono svolte le ricerche per il libro, che è ambientato in tante località diverse?
“Su internet si trovano molti elementi: quotidiani dell’epoca, filmati, interviste, file audio. Poi ci sono i libri, sia quelli scritti dagli stessi co-protagonisti (o da loro conoscenti) che le più o meno rigorose ricostruzioni giornalistiche: in parte si tratta di pubblicazioni acquistabili, in parte reperibili in biblioteca.
Poi i sopralluoghi, ripetuti spesso più di una volta: a Portofino, a Cascina Costa, a Cap Bénat. Al Messico ho dedicato un mese intero. In alcuni di questi luoghi, oltre a osservare nell’insieme e nei dettagli, mi è capitato di parlare con qualcuno che in qualche modo, sia pur alla lontana, aveva avuto a che fare con la vicenda. In tutto ho lavorato per un paio d’anni, a tempo pieno. È stato un viaggio intenso, a volte disperante, più spesso entusiasmante”.
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2) La signora Meraviglia di Saba Anglana (Sellerio Editore)
Nel suo sorprendente esordio narrativo, La signora Meraviglia, Saba Anglana compone una tessitura di memorie familiari e interrogativi esistenziali, facendo vibrare sulla pagina una voce insieme lirica, ironica e politicamente consapevole. Nata a Mogadiscio da madre etiope e padre italiano, l’autrice – già nota per il suo talento musicale e teatrale – trasporta nel romanzo la stessa forza espressiva che da sempre contraddistingue la sua arte. Ne scaturisce un racconto a cavallo tra memoir e saga, tra indagine sulle origini e mappa emotiva di un’appartenenza spezzata.
La vicenda si snoda lungo un doppio binario temporale. Da un lato la nonna Abebech, fanciulla etiope strappata alla propria terra nel 1938 e condotta in Somalia da un ascaro, nel cuore dell’Africa Orientale Italiana coloniale; dall’altro la zia Dighei nel 2015 a Roma, dove lotta con ostinazione per ottenere una cittadinanza che dovrebbe legittimare un’esistenza già vissuta integralmente sul suolo italiano. L’ostacolo burocratico si trasfigura in simbolo, diventando il perno intorno a cui ruota un’intera riflessione sulla legittimità del sentirsi “parte di” in un Paese ancora segnato da rigidità identitarie.

Il manoscritto alterna il tono evocativo del ricordo al respiro largo del romanzo storico. Il passato coloniale, l’eco del sopruso e della dislocazione si riflettono sulle generazioni successive come un’ombra lunga. La “signora Meraviglia”, nome domestico e affettuoso per designare la cittadinanza italiana, incarna una chimera moderna: promessa di appartenenza e, al tempo stesso, strumento di esclusione. Anglana, con penna affilata e sensibilità antropologica, smonta il meccanismo kafkiano dell’amministrazione, rivelando il volto surreale di un sistema che trasforma la normalità in odissea.
Attraverso uno stile che coniuga il dettaglio sensibile con un ritmo incalzante, l’autrice costruisce un universo popolato da figure femminili potenti e fragili, sospese tra mondi. Abebech, prigioniera dei propri demoni, affonda lentamente nell’indicibile, mentre Wezero Dinkinesh – colei che dà il titolo al libro – assume le sembianze della liberazione, del riscatto e della memoria che guarisce. Dighei, invece, si batte in una quotidianità che diventa epica, tragicamente comica e profondamente umana.
Nel corso della narrazione, l’identità si rivela come esperienza stratificata, mai definitiva. Ogni protagonista, compresa la stessa Saba, si confronta con il desiderio di definirsi senza essere definita. In tal senso, il romanzo si fa vera pedagogia della complessità, invitando il lettore a rifiutare visioni semplicistiche, a rinunciare all’ossessione classificatoria, a riconoscere la dignità dell’ibrido.
La signora Meraviglia (Sellerio) è molto più di un romanzo sull’emigrazione o sul diritto: è un’opera sulla presenza, sull’eredità, sulla possibilità di trasmutare il dolore in consapevolezza. Un libro che ride e piange, che canta e sussurra, che evoca le voci degli antenati e accoglie i fantasmi con tenerezza. Una prova letteraria matura, coraggiosa, necessaria.

Intervista all’autrice
Già nella dozzina dello Strega al suo esordio nella narrativa. Come sta vivendo questo momento?
“Dozzina rimanda a quel magnifico gruppo che aveva doti mistiche e diffondeva il verbo. Non siamo certo apostoli, e davvero non in odore di santità, almeno per quanto mi riguarda, ma l’idea di essere tra i selezionati di quest’anno mi fa vibrare di una gioiosa responsabilità.
La signora Meraviglia, il mio romanzo, ha del resto vita propria, è avventurosa, ha sete d’ascolto e decide lei dove andare. Io la seguo, grata, l’accompagno dove vuole, le faccio da megafono, consapevole di dover essere all’altezza dei suoi messaggi universali. “Mettersi a servizio” dell’arte che ci fa visita, che ci sceglie come canali di trasmissione, in un atteggiamento di restituzione. Ecco forse, di nuovo con un sorriso, il senso della dozzina”.
Si tratta di un memoir molto fedele e autobiografico o ha giocato anche con la fiction?
“Avevo materiale vivo per le mani, testimonianze dirette e resoconti dettagliati, preziosi per una ricostruzione fedele di una storia complessa, che poggiava su di un arco temporale vasto e una geografia con più nazioni. Ho anche lavorato attingendo dagli archivi storici per una base solida del racconto.
Ma poi esiste quel momento specialissimo di sintesi in cui la razionalità e l’immaginazione decidono di abbracciarsi e di guidare insieme il cantiere della scrittura. È lì che la realtà si allarga, è tutto perfino più autentico, ogni episodio raccontato, anche quando non necessariamente accaduto. Questa è stata la chiave anche per poter includere in modo organico e funzionale l’importante parte magico-esoterica nel romanzo”.
Al di là della letteratura, qual è la sua percezione del rapporto tra Occidente e continente africano? C’è una reale sensibilità nei confronti dell’argomento migratorio e delle sue criticità?
“Perché costantemente porre l’accento sull’atteggiamento assistenzialista nel rapporto con il continente africano? È un vizio di forma e una barriera psicologica dell’Occidente. Quanti libri, quante opere d’arte, quante conferenze ancora dovremmo realizzare per restituire dignità ai popoli africani e alla profondità delle loro culture, per squarciare quel velo paternalista e illuminare così storie piuttosto che narrazioni?
Per quanto riguarda le migrazioni, un tempo gli spostamenti dei popoli avevano contorni epici, i migranti erano eroi nella cultura classica, cultura di cui si rivendicano le radici. Oggi, chi abbandona tutto per una nuova vita è invece percepito da questa parte del mondo come un fastidio, una malattia delle società, le cellule impazzite nel corpo del pianeta. C’è incredibilmente ancora tanto lavoro da fare”.
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3) L’anniversario di Andrea Bajani (Feltrinelli)
Con L’anniversario, Andrea Bajani consegna un romanzo tagliente e misurato, capace di affrontare uno dei pochi tabù ancora intatti nella narrazione contemporanea: il distacco irrevocabile dai propri genitori. Pubblicato da Feltrinelli e proposto al Premio Strega 2025 da Emanuele Trevi, il libro rompe il silenzio su una forma di emancipazione che ha il sapore dell’eresia, ma anche della salvezza.
Dieci anni separano il protagonista dalla sua ultima visione dei genitori. Un decennio di silenzio scelto, di oceani messi in mezzo, di numeri cancellati e case abbandonate. Un’assenza assoluta, che non chiede né vendetta né perdono, ma diventa il fondamento di una nuova identità, finalmente libera di respirare.
Bajani racconta questa scelta senza cedere a derive patetiche o accusatorie. Lo fa con una prosa precisa, essenziale, intima. La sua è una voce che non alza mai il tono, ma colpisce con la forza del non detto, del sottinteso che lacera. La famiglia ritratta nel romanzo è un sistema chiuso, dove amore e controllo si sovrappongono, dove la madre si consuma nel desiderio di esistere solo attraverso lo sguardo del marito, mentre il padre impone la propria presenza come un dominio, una sentenza.

In questa prigione domestica, ogni apertura verso l’esterno – una chiamata, un’amicizia, un contatto scolastico – viene percepita come un’intrusione e presto espulsa. Il figlio cresce nel vuoto relazionale, ma anche nella resistenza silenziosa, finché quel desiderio di rinascita, a lungo covato, esplode nella decisione definitiva di voltarsi e non tornare più indietro.
Il testo è attraversato da una lucidità che non lascia scampo. Non ci sono riconciliazioni, né illusioni. Solo la constatazione che in certi casi l’unica via d’uscita passa per la rottura. Una ferita aperta, ma fertile. Come nota Emmanuel Carrère, «il libro possiede una “scandalosa calma”, una compostezza che amplifica il trauma invece di attenuarlo».
Non è un’opera sul dolore, ma sulla sua trasmutazione in consapevolezza. Con l’arte raffinata dello scavo interiore, Bajani costruisce una narrazione dove l’esperienza privata si fa specchio collettivo. La sua scrittura si nutre di sottrazione, elegge la semplicità come misura di verità e restituisce alla letteratura il compito di dire l’indicibile.
L’anniversario non giudica, non assolve. Racconta. E nel farlo, ci ricorda che, a volte, per sopravvivere è necessario voltare le spalle a ciò che ci ha generati.

Intervista all’autore
Seconda esperienza al Premio Strega. Sono diverse le aspettative e il modo di vivere la competizione?
“È diverso il mondo in cui viviamo, soprattutto. Il 2021, l’anno post pandemico, era l’anno successivo al tragico marzo del 2020. E andavamo verso un’estate di fiducia, pur se guardinga. Si cominciava ad aprire, in Italia, le persone provavano il sentimento di un ritorno a ciò che avevano.
L’autunno successivo ci sarebbe stato un nuovo picco, ma quell’estate c’era un sentimento di, anche se cauto, sollievo. Andammo in giro così, con lo Strega. E insomma, non dico che fosse una festa, ma stava dentro un’idea di comunità che si ritrova, con i libri che tornano all’idea originaria: portare le storie alla gente, nelle piazze, nelle case.
Il 2025 è un anno molto cupo, il mondo è segnato da conflitti devastanti che non accennano, nonostante le tante parole in merito, a placarsi. C’è un radicalizzarsi della violenza, sia sul versante geopolitico sia nella società più in generale. Lo si percepisce dovunque, a qualsiasi latitudine.
Ecco, in questo contesto lo Strega 2025, l’esperienza che comporta, assume ai miei occhi una dimensione civile, di atto di civiltà e in qualche misura di resistenza. Portare i libri nelle piazze, nelle case, significa opporre civiltà alla violenza, complessità alla semplificazione. È questa la competizione in gioco: la civiltà del pensiero contro la violenza generalizzata”.
È molto interessante, in questo suo romanzo, il racconto di quella che a tutti gli effetti può essere raccontata come una forma di violenza familiare, senza che però si arrivi quasi mai alla violenza fisica, per lo meno non in forme gravi, a parte sporadici episodi. Eppure siamo ancora abituati a pensare che laddove non ci siano schiaffi e ricoveri in ospedale non c’è vera violenza. È così? Come definiresti la violenza, anche in base alla tua personale esperienza?
“La violenza è la privazione, attraverso l’uso della forza, della libertà altrui. Questo è violenza, molto semplicemente. E la violenza si serve di vari strumenti. L’intimidazione, cioè l’allusione alle conseguenze che potrebbero derivare dal sottrarsi al volere della persona violenta, è uno degli strumenti. La manipolazione, cioè l’estorsione di comportamenti non voluti attraverso un sottile, seduttivo, insieme di atti e parole, è un altro degli altri modi con cui la violenza si esercita.
Ma troppo spesso vengono considerati modi normali, nelle famiglie come nella società. La minaccia, velata o esplicita, è accettata come una dinamica ordinaria. E non può esserlo. La letteratura ha questo potere, di trasformare l’ordinario in straordinario. Direi proprio che è questo il suo specifico. E allora, entrare nelle dinamiche di una famiglia con il sondino della letteratura significa far vedere quanto a volte spaventosi e allarmanti possano essere comportamenti che spesso noi non notiamo. Quanto sintomatici di un quadro più grosso e complicato”.
Nel libro usi più volte il termine patriarcato. C’è chi ritiene che non esista più il patriarcato nei Paesi occidentali. Secondo te è così?
“La ripetizione dei termini porta sempre a un sentimento di usura del loro significato. Li si ripete, li si strattona, diventano titoli di giornali, cominciano a essere usati a sproposito, o usati strumentalmente. Così succede a molte parole. Pensiamo negli anni a un termine come flessibilità.
Ad ogni modo, proviamo a dimenticare per un secondo la parola patriarcato. E allora diciamola così: esiste una legge non scritta – e per me inaccettabile – che prevede il dominio del maschio nelle famiglie e nella società. Seconda quella legge non scritta, e inaccettabile, questo dominio può determinare l’uso della violenza, senza che questo comporti lo scandalo di nessuno.
Esiste una lunga consuetudine – inaccettabile, ancora – che prevede la subordinazione della donna all’uomo sulla base di un diritto di genere. Questo esiste, esiste troppo, ed è una forma di violenza. Lo vogliamo chiamare patriarcato? Non piace? È una violenza di genere. Il narratore, maschio, di L’anniversario compie un gesto chiaro: rifiuta questa eredità di genere (l’eredità patriarcale), provando un’altra strada”.
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4) Poveri a noi di Elvio Carrieri (Ventanas)
Con Poveri a noi, sorprendente romanzo d’esordio pubblicato da Ventanas del ventenne Elvio Carrieri, la narrativa italiana accoglie una voce nuova, capace di attraversare i margini della società con linguaggio tagliente e compassione lucida. Edito da Ventanas, il libro si muove nel cuore pulsante di una Bari periferica e disillusa, ritraendo un’amicizia nata nell’adolescenza e minata dal senso di colpa.
L’evento originario è brutale: nel cortile di una scuola media, uno studente viene ferocemente aggredito sotto gli occhi inerti di un compagno. Il primo finisce in ospedale, il secondo – bloccato dal terrore – resta a guardare. Due decenni dopo, Plinio e Libero sono ancora legati, quasi fratelli. Ma la relazione che li unisce è satura di omissioni e rimorsi: una protezione reciproca che ha il sapore del risarcimento.
Libero, ormai docente di lettere nel carcere di Bari, cerca redenzione nel lavoro quotidiano e nell’incontro con Letizia, psicologa pugliese che segna una nuova traiettoria affettiva. La comparsa di questa figura femminile, portatrice di quieta determinazione, mette in crisi l’equilibrio che teneva insieme ciò che restava di un rapporto segnato da un’ombra antica.

Il romanzo si snoda lungo strade urbane percorse da voci disilluse e pensieri interrotti. Lo sfondo è quello di una città colpita da trasformazioni irreversibili, spogliata del suo senso originario e attraversata da corruzione e abbandono. Tuttavia, è proprio in questo spazio disgregato che emergono gesti di umanità, frammenti di speranza, piccoli atti di resistenza quotidiana.
Carrieri costruisce una lingua diretta, asciutta, ma densa di tensione emotiva. I dialoghi si muovono tra ironia e malinconia, regalando uno sguardo tagliente sulla condizione dei “perdenti apparenti”, coloro che, pur stremati, continuano a camminare. Il romanzo è abitato da personaggi che non chiedono riscatto, ma possibilità di essere riconosciuti. La scuola, il carcere, le strade: ogni spazio diventa metafora di un confine da attraversare.
Tra cultura, affetto e disillusione, Poveri a noi è un inno sommesso alla dignità della sopravvivenza.
Come afferma il protagonista: “Mediare tra vuoto e pieno. Parlare, almeno. È già qualcosa”. Un libro che ha il coraggio di nominare l’inadeguatezza senza compiacersene, e che, nel farlo, celebra il valore dell’imperfezione come forma più autentica di resistenza.

Intervista all’autore
Che cosa significa per lei e per il suo romanzo essere nella dozzina? Pensa che quest’anno l’editoria indipendente sia stata premiata più del passato?
“Per me significa tenere a bada la vanità e attuare una sana epochè, una sospensione del giudizio (per ora con risultati sorprendenti), per Poveri significa farsi una bella passeggiata in giro per le librerie d’Italia e non solo per le strade di Bari, che non è mica poco. I numeri non sono il mio forte, ma pare proprio che gli indipendenti quest’anno possano ritenersi soddisfatti”.
La critica ha scritto che la sua opera rimanda a Pier Vittorio Tondelli e apre a una narrativa contemporanea nuova. Quali sono i suoi riferimenti letterari e i modelli che hanno influenzato il suo percorso di scrittore?
“La critica in questo caso è stata troppo gentile, per fortuna che a controbilanciare ci hanno pensato alcuni blogger e lettori. I miei riferimenti? Gli autori che hanno spinto la lingua al massimo e quindi Dante, Campana, Gadda, Fosse. Ma amo anche i narratori puri come Giovanni Arpino”.
La sua storia prende avvio da un “non fare”, da un restare a guardare di fronte alla violenza, pur provando senso di colpa. Perché per agire ci vuole sempre coraggio. Che cosa pensa della società attuale? Siamo ancora in grado di agire e di proteggere o il cinismo e la tendenza a voltarsi dall’altra parte, oltre a una certa indifferenza al male, ci caratterizzano ormai?
“Non è ancora il momento per me di tirar fuori massime sapienziali sulla società e spero mai lo sarà, ma mi pare che siamo tutti, me compreso, molto anestetizzati al male, forse anche per il modo in cui oggi viene letteraturizzato.
In Poveri ho cercato di scavare nella passività e nell’inazione senza mire edificanti in senso morale: i miei personaggi sono pessimi esseri umani che espongono forme del male, senza far scattare l’ingiunzione letteraria (e secondo me è tutto qui il danno) che dice al lettore come schierarsi dalla parte dei buoni, dopo magari essersi fatto voyeur di una bella scorpacciata di drammi altrui.
La mia ingiunzione è semmai quella di attraversare l’ambiguità storica del male e della colpa e di farlo facendosi annientare (ma c’è chi mi ha detto cullare) dalla lingua. Forse solo così io, come lettore e dunque essere umano, posso rendermi più sensibile, se il male mi attraversa mentre leggo”.
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5) Incompletezza. Una storia di Kurt Gödel di Deborah Gambetta (Ponte alle Grazie)
Con Incompletezza. Una storia di Kurt Gödel, edito da Ponte alle Grazie, Deborah Gambetta realizza un’opera narrativa che sfugge a ogni classificazione convenzionale. Tra memoir, biografia e saggio speculativo, l’autrice tesse un racconto che non si accontenta di narrare una vita, ma tenta di restituire l’eco di un’intelligenza che ha attraversato i confini del pensiero matematico e della logica formale, imprimendosi nella storia della conoscenza come un sigillo indelebile.
L’incontro con Gödel avviene per la narratrice in un momento di lacerazione intima: un amore tormentato la lascia svuotata, alla ricerca di un’ossessione capace di salvarla. È così che la figura del genio moravo – autore dei famosi teoremi sull’incompletezza – diventa bussola e specchio. Ma per raccontarlo, Gambetta comprende presto che non basta seguirne la cronologia. Bisogna penetrare l’essenza, sondare l’abisso dove logica e mistero convivono.

L’autrice affronta questa sfida con metodo e passione: studia per anni, si immerge nei testi, assorbe il linguaggio austero dei simboli matematici, finché la vita di Gödel – schiva, ossessiva, ritratta – si svela nella sua irriducibile singolarità. Non c’è avventura nel senso tradizionale, ma un lento e costante lavorìo interiore: l’infanzia interrogante, i silenzi del Circolo di Vienna, il rapporto simbiotico con la moglie Adele, la complicità con Einstein, la fuga dal nazismo, l’isolamento a Princeton.
Deborah Gambetta intreccia la propria voce con quella del suo oggetto di studio, senza mai oscurarne la complessità. Le formule diventano elementi narrativi, i teoremi si trasformano in metafore di esistenza. La scrittura, limpida e ardente, accompagna il lettore in un’ascesa che è insieme razionale e poetica. Le pagine dedicate alla dimostrazione dell’indimostrabilità – vertice del pensiero gödeliano – sono anche un atto di fede nella letteratura come mezzo per avvicinare ciò che sfugge.
La biografia diventa, così, viaggio iniziatico. Gödel non è un semplice personaggio, ma una presenza che esige ascolto e dedizione. Il suo corpo fragile, afflitto da paure e deliri, non annulla ma amplifica la sua grandezza: come se il prezzo della lucidità assoluta fosse la progressiva dissoluzione del quotidiano.
Nel costruire questo libro, Gambetta non solo restituisce una delle menti più influenti del XX secolo, ma ci parla anche del potere della scrittura di disinnescare il caos, di ordinare il dolore, di cercare risposte dove sembrano non esserci. Incompletezza è, in definitiva, un’opera che unisce rigore e lirismo, teoria e emozione, consegnando al lettore una narrazione che è anche un’equazione dell’anima.

Intervista all’autrice
Come è avvenuto il suo “incontro” con Gödel e perché ha voluto raccontarne la storia?
“È avvenuto per caso, come accade per quasi tutte le storie che a un certo punto decidi raccontare. Ho incontrato Gödel in momenti successivi, leggendo di lui su libri che non necessariamente parlavano di matematica.
Prima di capire di volerlo raccontare c’è stata una lunga frequentazione, come volessi prendergli le misure. Esattamente come succede nei rapporti che intrecciamo nella vita reale, dovevamo entrare in intimità. Quando mi sono resa conto che alcuni aspetti di lui risuonavano in me – le sue fragilità, la sua incapacità di relazionarsi col mondo, le sue idiosincrasie, certe manie – allora è nata l’esigenza”.
Quali sono le tematiche che trova più attuali e urgenti nella storia che ha raccontato?
“La volontà di indagare, capire e decifrare la complessità del mondo. Che non necessariamente deve portare a un esito esaustivo. A volte temo, soprattutto di questi tempi in cui ogni discussione è polarizzata, che si sia persa questa capacità di vedere le sfumature”.
Come sta vivendo questo momento speciale?
“Da persona che non ama stare sotto i riflettori la vivo con un po’ di ansia. Sono però felice di essere nella dozzina dello Strega, non me lo aspettavo con un libro come il mio. Cerco di vivere il momento”.
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6) Di spalle a questo mondo di Wanda Marasco (Neri Pozza)
Con Di spalle a questo mondo, edito da Neri Pozza e proposto al Premio Strega 2025, Wanda Marasco offre una meditazione struggente sull’inevitabilità della fragilità, sull’attrito tra la vocazione e il limite, sulla tenacia del dolore nel tempo. Ispirandosi alla figura storica di Ferdinando Palasciano – precursore dell’idea di neutralità dei feriti in guerra – e alla sua enigmatica compagna, Olga Pavlova Vavilova, l’autrice costruisce un’opera che travalica la biografia, per farsi riflessione sull’essere e sul corpo come veicolo di senso.
Ferdinando è un uomo interamente abitato dal rifiuto della morte, che da principio di ribellione si fa ossessione clinica. Il desiderio di guarire diventa, in lui, una missione totalizzante, un imperativo salvifico che, scontrandosi con le ingiustizie subìte, precipita nel delirio. Olga, donna russa segnata da un’infanzia scolpita nell’assenza materna e dalla Storia che si annida nei silenzi familiari, è colei che cerca la fuga ma si arresta sempre, trattenuta da una zoppia simbolica che diventa cifra della condizione umana.

Marasco mette in scena due figure imperfette e potenti, che si muovono in un mondo dove ogni tensione verso l’assoluto finisce per infrangersi contro i confini dell’esistenza. Attraverso una lingua ricamata, composita e profondamente drammatica, l’autrice non si limita a narrare, ma plasma con la parola una sostanza, una visione, una consapevolezza incarnata.
Non è la trama, ma la ricerca espressiva a orientare la bussola di questo testo. La scrittrice parte dalla corporeità, da quella materia viva che si trasforma in medium narrativo: la claudicanza di Olga diventa allegoria dell’inadeguatezza universale, del passo incerto che ci accompagna fin dal primo istante e ci conduce, spesso barcollanti, verso ciò che chiamiamo destino.
Il rapporto tra Ferdinando e Olga, intessuto di pietà e incomunicabilità, è un duetto che si svolge sullo sfondo di una realtà che si piega alla dimensione interiore. Gli asini e i pupi che l’uomo continua a “salvare” sono emblemi di un anelito innocente alla redenzione, mentre le primavere russe che circondano la donna, illuminate da una “luce cieca”, diventano simbolo di ciò che è irraggiungibile ma necessario.
L’ambizione poetica dell’opera si manifesta in una lingua che sfida ogni norma: un idioma che attinge alla musicalità del dialetto, alla solennità della letteratura colta, all’oralità domestica, alla precisione sensoriale della memoria. La narrazione, come ha osservato Giulia Ciarapica proponendo questo romanzo allo Strega, si fa artigianato linguistico, cesello continuo, capace di dire l’indicibile con parole che non sovrastano, ma accarezzano.
Di spalle a questo mondo è una vertigine che attraversa la malattia, l’amore, la follia, la Storia. È il romanzo di chi guarda la realtà da un angolo obliquo, ma proprio per questo la illumina con verità inattese. Un’opera che non consola, ma risuona. E che lascia nel lettore il senso di un’eco profonda, come un passo che, pur incerto, continua a camminare nel tempo.

Intervista all’autrice
Per lei non è la prima esperienza al Premio Strega…
“Sì, ho già partecipato a due edizioni dello Strega. La prima volta nel 2015 con Il genio dell’abbandono. Ero molto emozionata. La seconda nel 2017 con La compagnia delle anime finte. Un’esperienza più divertente e consapevole. Adesso viaggerò con Di spalle a questo mondo, contenta di essere nella dozzina. Vivrò la cosa con equilibrata speranza”.
La dozzina di quest’anno è molto incentrata in follia, alienazione, memoir e biografie. Come mai, secondo lei, c’è un interesse così grande della letteratura e dei lettori attorno a questi generi e temi?
“Le conflagrazioni della Storia si riflettono sulle vite private. Siamo in un’epoca di guerre, di ingiustizie sociali, di rapide e violente trasformazioni. La crisi relazionale, quella della famiglia e dei ruoli, gli abbandoni e l’assenza della cura per i più bisognosi determinano solitudine e ferite.
Si vive in bilico. Sembra che la ratio abbia perso colpi. In una tale condizione, smarrimenti e traumi di varia natura generano la perdita del sé, il dolore che lacera, l’annichilazione che diventa distacco dalla realtà.
La letteratura è tale soltanto se testimonia la condizione umana. Nel memoir la narrazione è una forma di inchiesta necessaria che va alla ricerca del guasto esistenziale, psichico. Nella biografia romanzata, tra fiction, dettaglio storico e reinvenzione si ripercorrono le tappe di una storia umana che specchia la fragilità, le paure e le illusioni di tutti”.
Che cosa la affascina più di tutto dei personaggi che racconta e cosa vorrebbe che trasmettessero ai lettori?
“Due tipi di fascinazione, devo dire. In Ferdinando Palasciano, in Olga Vavilova e negli altri personaggi del mio romanzo ho trovato le “maschere” giuste per raccontare la ferita umana, la claudicanza universale.
Poi mi sono lasciata conquistare da una precisa volontà drammatica e di ognuno ho reinventato l’interiorità, il ritmo dell’anima. In particolare ho annudato Ferdinando e Olga e, attraverso loro, me stessa”.
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7) Ricordi di suoni e di luci. Storia di un poeta e della sua follia di Renato Martinoni (Manni)
Con Ricordi di suoni e di luci. Storia di un poeta e della sua follia, Renato Martinoni non firma una semplice biografia romanzata, ma un’opera sospesa fra realtà e invenzione, capace di restituire, con sconcertante nitore, il crepuscolo esistenziale di Dino Campana, genio irregolare del Novecento. Pubblicato da Manni Editori, il libro esplora l’abisso interiore di una figura tragica, condannata all’incomprensione, alla marginalità, al manicomio.
Strutturato in quattro sezioni – La fata verde, La fata bianca, La fata rossa, La fata nera – il romanzo si configura come un percorso a stazioni, ognuna popolata da visioni, incontri, apparizioni che sfumano tra veglia e delirio. Al centro della narrazione, non il nome, che compare solo all’epilogo, ma “il poeta”, emblema archetipico dell’artista divorato dal proprio fuoco creativo. La realtà, nel tessuto narrativo di Martinoni, si dissolve in una dimensione evocativa e straniante, dove la parola si fa specchio frantumato dell’anima.

In questo itinerario a ritroso – dagli anni successivi ai Canti Orfici sino alla fine nel manicomio di Castel Pulci – l’autore tratteggia una figura animata da contrasti laceranti: fame di infinito e condanna alla solitudine, ispirazione febbrile e smarrimento identitario, lucidità acuminata e perdita progressiva della propria voce. Ogni capitolo è un tassello che compone il mosaico spezzato di un’esistenza votata alla poesia come unica ragione di vita e causa della sua rovina.
Martinoni – già esegeta campaniano e narratore di profonda sensibilità – intreccia in queste pagine l’erudizione dello studioso alla libertà dell’invenzione letteraria, dando vita a una “fiaba lirica”, dove la follia non è solo patologia, ma cifra poetica, segnale estremo della distanza insanabile tra l’uomo e il mondo. Attraverso immagini folgoranti e dialoghi sussurrati, si delinea una geografia interiore disegnata da abbandoni, speranze e visioni.
Le apparizioni femminili – figure trasfigurate di amori, presenze, ossessioni – costellano l’opera come simboli ambigui, incarnazioni dell’amore negato e della salvezza mancata. Samia, traslitterazione letteraria di Sibilla Aleramo, diventa emblema dell’illusione erotica e della ferita mai rimarginata. Gli incontri, i viaggi, le peregrinazioni, assumono valore iniziatico: ogni passo verso l’esterno è anche un affondo nell’abisso psichico.
Il linguaggio, ricco di risonanze simboliste e sfumature decadenti, riflette l’anima tormentata del protagonista, e ne accompagna la discesa nella perdizione. Martinoni costruisce una macchina narrativa precisa, ritmica, incantatoria, dove ogni parola evoca un’eco, ogni scena suggerisce un’allegoria. La poesia, più che un tema, è la materia stessa del racconto.
Questo libro non è dunque una commemorazione, ma una sfida: ci invita a guardare il margine, a confrontarci con l’enigma del genio, a considerare la follia non come scarto, ma come rivelazione. Campana – o “il matto Campèna”, come lo chiama il popolo – non è solo il protagonista, ma la domanda irrisolta su cosa significhi vivere la poesia sino al sacrificio.
Ricordi di suoni e di luci è un tributo vibrante alla parola che arde, alla mente che si consuma nell’eccesso di visione, un inno struggente alla bellezza che non concede tregua. Un romanzo che, come l’autore, si inoltra coraggiosamente nei territori più segreti dell’umano.

Intervista all’autore
Dino Campana e Sibilla Aleramo sono due personaggi importanti, di cui tanto si è detto e autori a loro volta. È stato difficile scrivere di loro?
“Non mi sono mai sentito in soggezione perché ho narrato una vicenda vecchia di un secolo e oltre, e anche perché quella di Campana è la vita di un uomo e di un poeta, non quella di un eroe romantico che vive un amore travagliato.
Certo, scrivere di qualcuno che è esistito, anche se il mio è un romanzo e non una biografia, è sempre difficile: bisogna farlo con rispetto, stando lontani dai luoghi comuni, dalle banalità e dai pettegolezzi, e conoscendo a fondo l’uomo, senza però essere condizionati dalla storia. La narrazione poi consente di immaginare un incontro, quello fra Dino e Sibilla, che nel mio caso è occasione per parlare di poesia: perché per Dino Campana, quello vero ma anche per il mio personaggio, l’amore autentico non è una donna, ma la poesia”.
Come ha detto anche la Presidentessa Melania Mazzucco, la follia e la malattia mentale sono il leit motiv di questa edizione del Premio Strega. Ha a che fare con l’epoca in cui viviamo?
“Nel caso di Campana la follia è una tragica componente di vita. Già quando era giovane il poeta ha subito dei ricoveri, e la sua esistenza è stata un continuo vagabondare: cioè la ricerca di qualcosa e anche la fuga da qualcosa. Bisogna però evitare di leggere la poesia di Campana, una poesia davvero alta e unica nel panorama letterario italiano, come il frutto della pazzia: sarebbe una lettura troppo semplicistica e anche ingenua da un punto di vista culturale.
Per venire alla sua domanda: a lungo la “malattia mentale” è stata vista come una colpa da espiare, o nel migliore dei casi un problema da tenere nascosto, o nel peggiore una manifestazione patologica da punire con la reclusione. I progressi della scienza e un’accettazione sociale meno gravata di pregiudizi permette di guardare oggi a queste realtà con più serenità e rispetto.
Penso che dietro etichette come “follia” e “malattia mentale” ci siano questioni molto complesse che non possono essere risolte nel semplice uso delle parole. Una volta il mondo veniva diviso fra “sani di mente” e “matti”. Per i primi c’era la salvezza e per i secondi la condanna. Oggi per fortuna siamo messi un po’ meglio, ma il mondo, con tutto quello che succede di brutto e di preoccupante, è spesso motivo di inquietudine.
Il fatto che anche la cultura affronti queste problematiche è positivo, a condizione che non ne faccia nuovamente una semplice moda del momento. Importante è invece sensibilizzare e soprattutto riflettere, anche raccontando”.
Che cosa significa per lei essere nella dozzina dello Strega?
“Lo vivo con grande gioia. Sono uno svizzero, cioè un extracomunitario, ancorché di madre italiana. Abito nel mio Paese e ho lavorato in Svizzera (quella di lingua tedesca), ma nella mia vita ho sempre prestato grande attenzione nei confronti dell’Italia e della sua cultura. E ho pubblicato in Italia parecchi dei miei libri.
Entrare nella dozzina del Premio Strega è per me un segno molto importante: lo apprezzo perché mi sento membro di una comunità, la vostra”.
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8) Chiudo la porta e urlo di Paolo Nori (Mondadori)
Con Chiudo la porta e urlo, Paolo Nori consegna ai lettori un’opera intensa, vibrante, dove il fluire autobiografico si intreccia alla voce profonda della poesia, in particolare quella, obliqua e dialettale, di Raffaello Baldini. Pubblicato da Mondadori, questo libro sfugge alle definizioni, oscillando tra racconto, confessione, diario emotivo e riflessione metaletteraria.
L’autore emiliano sceglie di esplorare la propria interiorità attraverso un continuo dialogo con l’opera del poeta santarcangiolese, recuperando versi dimenticati, cadenze vernacolari, epifanie domestiche che sembrano custodire l’intero mistero dell’esistenza. Non si tratta solo di un omaggio, ma di un vero e proprio innesto, dove l’immaginario di Baldini si fonde con quello di Nori, generando un testo stratificato e sorprendente, in cui l’io narrante si espone con un’autenticità disarmante.

Il volume si struttura come un mosaico di episodi, ricordi e osservazioni, che rivelano il tentativo costante di comprendere sé stessi attraverso gli altri. Baldini diventa specchio e guida, non solo per la sua abilità di rendere universale l’esperienza più umile, ma per la radicalità con cui ha dato voce all’inquietudine del vivere. Ogni componimento, ogni frase evocata, apre una fessura nella memoria, una fenditura da cui trapelano immagini, domande, sconfitte.
Nori scrive come si respira, come si piange, come si ride di sé. La sua lingua non cerca ornamenti, ma verità. Si muove in equilibrio tra dialetto e italiano, recuperando un tono familiare e al contempo colto, che trasmette tenerezza e amarezza, ironia e malinconia. Il ritmo del testo è scandito da formule ricorrenti, da ritorni che sembrano rituali: “cominciamo pure”, “continuiamo pure”. Frasi che segnano la ciclicità del pensiero, la sua impossibilità di darsi pace.
Il tema centrale è il rapporto tra vita e letteratura, tra dolore e creazione. Ogni pagina è un tentativo di afferrare l’essenziale, di trattenere ciò che sfugge. C’è spazio per la nostalgia, per i rimpianti, per la rabbia contro un mondo che non smette di ferire. Ma c’è anche la gratitudine verso coloro che hanno indicato una via, come Dostoevskij, Achmatova e, ora, Baldini.
Chiudo la porta e urlo è un libro che commuove e disorienta. Non è solo un viaggio nell’universo poetico di un autore colpevolmente trascurato, ma anche un’autobiografia intellettuale, una mappa delle ossessioni che tengono in vita chi scrive. Paolo Nori firma così una confessione poetica dal timbro unico, in cui l’atto dello scrivere si confonde con quello dell’essere, e la letteratura diventa rifugio, specchio, salvezza.

Intervista all’autore
Da Dino Campana a Raffaello Baldini, questo Premio Strega ridà voce e merito alla poesia. Ne è felice?
“Io non credo di essere mai stato felice, anzi, non voglio proprio, essere felice, perché la felicità, in dialetto parmigiano, non esiste. Non si dice, in parmigiano, «Sono stato felice», si dice «A son sté bén», son stato bene, e, è una cosa che ho scoperto che avevo già 42 anni, il mio italiano ha le radici nel dialetto parmigiano.
Sono contento che nei dodici dello Strega ci siano due libri dedicati a due poeti; se ripenso però a una delle prime poesie che ho letto, che comincia coi versi «Stupefatto del mondo mi giunse un’età / che tiravo dei pugni nell’aria e piangevo da solo» io mi dico che non c’è bisogno di me, per avvicinare i lettori alla poesia, e che l’impresa sarebbe tenerli lontani, dalla poesia”.
Questa volta lascia la sua amata Russia per tornare in Italia, a Sant’Arcangelo di Romagna. Al netto del fatto che ogni poeta è unico e inimitabile, è possibile tracciare delle differenze di massima tra la poesia russa e quella italiana, anche guardando alla loro storia?
“Più che alle differenze, io sono interessato alle somiglianze e anche per via del fatto che la letteratura russa è l’unica letteratura che ho studiato con metodo, i libri russi che conosco sono il mio metro, il mio termine di paragone, la mia tabella degli elementi; tutti i libri che leggo, in un certo senso, diventano libri russi, nella mia testa, e quando ho letto Baldini io ho subito pensato a Puškin, la stessa semplicità e la stessa potenza”.
Sono passati ormai diversi anni da quando tentarono di bloccare i suoi corsi per via della guerra in Russia e siamo ancora nella stessa situazione, anzi forse peggio. Cosa le suscita tutto questo, i bombardamenti su Kiev e l’apparente impossibilità di trovare una soluzione pacifica?
“In un libro che stavo scrivendo nel febbraio del 2022, Vi avverto che vivo per l’ultima volta, ho raccontato che, nei primi giorni di guerra, sono rimasto attaccato alla radio e alla televisione russa e ho fatto fatica a pensare a dell’altro. E che su Dožd’ TV, un canale indipendente che si vede su You-Tube, ho sentito un ragazzo, un cittadino russo, che diceva che lui era nato a Kiev, e aveva fatto le scuole a Kiev, e a Kiev abitavano sua mamma e suo fratello, e lui si era svegliato quella mattina che la sua nazione, la Russia, bombardava Kiev, bombardava sua mamma, e suo fratello, e poi aveva taciuto e aveva stretto le labbra e non sapeva più cosa dire e gli veniva da piangere e veniva da piangere anche a me e oggi, sono passati più di tre anni, non è cambiato niente, mi viene ancora da piangere”.
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9) Perduto è questo mare di Elisabetta Rasy (Rizzoli)
Nel suo nuovo romanzo Perduto è questo mare, edito da Rizzoli, Elisabetta Rasy firma una meditazione lirica sul tempo e sulla perdita, attraverso una prosa ricca di suggestioni e intrisa di malinconia. A partire dalla scomparsa di Raffaele La Capria, figura amatissima e presenza costante per oltre trent’anni, la narrazione si apre come un diario interiore, una sorta di resoconto affettivo che scava nei sedimenti dell’esistenza, tra vincoli familiari e legami elettivi.
La scrittrice ritorna alla propria infanzia, trascorsa in una Napoli ambivalente, allo stesso tempo solare e segnata da rovine. È in questo scenario sospeso, plasmato dalla luce e dalla disfatta, che si snoda la vicenda del padre, Lello: ex aviatore, gentile e premuroso, figura centrale nei primi anni della figlia e poi assente, dopo la separazione che lo allontana per sempre dalla bambina, portata via a Roma da una madre stanca e disillusa. Il loro ultimo incontro, in una Napoli estiva del 1963, restituisce il volto di un uomo svuotato, emblema di un abbandono irrimediabile.
Accanto alla figura paterna, si staglia quella dell’autore di Ferito a morte: La Capria, amico e confidente, è il controcanto maschile che accompagna la protagonista lungo un arco narrativo costellato di echi letterari, richiami mitologici e riflessioni sull’identità. Napoli, ancora una volta, non è semplice sfondo ma protagonista invisibile, entità viva che avvolge e respinge. Non è quella rumorosa dei cliché, bensì un luogo opaco, fatto di partenze, assenze e illusioni infrante.

Il romanzo procede per risonanze emotive e scarti temporali, in un flusso in cui l’infanzia, l’età adulta e il lutto si fondono. Rasy affronta con grazia tematiche universali: l’affetto interrotto, il desiderio di ricomporre un mosaico intimo, la nostalgia come chiave di accesso al senso delle cose. La memoria, fragile ma tenace, diventa così strumento per reinterpretare le relazioni, anche quelle che sembravano ormai perdute.
Nel ripercorrere il passato, l’autrice si interroga sul significato della paternità, sull’amicizia come rifugio e sulla possibilità di riscrivere le proprie origini. L’andamento rievocativo, mai indulgente, restituisce un ritratto umano vivido e commovente, dove i dettagli – una telefonata, una vacanza, una stanza – assumono un peso inaspettato. L’elemento marino, evocato fin dal titolo, è metafora di un legame tanto vasto quanto irrecuperabile, di un sentimento che fluttua tra approdo e deriva.
Elisabetta Rasy, con uno stile sobrio e intensamente evocativo, tesse una tela di affetti e ricordi che si fanno universali. Perduto è questo mare è una riflessione sul tempo che ci separa dalle persone amate e sulla letteratura come luogo in cui, forse, è ancora possibile ritrovarle.

Intervista all’autrice
Ritroviamo nel suo romanzo un tema che, insieme alla malattia mentale, è un po’ il leit motiv di questo Premio Strega: il rapporto difficile tra genitori e figli.
“Se, quando ero una ventenne, negli anni Settanta dello scorso secolo, mi avessero parlato delle famiglie arcobaleno, avrei pensato a uno scherzo o a una storia di fantascienza famigliare. Oggi sono una realtà che, tra tante difficoltà, ha avuto anche riconoscimenti legali. Faccio questo esempio particolare per sottolineare i cambiamenti radicali nell’ambito della famiglia che sono avvenuti negli ultimi cinquanta anni: cambiamenti di leggi, di abitudini, di costume, di mentalità, di possibilità.
I nostri sentimenti seguono però talvolta una cronologia diversa e spesso è proprio da questa contraddizione e dal bisogno di metterla a fuoco che nascono molti romanzi o memoir a tema famigliare. Oggi i rapporti tra le generazioni sono usciti da schemi tradizionali, non si basano più su ruoli codificati e al posto delle certezze, talvolta false, di un tempo, troviamo spesso complicati interrogativi. Anche se non bisogna dimenticare che dai classici dell’antica Grecia alle storie della Bibbia, cioè i libri fondatori della nostra cultura, la famiglia è sempre stata un tema centrale, con tutti i problemi e i sentimenti contrastanti che suscita”.
Ci sono molti echi di mitologia e di letteratura. Quali sono state le sue fonti, le influenze, i modelli a cui ha guardato o che l’hanno ispirata nello scrivere questo libro?
“Tutta la mia vita, fin dalla prima infanzia, è stata caratterizzata dalle continue letture. Sono, e sono sempre stata, una lettrice onnivora, spaziando dalle fiabe ai contemporanei con la stessa curiosità e passione. Ci sono naturalmente libri che mi hanno colpito in modo particolare o mi sono rimasti nel cuore, alcuni ne cito in questo libro, opere molto diverse tra loro. Amo molto i primi sei libri dell’Eneide, quelli sul carattere e sui sentimenti, oltre che sulle vicende, di Enea, così come amo molto e ho letto e riletto un piccolo classico del genere autobiografico che è la Lettera al padre di Franz Kafka.
Ne parlo nel libro perché fanno parte del mio patrimonio interiore: sia gli autori sia i personaggi sono figure di un mio personale album dei ricordi e non semplicemente della mia storia culturale”.
C’è molto di autobiografico in questo romanzo, a cominciare dall’amicizia con Raffaele La Capria. Lei ha scritto molte opere di vario genere. È più o meno difficile parlare di sé in prima persona, e cosa ha rappresentato la città di Napoli per lei?
“Non credo a una distinzione radicale tra romanzo e autobiografia: il romanzo è per sua natura una forma ibrida, dunque aperto a varie strategie e opzioni narrative. Una scrittrice, uno scrittore parla comunque di sé e mette sé stesso sulla pagina anche quando parla d’altro: dall’epica alla fantascienza l’autore, la sua esperienza individuale sono sempre presenti.
Oppure può succedere il contrario: io ho spesso parlato di me attraverso altre figure nei miei libri di saggistica narrativa, come per fare un esempio in Le disobbedienti, dedicato a sei pittrici di epoche diverse. E se invece entro nel terreno dell’autobiografia, o del memoir, devo stabilire una distanza tra me che scrivo e la figura che dice io sulla pagina perché il libro possa prendere davvero forma. Del resto, maestro di narrazione autobiografica è stato proprio Raffaele La Capria, che mi ha insegnato quanto scrivendo si debbano coniugare libertà e rigore, verità e memoria immaginativa.
Ripensare a Napoli per me significa proprio cercare di esercitare queste virtù, non cadere nei luoghi comuni sulla città, non tradire la verità ma neanche l’immaginazione che da quella verità scaturisce. E credo che per lui come per me Napoli sia stata una città intensamente reale e concreta, e nello stesso tempo mitica, come i luoghi che si amano e da cui la vita ci allontana”.
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10) Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia di Michele Ruol (TerraRossa)
Con Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, pubblicato da TerraRossa e vincitore dei premi Berto e Megamark 2024, Michele Ruol entra nella narrativa italiana con un’opera di struggente profondità, capace di dare forma all’assenza attraverso una prosa nitida, composta e spietatamente essenziale. Il romanzo, proposto al Premio Strega da Walter Veltroni, racconta la frattura irrimediabile generata dalla perdita improvvisa di due figli, Maggiore e Minore, lasciando che siano gli oggetti a svelare, pezzo per pezzo, ciò che sopravvive all’incendio della vita.
Madre e Padre – mai chiamati per nome, ma designati attraverso ruoli universali – si muovono fra le rovine domestiche in cerca di un senso, interrogando ciò che resta: mobili, suppellettili, tracce di quotidianità divenute reliquie. La narrazione procede per frammenti, alternando passato e presente in una tessitura temporale fluida, con una struttura divisa in due sezioni speculari, Casa e Automobile, in cui 99 oggetti fungono da catalizzatori emotivi. Ogni reperto racconta un segmento di esistenza, svela relazioni infrante, desideri celati, conflitti latenti.
Ruol, medico anestesista e drammaturgo, scrive con la precisione chirurgica di chi ha familiarità col limite fra la vita e la sua sospensione. La sua è una lingua priva di orpelli, costruita sull’equilibrio fra evocazione e pudore. I suoi protagonisti, devastati dalla tragedia, affrontano percorsi divergenti: lui si spegne nella paralisi, lei risorge dalla cenere come una pianta di corbezzolo, emblema di resistenza e rigenerazione. L’autore non indugia sul trauma, ma lo esplora nella sua eco: il dolore non viene esibito, bensì scolpito nei silenzi, nei vuoti che gli oggetti custodiscono come custodi muti di ciò che fu.
Nel romanzo, la memoria non è mai nostalgica, bensì archeologica: come un paziente scava tra detriti affettivi, l’inventario diventa mappa interiore. Ogni oggetto evoca frammenti di una felicità smarrita, e insieme conduce i genitori verso una difficile, ma possibile, forma di sopravvivenza. In filigrana, si legge una riflessione più ampia: quella sul ruolo del lutto nella costruzione dell’identità e sull’impossibilità di tornare com’eravamo prima della perdita.

Opera prima che sfugge a ogni categoria, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è una meditazione sull’amore che sopravvive al disastro, sulla resilienza silenziosa che si annida nei gesti minimi, nella forza invisibile del ricordo. È una scrittura che non consola, ma accompagna, che non chiude il dolore, ma gli dà voce attraverso ciò che resta quando tutto sembra perduto.

Intervista all’autore
Nella dozzina del Premio Strega al suo esordio in narrativa. Cosa si augura per lei e per il romanzo, a partire da questa esperienza?
“Sono molto grato a Walter Veltroni, che ha incontrato questo romanzo da Presidente della giuria del Premio Campiello. Sinceramente non immaginavo che l’avrebbe preso a cuore al punto da proporlo allo Strega, né tantomeno che il libro sarebbe poi entrato in dozzina, soprattutto considerando la qualità e la quantità delle opere proposte. Vivo questo momento con grande gioia e gratitudine e mi auguro che il premio possa essere occasione di incontro e confronto con nuovi lettori e con gli altri autori”.
Quanto la sua professione di medico-anestetista ha influito nella scelta del soggetto e della storia, che vedono al centro la morte e il lutto?
“La morte e il dolore sono due grandi rimossi della nostra società, due tabù. Una volta si moriva in casa, la morte era una delle fasi della vita; oggi invece questo avviene sempre più raramente, ed è come se la morte fosse stata eliminata dalla vita. Facciamo di tutto per negarla, tanto che diventa difficile perfino parlarne. Spaventa, allontana.
La morte – e il dolore – però sono aspetti della vita con cui, da anestesista, mi confronto spesso: questo romanzo nasce dalle domande senza risposta che come medico mi porto a casa a fine turno. Come si sopravvive al dolore? C’è un senso alla sofferenza? La scienza ha dei limiti: a queste domande non troverà mai risposta. La strada che provo a percorrere io è quella di cercarle nell’arte, nei romanzi che leggo, e nella scrittura”.
Come in altri romanzi di questa dozzina, viene posta l’attenzione sulle mancanze dei genitori nei confronti dei figli, sulla famiglia disfunzionale e su quanto una certa rigidità possa poi danneggiare la crescita dei figli e il loro rapporto con i genitori. Pensa che sia cambiato il modo di essere genitori oggi rispetto a qualche decennio fa?
“Per me la famiglia è l’unità minima, il grado zero delle relazioni, il posto in cui siamo noi stessi fino in fondo, con le nostre miserie, i nostri segreti, le nostre debolezze, le nostre gioie inconfessabili. Soprattutto, le dinamiche che mettiamo in atto lì sono le stesse che ritroviamo quando aggreghiamo le famiglie in condomini, e poi città, nazioni, continenti: parlare di famiglia non è un modo per chiudersi al mondo esterno, ma per capire come funzionano i suoi ingranaggi.
La società in cui viviamo è disfunzionale, perché sono disfunzionali le famiglie che la compongono. Allo stesso modo quella di oggi è una società in evoluzione tumultuosa, sicuramente diversa rispetto a quella di decenni fa, certamente più consapevole e attenta a certe dinamiche, e non per questo immune da errori – nuovi o reiterati. Ma ancora, per comprenderla tocca tornare lì, alle famiglie frastagliate che la compongono – raccontarne l’intimità, la fragilità, la speranza: è quello il brodo primordiale da cui tutto prende forma”.
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11) Quello che so di te di Nadia Terranova (Guanda)
Quello che so di te, pubblicato da Guanda, è un’opera in cui Nadia Terranova compone un raffinato intreccio di autobiografia e indagine genealogica, cucendo insieme i fili lacerati della propria storia familiare. Il romanzo, immerso nella luce lattea di una Messina immaginifica e reale, si configura come un viaggio attraverso i luoghi della psiche e della discendenza, nel tentativo di ridare volto e voce a Venera, bisnonna internata nel manicomio cittadino.
L’architettura narrativa è volutamente obliqua, discontinua, sospesa tra il diario personale, l’esplorazione storica e il resoconto affettivo. La scrittura, incandescente e misurata, alterna confessione e riflessione, frammenti lirici e illuminazioni saggistiche, mentre la protagonista – madre e figlia a sua volta – si muove tra echi remoti e verità sepolte. Ogni passo nella ricostruzione dell’esistenza di Venera si confronta con le omissioni della “Mitologia Familiare”, quel sedimento di racconti tramandati, alterati, smussati, a tratti reinventati.

Il cuore del libro pulsa attorno alla consapevolezza che la follia non è concetto astratto, ma presenza ancestrale e concreta, eredità temuta e, forse, ineludibile. La maternità si impone come spartiacque e detonatore: dopo la nascita della figlia, la narratrice sente che non può più permettersi la fragilità. Da qui l’urgenza di comprendere cosa accadde davvero quel giorno in cui Venera varcò il portone del Mandalari.
Terranova costruisce un’epopea intima, dove lo sguardo si fa doppio: la donna che scrive e la donna di cui si scrive si osservano a distanza di decenni, complici e ignare. È in questa duplicità che si annida la potenza del testo, capace di farsi specchio di un’intera condizione femminile, compressa fra conformismo e ribellione. Eppure, accanto alle madri, si stagliano anche figure maschili, come il marito di Venera, costretto a guardarla dallo spioncino, emblema di un amore ridotto a osservazione muta.
Il romanzo non elude i nodi oscuri della psichiatria italiana, ma li affronta con rigore e sensibilità. Venera non è soltanto un caso clinico, ma una persona mutilata di diritti e identità in nome di una scienza che, al tempo, preferiva il controllo alla cura. L’autrice interroga medici, scava negli archivi, ascolta voci sopite per decostruire un passato scomodo e restituire dignità alle sue ombre.
Attraverso un’alternanza di registri e di livelli narrativi, Terranova spezza e ricompone il racconto, lasciando emergere ciò che la lingua ufficiale non sa dire. La memoria, più che nostalgia, diventa campo di battaglia, terreno in cui il dolore si trasfigura in conoscenza. Non c’è resa, ma un tentativo ostinato di comprendere.
Quello che so di te è un libro che interroga, attraversa, brucia. Una narrazione intessuta di umanità, dove la letteratura si fa strumento per decifrare l’enigma delle origini e per riconciliarsi, finalmente, con ciò che resta del passato.

Intervista all’autrice
Dopo Addio fantasmi torna ad essere in competizione allo Strega a distanza di diversi anni, con ottime probabilità di vittoria. Come è cambiata Nadia in questo periodo?
“In questi anni è nata mia figlia e io sono nata almeno altre cento volte come scrittrice e come persona. Si rinasce a ogni cominciamento e, come scriveva Pavese, «l’unica gioia al mondo è cominciare». Poi ogni sette anni si rinnovano le cellule, quindi direi che sono quasi del tutto una persona nuova, no? Eppure c’è qualcosa che rimane uguale, sottopelle, che poi è quel nucleo incandescente che ci attraversa intatti dalla nascita, dall’infanzia, fino all’ultimo attimo e direi anche dopo, è la traccia che resterà di noi”.
Il suo romanzo tratta la malattia psichiatrica, la follia e il memoir, centrando in pieno tutti i temi principali di questa edizione. Come mai, a suo parere, oggi è tornato così tanto interesse attorno alla questione dell’alienazione e del disagio psicologico?
“C’è sempre meno stigma sociale, il lessico psichiatrico si è trasformato, i ghetti manicomiali sono stati chiusi e l’integrazione proposta dai centri diurni ha abolito l’idea di confino dell’individuo per lavorare sulla relazione con la società, sulla scorta della rivoluzione avviata da Franco Basaglia.
C’è ancora moltissimo lavoro da fare, ma la cesura con la psichiatria ottocentesca è netta, un’altra strada è stata tracciata e abbiamo bisogno di parole e storie che la attraversino, con tutti i linguaggi, anche quello artistico e letterario.
Il suo modo di raccontare la maternità è bello perché vero, non edulcorato. Non soltanto per quanto riguarda la sua bisnonna, ma anche la sua esperienza personale. Quanto è importante uscire dai canoni di un racconto stereotipato della maternità?
“Gli stereotipi sono nati perché storicamente a parlare di maternità non sono state le donne, ma gli uomini: scrittori, filosofi, giuristi, medici, ginecologi…
Il femminismo del secolo scorso ci ha portato una grande consapevolezza: la nostra storia deve ricominciare dal racconto di sé, dalla riappropriazione delle nostre esperienze, anche quelle del corpo, e non riguarda solo le madri ma le donne, tutte.
Se partiamo dai racconti, dalla pluralità di esperienze, e le accogliamo nelle loro differenze, nella varietà delle voci che per troppo tempo sono rimaste al margine, allora non ci sarà nessuno stereotipo ma un bellissimo canto corale”.
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12) La ribelle. Vita straordinaria di Nada Parri di Giorgio van Straten (Laterza)
Tra le pieghe drammatiche del Novecento, Giorgio van Straten ritrova la voce vibrante e insubordinata di una figura femminile dimenticata dalla grande narrazione storica. La ribelle. Vita straordinaria di Nada Parri, pubblicato da Laterza, è un tributo tanto appassionato quanto rigoroso a una protagonista autentica dell’Italia spezzata dalla guerra.
Nada Parri, nata a Empoli nel 1923 da un vetraio comunista, incarna il coraggio inquieto di chi sceglie l’incoerenza delle emozioni alla rigidità dell’ordine costituito. Il racconto si snoda tra il grigiore quotidiano del negozio dei suoceri a Marina di Carrara e l’incendio improvviso di un amore proibito per Hermann, sottufficiale tedesco antinazista, che da nemico diventa compagno di fuga e di lotta.
L’incontro tra i due è un lampo nella tempesta, un abbraccio che sfida le leggi, la morale, le convenzioni. L’amore per Hermann – tenero, clandestino, irripetibile – spinge Nada ad abbandonare una casa inospitale e un matrimonio logorato dalla distanza e dall’indifferenza. Con la figlia in braccio, percorre i sentieri innevati dell’Appennino alla ricerca dei partigiani, condividendo con l’amato tedesco non solo la montagna, ma anche l’utopia di un’Italia diversa.

Tuttavia, la Storia, implacabile, nega a questo legame il lieto fine. Hermann, senza permesso di soggiorno, viene espulso e Nada resta sola, madre di due bambine, unico sostegno per la sua fragile famiglia. Eppure, non arretra. Si rimbocca le maniche, entra nella lotta politica e diventa la prima donna a ricoprire la carica di sindaco nei comuni dell’Empolese-Valdelsa.
Il volume di van Straten non è soltanto la cronaca di una vita vissuta all’insegna dell’indipendenza, ma anche un’indagine meticolosa sul significato del raccontare. Attraverso lettere struggenti, fotografie scolorite e testimonianze incerte, l’autore ricostruisce con sensibilità di storico e passione di romanziere un’esistenza straordinaria, nella quale amore e rivoluzione si intrecciano fino a confondersi.
Nada è icona e carne, mito e realtà. In lei sopravvive l’eco di una gioventù che, nonostante la disillusione postbellica, rifiuta di arrendersi e osa sperare. Una figura luminosa e tragica, testimone della Resistenza e simbolo di un ideale collettivo messo a dura prova dalla storia, ma mai del tutto spento.
Con una prosa colta, composta e attraversata da una vibrante umanità, van Straten dà corpo a una figura che ancora oggi ci interroga: esiste un amore capace di sfidare la morte e i codici morali? E quanta parte della nostra identità si forgia nell’attraversare l’abisso della solitudine e della scelta?
La ribelle è, infine, un invito alla memoria e alla consapevolezza, un libro che non solo racconta, ma ci mette in ascolto. Della voce di Nada, e, con lei, di tante vite rimaste senza un cronista.

Intervista all’autore
Come nasce l’idea di scrivere questa storia e come si è svolto il lungo lavoro di ricerca?
“L’idea nasce dalla voglia di affrontare il nesso fra storia e letteratura, ambedue, per me, forme di conoscenza del passato, e tra individui e storia, fra vita privata e vita pubblica. Scegliere una vicenda ambientata in Italia durante la seconda guerra mondiale mi è sembrato un’opzione particolarmente efficace per seguire la mia idea.
Ma la vita di Nada Parri e il suo amore per Hermann Wilkens in particolare li ho incontrati casualmente in un libro sui disertori tedeschi del fronte italiano, e mi ha così colpito (anche se occupava una sola pagina) che ho deciso che dovevo saperne di più.
La ricerca parte da qui e ha subito una forte accelerazione quando sono riuscito a entrare in contatto con Elisabetta, la figlia della mia protagonista, che mi ha fornito materiali fondamentali per il mio racconto”.
Quanto è importante oggi continuare a parlare della Resistenza e restare fedeli ai fatti? Pensa che sia in atto un processo di riscrittura della storia?
“Penso che la riscrittura della storia, la deformazione della realtà sia possibile quanto più si perde la memoria del proprio passato. Il compito della letteratura non è tanto raccontare edificanti storielle con i partigiani buoni e i fascisti cattivi, quanto di riportare in vita le persone reali, con i loro pregi e difetti, la loro umanità, nella consapevolezza che proprio così si renderà ancor più evidente chi aveva torto e chi aveva ragione. Nada Parri è una donna straordinaria, coraggiosa, innamorata, ma non perfetta e proprio per questo “vera”. Raccontarla è stata un’emozione e una gioia”.
Le donne sono spesso protagoniste della letteratura contemporanea, riscoperte e riscattate. A suo parere riportare le donne al centro del dibattito intellettuale potrebbe aiutare il processo di parità di genere?
“Raccontare la storia di Nada vuol dire ritornare ad anni in cui, in Italia, le donne erano trattate come esseri con diritti limitati: esistevano il reato di adulterio (solo per loro, non per i maschi) e il delitto d’onore. Non c’era il divorzio e il diritto di famiglia le relegava a un ruolo subordinato e gregario.
L’esperienza partigiana permette a Nada di capire qual è la strada per riscattare la sua condizione, ma la riconquista della libertà non coinciderà purtroppo con la conquista dei diritti che lei si sarebbe aspettata di veder riconosciuti. Ci vorranno decenni prima che lo siano. E non è solo una vecchia morale cattolica a impedirlo: molta sordità alle richieste delle donne è avvertibile anche nel mondo della sinistra, nel quale Nada si riconosce.
La strada percorsa è stata lunga e importante, ma basta la cronaca quotidiana per rendersi conto quanto rimane purtroppo ancora da fare”.

