Sabia e Torsello riportano la poesia al centro dell’esperienza umana, lontano dall’accademia e vicino alle ferite della vita
Ci sono libri che parlano di poesia e libri che provano a restituirle una funzione. Sono tornato perché c’eri tu. La poesia che salva e come lo fa, pubblicato da Solferino e firmato da Mara Sabia ed Emilio Fabio Torsello, appartiene alla seconda categoria, appartiene alla seconda categoria. Non è una semplice ricognizione letteraria, non è un manuale per appassionati né un’antologia travestita da saggio. È un libro che tenta di riportare la poesia nel punto da cui spesso la cultura contemporanea l’ha allontanata: la vita vera.
L’idea di partenza è chiara fin dalle prime pagine, la salvezza non ha un solo volto. Può essere uscita da una depressione, resistenza al dolore, possibilità di reggere una perdita, persino difesa estrema contro la guerra, la malattia o il crollo interiore. Ed è proprio qui che Sabia e Torsello collocano la poesia: non come abbellimento dell’esistenza, ma come strumento di sopravvivenza, come “formato di emergenza”, per usare una formula che nel libro ritorna con grande forza.
Il pregio principale del volume sta nel modo in cui evita due trappole, molto frequenti, quando si scrive di poesia. La prima è quella accademica, che spesso irrigidisce i versi dentro l’analisi e li priva della vera essenza. La seconda è quella sentimentalistica, che riduce tutto a un elogio generico della bellezza. Sabia e Torsello, invece, scelgono una terza via. Intrecciano biografia, lettura, esperienza personale e testimonianza, costruendo un libro in cui i poeti non vengono imbalsamati, ma rimessi in cammino accanto al lettore. Lo dichiarano apertamente anche nell’introduzione, quando spiegano di aver scelto una selezione soggettiva ed emotiva di autori del Novecento e contemporanei, proprio per mostrare come le loro vite e i loro versi continuino a incidere nel presente.
In Sono tornato perché c’eri tu la critica letteraria lascia spesso spazio a una forma di prossimità, i poeti diventano compagni di strada, presenze da portare nello zaino, voci a cui tornare quando il reale si fa più duro. È un’impostazione che può spiazzare chi cerca una distanza saggistica più tradizionale, ma che finisce per essere anche la cifra più riconoscibile del libro. Il volume non nasconde mai il proprio coinvolgimento, anzi lo rivendica. E proprio questa esposizione personale diventa la sua credibilità.
Basta vedere come vengono raccontati gli autori scelti, che non compongono una galleria ornamentale ma una vera geografia della sopravvivenza. Amelia Rosselli, per esempio, emerge come figura in cui poesia e permanenza nel mondo quasi coincidono: scrivere, per lei, è un argine contro la frattura, contro la dispersione, contro il rischio di sprofondare. Accanto a lei si affacciano voci diversissime tra loro, e proprio in questa pluralità il libro trova il suo respiro più pieno. Da Ghiannis Ritsos ad Alda Merini, da Raymond Carver a Charles Bukowski, da Nâzim Hikmet a Pablo Neruda, da Giovanni Pascoli a Sibilla Aleramo, da Giuseppe Ungaretti e Antonia Pozzi fino a Primo Levi, per arrivare poi a Osip Mandel’štam e Anna Achmatova, Goliarda Sapienza, Ferruccio Benzoni, Alfonso Guida, Pierluigi Cappello, Giovanna Rosadini e Maria Grazia Calandrone.
Qui, il libro acquista spessore. Perché non propone un’idea astratta della poesia che salva, ma mostra come ogni autore incarni una forma diversa di salvezza. In alcuni casi la poesia è un gesto estremo contro il buio, in altri è una lingua che rimette in ordine il trauma; a volte è rifugio, altre volte è testimonianza, memoria, amore, lotta politica, fedeltà ai morti, ostinazione a restare vivi. In Merini può assumere i tratti di un attraversamento dell’inferno personale; in Hikmet quelli della resistenza anche nella prigionia; in Neruda quelli di una parola che tiene insieme eros e storia; in Pascoli e Antonia Pozzi la ferita privata diventa materia lirica; in Primo Levi il ritorno alla vita si carica di responsabilità morale, di memoria, di necessità di dire. Il titolo stesso del libro, non a caso, viene da un suo verso: “Sono tornato perché c’eri tu”.
Il libro, del resto, funziona proprio quando sa tenere insieme i due piani il peso storico delle esistenze e la leggibilità immediata del racconto. È un merito non da poco, soprattutto in un’epoca in cui la poesia viene spesso percepita come territorio per pochi iniziati. Qui invece i versi tornano ad avere corpo, contesto, ferita. E tornano soprattutto a essere necessari.
l titolo è una dichiarazione di poetica oltre che una scelta editoriale felice. Perché in quella frase c’è già tutta l’idea del volume: la salvezza non è mai astratta, non è mai interamente individuale, passa quasi sempre attraverso un legame, una voce, una presenza, qualcosa o qualcuno che trattiene dal nulla. Ed è forse questo l’aspetto più interessante del libro. La poesia non viene raccontata come un gesto elitario o separato, ma come una forma di relazione. Non una torre d’avorio, ma una corda lanciata da una vita all’altra.
Anche quando il libro si sposta verso autori più vicini a noi, l’impostazione non cambia. Nelle pagine dedicate a Rosadini o Calandrone, per esempio, la poesia continua a essere il luogo in cui si attraversano la perdita, la fragilità, la rinascita, il corpo, l’amore, la possibilità di tornare. In questo senso il libro è costruito come un coro: ogni voce porta una sfumatura diversa di una medesima urgenza.
Il pregio maggiore di Sabia e Torsello è allora quello di non ridurre mai i poeti a figurine da manuale. Li rimettono dentro la carne delle loro esistenze. La malattia, l’esilio, l’alcol, il manicomio, il carcere, la guerra, la perdita, il lutto, la povertà, la possibilità di amare ancora. È un elemento decisivo, perché oggi il rischio maggiore, quando si parla di versi, è renderli innocui. Questo libro, al contrario, insiste sul loro potere di necessità.
Naturalmente, proprio questa intensità partecipata è anche il limite che qualcuno potrebbe avvertire. A tratti il libro indulge in un trasporto molto dichiarato, in una devozione quasi militante verso la poesia e i suoi autori. Chi preferisce un passo più freddo o un’argomentazione più distaccata potrebbe trovarlo eccedente. Ma sarebbe un’obiezione solo parziale. Perché il punto del libro non è dimostrare una tesi in modo neutro, ma testimoniare un’esperienza di lettura. E su questo terreno Sabia e Torsello restano coerenti fino in fondo.
Il risultato è un libro che parla certamente di autori, opere e vicende letterarie, ma che in fondo interroga il lettore su una domanda più semplice e più scomoda: da cosa, oggi, abbiamo bisogno di essere salvati?

