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Economia
Lucchini, 3 offerte per Piombino:lotta fra svizzeri, arabi e bresciani

I bresciani contro arabi e Klesch Siderurgia. Il commissario straordinario Piero Nardi ha aperto le tre lettere di interessamento (non vincolanti) per l’acquisizione dell’impianto Lucchini di Piombino a ciclo integrale da quattro anni alla ricerca di un acquirente e dal dicembre 2012 in amministrazione controllata dopo il fallimento della gestione dei russi di Severstal.

Mentre gli operai occupavano la direzione aziendale per il timore che non vengano ordinate le materie prime necessarie a mantenere in vita l’altoforno e, di conseguenza, l’attività dell’acciaieria, Nardi ha cominciato a guardare dentro le buste che contengono i tre progetti industriali per rilanciare lo stabilimento toscano. Rilancio che verte sul ciclo integrale. Ma il gruppo svizzero Klesch non lo vorrebbe, così come non lo vorrebbe la cordata degli elettrosiderurgici del Nord composta dal presidente di Federacciai e amministratore delegato di Duferco Antonio Gozzi, dal presidente di Feralpi Giuseppe Pasini e da Alessandro Banzato, Ceo delle Acciaierie Venete della famiglia Amenduni.

Solamente il misterioso uomo d'affari Khaled al Habahbeh, giordano, residente a Dubai spinge per mantenere l’altoforno alimentato a minerale. Messo al corrente dell’asta Piombino dal manager Alì Ghammagui della tunisina Steel Manufacturing Company, l’emirato sostiene di poter puntare tre miliardi di euro nel salvataggio Lucchini. Metà, secondo le indiscrezioni, per la totale riqualificazione dell’impianto e metà per un progetto immobiliare con tanto di hotel a cinque stelle e centro congressi in riva al mar Tirreno.

 

 

 

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acciaiolucchini
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