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Amazon accelera sull’alimentare. Così ruba Deliveroo a Uber Eats

Il food delivery mondiale vale 84 miliardi di dollari l’anno e ben si integra con la strategia del gruppo di Jeff Bezos

Amazon accelera sull’alimentare. Così ruba Deliveroo a Uber Eats
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Amazon tira il fiato a Wall Street, dopo tre giorni di continui rialzi e la notizia che il gruppo ha guidato un nuovo round di investimenti da 575 milioni di dollari nella britannica Deliveroo, il cui servizio è ormai presente in oltre 500 città in tutto il mondo. Round a cui hanno peraltro preso parte anche gli attuali azionisti della startup di food delivery, ossia T. Rowe Price, Fidelity Management and Research Company e Greenoaks. Se per questi ultimi l’investimento è effettuato con un’ottica da private equity, in vista di una ricca exit tra qualche anno, per Amazon la mossa sembra avere una maggiore valenza strategica.

Da tempo infatti il gruppo di Jeff Bezos (che dopo qualche scivolone in borsa capitalizza poco meno di 940 miliardi di dollari) sta puntando sul settore del “fresco”, avendo rilevato nell’agosto del 2017 la catena statunitense di supermercati bio Whole Foods per 13,7 miliardi di dollari e potenziato il servizio Prime Now che già oggi porta a casa la spesa in tempi rapidi. Una scommessa coerente con una strategia tesa sempre più a integrare le attività online con quelle fisiche “su strada”, che non è sola di Amazon ma di molti gruppi di e-commerce e che segna una netta inversione rispetto alla tendenza ad andare “solo online” prevalente fino a pochi anni fa.

Intendiamoci: ad Amazon i negozi e supermercati “classici” con decine di addetti per punto vendita non interessano in sé e per sé. Semmai interessano come punti vendita fisici, distributori in cui introdurre, ad esempio, gli Amazon Lockers (ossia quei grandi armadi gialli spuntati come funghi anche presso le principali catene di supermarket italiani che fungono da punto di ritiro self-service per gli acquisti effettuati su Amazon). Proprio il maggior utilizzo di questi ultimi ha portato nel primo trimestre dell’anno ad un incremento del traffico presso i punti vendita Whole Foods, traffico trainato dal +10% messo a segno dalle “microvisite”.

Queste ultime sono visite di durata non superiore ai 5 minuti e di solito sono tipiche di chi in negozio va (quasi) solo per ritirare le merci ordinate online ed in attesa negli armadi gialli di Bezos. Perché è così importante per Bezos unire una presenza “fisica” (che ha già scatenato una reazione da parte di gruppi come Wal-Mart) a quella online? Perché pur crescendo a due cifre decimali su base annua (+23,1% negli Usa lo scorso anno) le vendite di generi alimentari online, dove Amazon è leader indiscusso col 62,5% del giro d’affari complessivo, rappresentano ancora solo il 2,2% del fatturato del settore (quest’anno dovrebbero salire al 2,9%).

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Non solo: anche le startup di food delivery stanno cambiando rapidamente e sembrano mirare ad espandersi oltre la consegna di generi alimentari anche sotto l’impulso di possibili acquisizioni. Uber, già presente nel settore col proprio servizio Uber Eats e di recente sbarcata a Wall Street con una Ipo da oltre 8 miliardi di dollari, per molti mesi è sembrata puntare lei stessa a Deliveroo. Solo una insormontabile differenza di valutazioni ha fatto sfumare l’accordo. Ora Bezos, sulla base di una “ragionevole” valutazione di poco superiore a 1,5 miliardi di euro del gruppo britannico, coglie due piccioni con una fava inserendosi in un mercato dominato da 4 società (le britanniche Just Eat e Deliveroo, la spagnola Glovo e la stessa Uber Eats) che vale a livello mondiale oltre 84 miliardi di dollari, circa un quarto del fatturato annuo di Amazon (233 miliardi di dollari) e al tempo stesso levando una potenziale preda dal mirino di un concorrente.

Sarà un caso, ma mentre Amazon tende ad assomigliare sempre più ad un “classico” distributore di generi alimentari e non, tra i suoi azionisti spunta Berkshire Hathaway, la holding finanziaria del “guru” Warren Buffett in passato apparso per nulla interessato alla “dot com” affacciatesi a Wall Street a partire dagli anni Novanta. Facevano un business che non conosceva, aveva più volte sottolineato l’ottuagenario gestore americano, noto per i suoi investimenti multimiliardari in titoli “a valore” come American Express (di cui possiede il 18,15%), General Motors (5,1%), Coca-Cola (9,4%), Wells Fargo (10%) Moody’s (12,9%) o Apple (5,4%).

Ora però 904 milioni di dollari di Berkshire Hathaway sono stati investiti in Amazon. Certo, è ancora una percentuale irrisoria rispetto al patrimonio di Berkshire (283 miliardi di dollari investiti e altri 112 miliardi liquidi), oltre che rispetto al capitale di Amazon stessa (vale meno dello 0,1%), ma è un segno, forse, che a cambiare non è solo il modo di fare business di Amazon ma anche la percezione che gli investitori istituzionali hanno del gruppo di Bezos. Luca Spoldi