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Aspetti la “buonuscita” da tre anni? La Corte costituzionale ti dà ragione. Ma dovrai aspettare ancora

Con l’ordinanza n. 25/2026 la Consulta torna su un meccanismo che essa stessa ha già dichiarato contrario alla Costituzione. E dà al Parlamento tempo fino a gennaio 2027. Poi, dice, non ci sono più alibi

Aspetti la “buonuscita” da tre anni? La Corte costituzionale ti dà ragione. Ma dovrai aspettare ancora
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La Corte costituzionale esamina di nuovo il nodo della liquidazione ai dipendenti pubblici e fissa al 14 gennaio 2027 il passaggio decisivo

C’è una cosa che i dipendenti pubblici italiani sanno, e che i loro colleghi del settore privato faticano a credere quando gliela raccontano: quando vanno in pensione, la c.d. buonuscita non la vedono subito. Devono aspettare. Un anno, spesso di più. Se l’importo è consistente, arriva a rate: una all’anno, per tre anni. Nel frattempo, l’inflazione fa il suo lavoro in silenzio, e quei soldi — che sono a tutti gli effetti una retribuzione già guadagnata, accantonata mese per mese durante tutta la carriera — valgono un po’ meno ogni volta che arriva una rata.
Non è una stortura burocratica dimenticata in qualche cassetto. È la legge. O meglio: sono due norme del 1997 e del 2010, sopravvissute indisturbate a decenni di governi di ogni colore, che regolano ancora oggi il trattamento di fine servizio — la buonuscita, appunto — di insegnanti, poliziotti, impiegati ministeriali, medici ospedalieri e così via. E che la Corte costituzionale, con l’ordinanza n. 25 del 2026 depositata il 5 marzo scorso, ha esaminato per l’ennesima volta.
Una storia che si ripete.


Il punto è che questa non è una novità. Nel 2019 la Corte aveva già detto che il sistema era “non privo di aspetti problematici” — eufemismo tecnico per: va cambiato. Nel 2023, con la sentenza n. 130, era andata oltre: aveva chiarito senza ambiguità che ritardare una retribuzione è come ridurla, e che l’articolo 36 della Costituzione tutela non solo quanto si percepisce ma anche quando. Eppure aveva fermato la mano: una dichiarazione formale di incostituzionalità, spiegava, avrebbe reso immediatamente esigibili tutti i trattamenti in sospeso. Un conto da oltre quindici miliardi di euro, secondo le stime dell’INPS. Troppo per non considerare le conseguenze.
Tre Tribunali amministrativi regionali — Marche, Lazio, Friuli Venezia Giulia — avevano quindi rimesso la questione alla Corte, ciascuno su ricorso di un funzionario in pensione che aspettava ancora la propria buonuscita. Il ragionamento dei giudici era diretto: la Corte ha già detto che questo sistema non va. Il legislatore non ha fatto nulla di sostanziale. Allora quando si interviene?
Il Parlamento si è mosso. Ma non abbastanza.


Qualcosa, in verità, il Parlamento l’ha fatto. Con un decreto del 2025 ha esteso la liquidazione rapida ai lavoratori invalidi e inidonei. Con la legge di bilancio 2026 ha ridotto l’attesa iniziale da dodici a nove mesi, ma solo per chi andrà in pensione dal 2027 in poi. Tre mesi di meno, insomma, per una parte dei futuri pensionati. E la rateizzazione? Intatta. La rivalutazione monetaria per compensare l’inflazione? Non pervenuta.
La Corte prende atto di questi interventi e li definisce, con invidiabile sobrietà, “di portata circoscritta”. Non c’è un piano. Non c’è una direzione chiara. Non c’è nessun segnale che tre mesi in meno siano il primo passo di un percorso che porta da qualche parte.
E allora la Corte, ancora una volta, si trattiene dal dichiarare l’incostituzionalità — ma stavolta non si limita a un monito generico.
Fissa una data: 14 gennaio 2027.

La nuova udienza è convocata per il 14 gennaio 2027. Da qui ad allora il Parlamento ha tutto il tempo per varare una riforma seria: non necessariamente immediata, ma credibile, con tappe definite, che mostri una vera intenzione di smontare progressivamente quel sistema di attese e rate che la stessa Corte ha già giudicato contrario alla Costituzione.

Se quella riforma non ci sarà, o se sarà giudicata ancora insufficiente, la Corte si troverà in una posizione difficile da gestire: avrà avvisato tre volte. A quel punto, dichiarare l’incostituzionalità — con tutto l’impatto finanziario che ne deriva — diventerà quasi inevitabile. O in alternativa, come la stessa ordinanza lascia intendere, potrebbe arrivare una pronuncia più chirurgica: magari il solo riconoscimento della rivalutazione monetaria sulle rate già erogate, o un intervento limitato a specifiche categorie. Soluzioni di compromesso, insomma, ma pur sempre soluzioni che il legislatore avrebbe potuto scegliere da solo, con più ordine e meno urgenza.
Vale la pena notare, en passant, che, generalmente, un lavoratore privato con gli stessi anni di contributi riceve il proprio TFR entro pochi giorni dal pensionamento. La differenza non dipende da nessuna ragione tecnica insuperabile. Dipende da una scelta politica del 1997, fatta in un momento di rigore fiscale estremo, e mai davvero messa in discussione da allora.

Quella scelta, oggi, ha una scadenza.

*Avvocato amministrativista