Il commento di Michele Sansone, Country Manager di iBanFirst Italia
Le banche centrali di Stati Uniti, area euro, Regno Unito, Canada e Giappone si riuniranno la prossima settimana. La domanda è inevitabile: procederanno con un rialzo dei tassi per contrastare le pressioni inflazionistiche? I mercati monetari appaiono scettici — e lo siamo anche noi.
Non sarebbe la prima volta che, di fronte a uno shock dell’offerta petrolifera, le autorità monetarie scelgono di attendere. All’inizio degli anni Novanta, dopo la Guerra del Golfo, preferirono infatti restare alla finestra, per poi riprendere il ciclo di allentamento monetario temporaneamente interrotto dal conflitto.
In quel contesto, la Bundesbank rappresentò un’eccezione, decidendo di aumentare i tassi. Una scelta che, col senno di poi, si rivelò infelice: contribuì ad alimentare instabilità monetaria, rallentamento economico e un incremento della disoccupazione, proprio mentre la Germania affrontava gli ingenti costi della riunificazione.
È difficile non augurarsi che oggi la Banca Centrale Europea eviti di ripetere lo stesso errore. Allo stato attuale, le pressioni inflazionistiche restano circoscritte e si concentrano soprattutto lungo la filiera petrolchimica e nei derivati di petrolio e gas, ma, in assenza di effetti di secondo impatto, un intervento restrittivo da parte delle banche centrali appare prematuro. Il rischio che l’inflazione assuma una natura strutturale, piuttosto che temporanea, sembra al momento contenuto: la crescita sta rallentando, la spesa pubblica viene progressivamente ricondotta sotto controllo e, nella maggior parte delle economie avanzate, si osserva un ritorno alla moderazione salariale. In un simile contesto, un inasprimento delle condizioni monetarie rischierebbe di risultare fuori tempo.
Ritorna l’appetito per il rischio
Segnali in questa direzione emergono anche dai mercati finanziari. Nelle ultime settimane, l’indice di volatilità del mercato azionario statunitense, il VIX, ha registrato una flessione significativa. Storicamente, movimenti di questo tipo si accompagnano a un cambiamento di regime nei mercati valutari: si passa da una fase di avversione al rischio a una di maggiore propensione, che tende a favorire le valute a più alto beta.
Se questo schema dovesse ripetersi, la sterlina britannica, il dollaro australiano e le valute dei mercati emergenti potrebbero beneficiare maggiormente della fase che si apre.
In questo contesto, un segnale restrittivo da parte delle banche centrali rischierebbe di risultare dissonante proprio mentre la fiducia inizia a ricostruirsi. Un esito che, con ogni probabilità, si rivelerebbe controproducente.

