La guerra silenziosa su Piazza Affari
In questi giorni è esploso uno scontro che dice molto più di tante dichiarazioni europeiste: quello tra Cassa Depositi e Prestiti e Euronext sulla governance di Borsa Italiana. Secondo quanto emerso, CDP ha portato il caso davanti a un tribunale di Amsterdam, sostenendo che gli accordi di governance prevedano per l’azionista italiano il diritto di avviare la selezione del nuovo amministratore delegato della Borsa di Milano. Ma Euronext avrebbe di fatto bloccato il processo, puntando alla continuità dell’attuale vertice. Tradotto: Roma chiede di rispettare i patti, Parigi risponde con il solito sorriso diplomatico e con la sostanza immutata del potere.
L’asset strategico che vale più della politica
Chi pensa che si tratti di una banale guerra di poltrone non ha capito la partita. La Borsa di Milano non è solo un simbolo. È un’infrastruttura strategica perché controlla MTS, la piattaforma su cui si scambiano circa 2.7 trilioni di euro di titoli di Stato italiani. 
Capite bene cosa significa: chi controlla quell’infrastruttura controlla un pezzo della sovranità finanziaria del Paese. Eppure dal 2021 quell’asset è dentro Euronext, il gruppo paneuropeo che gestisce anche le Borse di Parigi, Amsterdam, Bruxelles, Lisbona e Oslo, dopo l’acquisto per oltre 4 miliardi di euro dal London Stock Exchange. Una federazione di mercati, si disse allora. Peccato che in tutte le federazioni europee la capitale sia sempre Parigi.
Il copione francese: prima Europa, poi Francia
La storia è sempre la stessa. Prima la retorica europea, poi il riflesso nazionale. I francesi parlano di integrazione dei mercati. Poi però difendono sistematicamente i propri centri decisionali. È successo con l’energia. Con le telecomunicazioni. Con la difesa. Ora con la finanza. E quando l’Italia prova a far valere i propri diritti – diritti scritti nei patti societari – improvvisamente diventa nazionalista. La verità è che Parigi fa semplicemente quello che uno Stato serio dovrebbe fare: difendere i propri interessi.
Il problema vero, però, è Roma
Ma attenzione: sarebbe troppo facile scaricare tutto sui francesi. La verità è più scomoda. Questa partita nasce da un errore italiano. Nel 2021, quando Borsa Italiana tornò sul mercato dopo la Brexit, l’Italia poteva provare a ricomprarla davvero. Invece ha scelto la strada più comoda: entrare nel capitale di Euronext e sperare di contare. È la differenza tra essere proprietari e essere soci. E nella finanza europea, si sa, chi controlla davvero è chi detta le regole.
Chiagni e fotti, versione europea
I francesi non sono ingenui. Fanno politica industriale da due secoli. Creano campioni nazionali. Proteggono gli asset strategici. Difendono i loro centri finanziari. E quando serve si rifugiano dietro la parola più comoda di tutte: Europa. Ma se l’Europa diventa solo una copertura per rafforzare i centri di potere già esistenti, allora qualcuno dovrebbe iniziare a dirlo chiaramente. Perché altrimenti continueremo a vedere lo stesso film.
Parigi che predica integrazione. E l’Italia che scopre, ogni volta troppo tardi, che dietro l’europeismo c’è sempre la vecchia regola della geopolitica economica. Prima l’interesse nazionale. Poi tutto il resto. E noi? Noi continuiamo a stupirci. Forse dovremmo smettere. E iniziare a giocare la stessa partita.

