La guerra in Iran e il conseguente blocco di Hormuz proseguono da quasi tre mesi ormai. Ogni giorno Trump dice tutto e il contrario di tutto. Passa anche nel corso di poche ore da frasi rassicuranti, tipo “accordo imminente” ad altre terribili “li faremo tornare all’età della pietra”. In tutto questo tira e molla però, paradossalmente, la principale Borsa americana, Wall Street, continua comunque a guadagnarci. Come se non subisse le oscillazioni dovute a quegli scenari sempre più incerti. Ma perché avviene questo? Il New York Times ha analizzato tutte le volte in cui Trump ha detto che la guerra in Iran è vicina alla fine o ha minacciato un imminente attacco, e ha poi messo in rapporto le sue parole con la realtà del momento.
Wall Street, dopo le prime pesante oscillazioni, del primo mese di guerra soprattutto, ha reagito. Tutte le perdite legate al conflitto Mediorientale sono state recuperate, segno eloquente che gli investitori non temono più di tanto che una possibile crisi energetica, dovuta all’aumento del prezzo del petrolio, possa innescare una recessione economica, o meglio una stagflazione. Nel frattempo, anche il prezzo del petrolio è tornato sotto la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, il mercato infatti comincia a non considerare più il greggio nella veste di bene rifugio e questo permette a Wall Street di reggere il colpo indipendentemente da quello che dica Trump, ed essendo le Borse asiatiche ed europee le più esposte su Hormuz, anche di guadagnarci.

