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Economia

di Sergio Luciano

Uno a zero, palla al centro. La blitz-krieg con cui Andrea Bonomi s'illudeva di poter porre le premesse per una favolosoa plusvalenza sul suo modesto investimento con cui attraverso Investindustrial è entrato in possesso dell'8,6% della Banca popolare di Milano è caduta alla prima curva. I soci della Banca Popolare di Milano bocciano il voto a distanza, riuniti oggi in assemblea alla Fiera di Milano, hanno bocciato a grande maggioranza e con voto palese per alzata di mano la modifica del regolamento assembleare che proponeva l'introduzione del voto remoto.

Gli azionisti della popolare hanno accolto la bocciatura con un applauso. Hanno correttamente interpretato l'innovazione proposta da Bonomi come una premessa per la trasformazione dell'istituto da cooperativa in spa: facendo affluire anche il voto dei soci che non hanno voglia di sobbarcarsi la trasferta in Fiera per presenziare fisicamente all'assemblea, Bonomi sperava di avere partita più facile: i soci che votano da casa sono i non-dipendenti, meno gratificati dai mega-privilegi storici che i sindacati della Bpm hanno sempre ottenuto per sé, grazie all'egemonia in assemblea. Ma intanto cambiare il regolamento assembleare previsto dallo Statuto è un atto che richiede un'assemblea straordinaria, dove occorre una maggioranza dei due terzi dei votanti per approvare le delibere e questo ha fatto apparire la pretesa di Bonomi inserire la modifica nell'ordine del giorno di oggi come un tentativo di forzare la mano; e comunque l'assemblea ha detto no. I due leader sindacali di Fabi e Cisl hanno approfittato per commentare e spiegare il valore “politico” di questo no: “Il risultato dell'assemblea è un primo, chiaro, responsabile segnale ai vertici di Bpm da parte delle lavoratrici, dei lavoratori, dei pensionati e della società civile milanese e lombarda": così hanno detto Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi, e Giuseppe Gallo, segretario generale della Fiba Cisl.

"I soci hanno espresso con fermezza tutti i dubbi e le preoccupazioni per il progetto di trasformazione in Spa e la volontà di preservare l'identità e l'autonomia della loro banca, fonte, nella sua lunga storia, di sviluppo e di coesione sociale". Inoltre, dicono Sileoni e Gallo, i soci "esprimono il rifiuto di fare di Bpm Spa la testa di ponte in grado di mettere a rischio il futuro delle banche popolari cooperative e di aprire brecce profonde nella stabilità del sistema bancario italiano". Bonomi, nell'angolo, ha replicato a caldo affermando l'inverosimile: “La bocciatura del voto a distanza da parte dell'assemblea dei soci di Bpm non è uno schiaffo. Lo prenderei come uno schiaffo se mi fossi adattato a un sistema che deve evolvere. Far evolvere questa banca è una fatica". Insomma, lui sta cercando filantropicamente di salvare la banca e quei minus habens dei piccoli soci non vogliono essere salvati. E di fatti, aveva teorizzato il finanziere nel suo intervento in assemblea, la Bpm “è fragile” e “deve cambiare ancora”. Come se tutte le banche fallite in Europa e semifallite in Italia fossero cooperative e non, al contrario, classicissime società per azioni...

Dopo il cappotto di oggi, la strada per la trasformazione della Bpm in Spa si fa in ripidissima salita. Ma attenzione, se lunedì in Borsa il titolo dovesse perdere quota, non sarebbe a causa dei funesti presagi di cattiva gestione ma del disinganno della speculazione che trovava motivi di rialzo nella futura contendibilità della banca post-trasformazione. Restando cooperativa, la Bpm resta dei suoi tanti piccoli soci. Trogloditi quanto si vuole – almeno, così li considerano tanti – ma mai quanto i grandi soci di capitale, dalle fondazioni ai fondi internazionali, che hanno lasciato marcire in tutta Europa le banche che controllavano, per quanto non fossero cooperative...

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