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Brand o brand…elli/ La storia di Tim, il top di gamma delle telecomunicazioni che potrebbe finire totalmente nelle mani di Poste Italiane

Dalle origini al ruolo di Poste Italiane: la storia di TIM, settimo gruppo economico italiano per fatturato

Brand o brand…elli/ La storia di Tim, il top di gamma delle telecomunicazioni che potrebbe finire totalmente nelle mani di Poste Italiane
Tim telecom Italia

Brand o brand…elli / Poste Italiane lancia un’offerta di acquisto a TIM: la storia del marchio italiano, leader nel settore delle telecomunicazioni

Si è aperta una nuova fase nella storia di TIM, a seguito dell’iniziativa di Poste Italiane di lanciare un’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) volontaria e totalitaria sul capitale della società. Il Consiglio di Amministrazione di TIM, riunito sotto la presidenza di Alberta Figari, ha preso formalmente atto dell’operazione, avviando contestualmente il processo di valutazione dell’offerta nell’interesse della società e dei suoi azionisti. L’OPAS rappresenta un passaggio strategico potenzialmente decisivo, poiché mira al consolidamento del controllo da parte di Poste – attuale primo azionista di TIM, con circa il 27% del capitale – e potrebbe condurre a una ridefinizione degli assetti proprietari e industriali del gruppo, fino all’eventuale uscita dalla Borsa.

In passato Telecom Italia, la TIM è uno dei principali operatori europei nel settore delle telecomunicazioni, attivo nei servizi di telefonia fissa e mobile, Internet, VoIP e soluzioni digitali avanzate. Il gruppo opera principalmente in Italia e Brasile ed è tra le maggiori realtà economiche italiane per fatturato, oltre a essere quotato nell’indice FTSE MIB. Negli anni, TIM ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione, includendo servizi legati alla digitalizzazione, al cloud, all’Internet of Things e alla cybersecurity, anche attraverso società controllate e partnership internazionali. Inoltre, svolge un ruolo rilevante nella connettività della pubblica amministrazione italiana e promuove iniziative sociali tramite fondazioni attive in Italia e Brasile.

Le origini del sistema telefonico italiano

La storia di TIM affonda le sue radici nella riorganizzazione del sistema telefonico italiano operata negli anni Venti dal governo di Benito Mussolini. Con un provvedimento del 1923, il territorio nazionale venne suddiviso in cinque aree affidate ad altrettanti operatori: STIPEL, TELVE, TETI, TIMO e SET. Questo assetto rimase in vigore fino al 1964, quando le cinque società furono unificate nella SIP (Società Italiana per l’Esercizio Telefonico), segnando la nascita di un sistema centralizzato sotto il controllo pubblico. Nello stesso anno, la holding STET – appartenente all’IRI – consolidò il controllo di diverse società strategiche, tra cui Telespazio, attiva nelle comunicazioni spaziali, Italcable per le telecomunicazioni intercontinentali e Radiostampa per i servizi telegrafici. Sempre nel 1964 venne creato a Torino il CSELT, centro di ricerca avanzata che avrebbe avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo tecnologico del settore. A questo si affiancò, nel 1976, la Scuola Superiore Guglielmo Reiss Romoli all’Aquila, dedicata alla formazione.

Dopo la crisi economica degli anni ’70, SIP avviò negli anni ’80 un importante processo di ristrutturazione. In questa fase furono introdotti nuovi servizi, un nuovo marchio e importanti innovazioni tecnologiche. Nel 1985 prese il via il progetto San Salvador, che avviò la digitalizzazione della rete telefonica italiana. Parallelamente, vennero introdotte le fibre ottiche, già sperimentate nel 1977 con la prima linea urbana al mondo realizzata grazie alle tecnologie del CSELT. Sempre nel 1985 STET ridusse la propria quota azionaria in SIP, pur mantenendone il controllo. Nel 1993 venne introdotta la cosiddetta “rete intelligente”, che consentiva l’erogazione di servizi avanzati su scala nazionale, come i numeri verdi.

La nascita di Telecom Italia

Nel contesto della liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni, avviata negli Stati Uniti e poi in Europa, nel 1994 nacque Telecom Italia. La società fu costituita attraverso la fusione di SIP con altre aziende del gruppo STET, tra cui Iritel, Telespazio, Italcable e SIRM. L’operazione si inseriva in un più ampio piano di riassetto del settore promosso dall’IRI. Nel 1995 venne creata Telecom Italia Mobile (TIM), controllata in maggioranza da STET. Nel 1996 TIM introdusse la carta prepagata GSM, una rivoluzione che contribuì alla diffusione capillare della telefonia mobile. Nello stesso periodo venne avviato il progetto Socrate per lo sviluppo della fibra ottica, successivamente abbandonato a causa degli elevati costi.

Nel 1996 venne privatizzata Seat Pagine Gialle, mentre nel 1997 il governo guidato da Romano Prodi completò la privatizzazione di Telecom Italia. L’operazione generò un incasso di circa 26.000 miliardi di lire e portò alla quotazione in Borsa. Tuttavia, il cosiddetto “nocciolo duro” di azionisti si rivelò debole. Nel 1998, Franco Bernabè divenne amministratore delegato.

La scalata Olivetti

Nel 1999 Olivetti, guidata da Roberto Colaninno, lanciò un’OPAS riuscendo a conquistare il controllo di Telecom Italia con il 51%. L’operazione fu fortemente finanziata a debito, creando una struttura finanziaria squilibrata: una società relativamente piccola controllava un gruppo molto più grande. Nel 2001 il debito aumentò sensibilmente, anche a causa dell’espansione internazionale e dell’acquisizione di Seat Pagine Gialle. Nello stesso periodo venne avviato un piano di riduzione del personale. Sempre nel 2001 il centro di ricerca CSELT venne scorporato: nacquero Loquendo e TILab. Nel 2001 il controllo passò a una cordata guidata da Marco Tronchetti Provera.

Nel 2003 Telecom Italia fu fusa con Olivetti, con un significativo aumento dell’indebitamento. Per ridurre il debito, vennero vendute partecipazioni estere e immobili. Nel 2005 Telecom lanciò un’OPA su TIM, portando all’integrazione completa tra telefonia fissa e mobile. Tuttavia, l’operazione fece salire ulteriormente il debito. Nel 2006 il gruppo registrava un forte indebitamento e avviava una riorganizzazione interna in quattro divisioni, ipotizzando anche lo scorporo della rete.

Crisi, governance e patto Telco

Dopo le dimissioni di Tronchetti Provera nel 2006, la guida passò a Guido Rossi. Nel 2007 nacque Telco, holding partecipata da Telefónica e da importanti istituzioni finanziarie italiane. In questa fase venne creata la divisione Open Access, si rafforzò la regolazione della rete e si ridusse progressivamente il debito. Dal 2014 Telecom Italia avviò un processo di rinnovamento della governance, con maggiore indipendenza del consiglio di amministrazione. Parallelamente, vennero avviati ingenti investimenti: 9 miliardi per le infrastrutture, sviluppo della fibra ottica, diffusione del 4G e successivamente del 5G. Nel 2015 venne unificato il brand TIM.

Sempre nel 2015, il gruppo francese Vivendi avviò un progressivo acquisto di azioni con l’obiettivo di consolidare una partecipazione rilevante e rafforzare la propria influenza nella governance. Nel giro di pochi mesi, la strategia si tradusse in una vera e propria scalata: tra gennaio e marzo 2016 la quota superò rapidamente il 20% fino a raggiungere il 24,9%, rendendo Vivendi il principale azionista del gruppo. In parallelo, il nuovo assetto proprietario ebbe immediate ripercussioni sul management: il Consiglio di Amministrazione prese atto delle dimissioni di Marco Patuano e, nel marzo 2016, nominò Flavio Cattaneo amministratore delegato. Il suo mandato si concluse nel luglio 2017, quando venne sostituito da Amos Genish, mentre la governance vedeva figure centrali come Arnaud de Puyfontaine e Giuseppe Recchi. Nonostante il peso crescente, nell’agosto 2017 Vivendi dichiarò formalmente di non esercitare un controllo di fatto sulla società.

Nel 2018 il consiglio approvò il piano industriale DigiTIM, orientato alla digitalizzazione dei processi e all’innovazione. Nello stesso anno si aprì però una fase di forte tensione nella governance: il fondo Elliott, guidato da Paul Singer, insieme a Cassa Depositi e Prestiti, entrò nel capitale con l’obiettivo di riequilibrare la gestione. Nell’assemblea del maggio 2018, Elliott prevalse sulla lista sostenuta da Vivendi, determinando un cambio nella composizione del consiglio di amministrazione, che divenne in larga parte indipendente. Venne nominato presidente Fulvio Conti, mentre Amos Genish fu inizialmente confermato amministratore delegato. Le divergenze strategiche, in particolare sullo scorporo della rete, portarono tuttavia a un nuovo cambio ai vertici: nel novembre 2018 Genish venne sfiduciato e sostituito da Luigi Gubitosi. In questa fase la società assunse progressivamente le caratteristiche di una public company, con una governance più diffusa.

Nel 2019 la società venne rinominata Gruppo TIM, segnando anche simbolicamente una nuova fase. Nello stesso periodo Cassa Depositi e Prestiti rafforzò ulteriormente la propria partecipazione, arrivando al 9,8%, anche in funzione di possibili sviluppi con Open Fiber. Dopo le dimissioni di Fulvio Conti, la presidenza passò a Salvatore Rossi.

La riorganizzazione

Una svolta decisiva si verificò nel 2022 con la nomina di Pietro Labriola come amministratore delegato. Sotto la sua guida venne avviato un piano industriale che prevedeva la separazione tra infrastruttura e servizi, attraverso la creazione di due entità distinte: NetCo, dedicata alla rete, e ServCo, focalizzata sulle attività commerciali e sui servizi. Il piano mirava a migliorare la trasparenza delle performance e ad ampliare le opzioni strategiche del gruppo.

Parallelamente, prese forma il progetto di riorganizzazione della rete. Nel 2022 venne firmato un memorandum d’intesa tra TIM, CDP, KKR, Macquarie e Open Fiber per la creazione di una rete unica nazionale. Nel corso del 2023 emersero diverse offerte per l’acquisizione della futura NetCo, tra cui quella congiunta di CDP e Macquarie e quella, leggermente superiore, di KKR. Il Consiglio di Amministrazione affidò quindi a Labriola il compito di negoziare le condizioni migliori. Nel finale del 2023 il CdA diede il via libera all’offerta vincolante di KKR, pari a 18,8 miliardi di euro. Dopo le autorizzazioni governative ed europee, nel luglio 2024 si perfezionò la cessione della rete a FiberCop, controllata dal fondo statunitense, con una riduzione del debito di circa 14 miliardi. L’operazione segnò un passaggio storico, poiché TIM cessò di essere proprietaria della propria rete di accesso.

Nel corso del 2024 proseguì la razionalizzazione degli asset, con l’uscita definitiva da INWIT e l’avvio della cessione di Sparkle, approvata dal consiglio a dicembre. Nel 2025 il gruppo tornò all’utile nel secondo semestre, segnando un’inversione di tendenza. Nello stesso anno si verificò un nuovo cambiamento negli assetti proprietari: Poste Italiane entrò progressivamente nel capitale, acquisendo prima una quota da CDP e poi una partecipazione significativa da Vivendi, fino a superare il 27% e diventare il principale azionista. Nel marzo 2026, com’è noto, Poste Italiane ha annunciato l’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio da 10,8 miliardi di euro sull’intero capitale di TIM, con l’obiettivo di consolidarne il controllo e riportare lo Stato in una posizione centrale nel settore delle telecomunicazioni.

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