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Economia
Brexit. Federalimentare, gli accordi con l'Uk non siano schiavi della fretta

“Il Regno Unito rappresenta il quarto mercato del food and beverage italiano ed è troppo importante per noi per essere ostaggio di una Brexit affrettata". Così Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare, commenta l'imminente uscita del Regno Unito dall'Unione europea e il conseguente countdown di undici mesi per decidere gli accordi tra le due parti. 

“Alle minacce già presenti, come l'embargo russo e i dazi Usa- continua il presidente- non può aggiungersi anche quella causata dalla Brexit: bisognerà tentare di eliminare ogni tipo di tensione, prima fra tutti quello dettato dal tempo. Per questo, chiediamo già da ora un prolungamento del periodo di transizione invece della sciagurata possibilità di ritrovarci con regole approssimative e penalizzanti che nuocciono tanto al nostro settore quanto ai consumatori inglesi”. 

Una richiesta, quella di Federalimentare, basata su un dato storico: per chiudere il Ceta, l'accordo con il Canada, l'Unione europea ha impiegato sette anni. “A questo si aggiunga il fatto che gli accordi che l'Unione europea dovrà stringere con il Regno Unito saranno circa trecento, tutti importanti e strategici per i nuovi equilibri che si andranno a creare. Non possiamo permetterci alcun tipo di superficialità”, conclude Vacondio. 

Una questione urgente quella sollevata dall'organismo di Confindustria, secondo cui -anche per gli effetti dei dazi Usa- va inserita in un quadro più complesso e certo non meno importante per la crescita del settore per il quale Federalimentare chiede adeguate politiche di internazionalizzazione e un’attenzione particolare agli accordi bilaterali sottoscritti dall’Ue, strumenti importanti che hanno fatto registrare trend positivi: grazie all’Epa, per esempio, l’industria alimentare italiana in Giappone ha registrato nei primi sette mesi del 2019 un +11,7% sullo stesso periodo 2018, con il Ceta le esportazioni in Canada sono aumentate del +4,8% rispetto al 2018 e con l’accordo con il Vietnam il Made in Italy alimentare ha registrato un +30% di esportazioni in quel mercato. “La nostra apertura a questo tipo di accordi è supportata dai numeri ma non intende fare sconti alla sicurezza, alla salubrità e all’eccellenza dei prodotti a cui siamo abituati", commenta Vacondio.

 

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