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Economia
Davos, “lo shock del petrolio è positivo”

di Paola Serristori

“Lo shock del petrolio è positivo”, è il messaggio al secondo giorno del vertice economico mondiale di Davos. Lo dichiara Stephen Pagliuca, Managing Director di Bain Capital, che investe sul mercato globale, scegliendo le compagnie più performanti. Mentre i mercati “urlano” ­ slang ripetuto negli interventi a Davos ­ per la caduta inarrestabile del prezzo del greggio, che è sceso di quasi un dollaro nelle ultime ventiquattr'ore, le parti interessante, i grandi operatori della finanza, appaiono incredibilmente rilassati. Se Christine Lagarde, Direttore del Fondo monetario internazionale, sottolinea che una certa volatilità è normale, James Gorman, ceo di Mongan Stanley, conferma che il nervosismo è solo emotivo e la prospettiva solida: “In sei mesi non è cambiato nulla. Le banche commerciano solo l'1,8 % delle risorse finanziarie, dunque che cosa è cambiato? Una correzione è comprensibile.

Ci sono molte voci su che cosa accade in Cina e sul petrolio e questo genera inquietudine. I clienti dell'aggregato non prendono rischi. Ci sarà un ribilanciamento. Per quanto riguarda il prezzo del petrolio, a mio parere non dovrebbe scendere al di sotto di 50 dollari al barile. Ma si stanno affacciando nuovi modelli strategici di business, di macro­business”. L'obiettivo è la crescita globale. Come? Mentre Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, parla di “riforme strutturali” ciclicamente necessarie, perché “le circostanze sono cambiate”, riferendosi anche al taglio del 40% della proiezione dell'andamento sul corso del petrolio, dall'apertura dei lavori del vertice a Davos si è aggiunto il “sottotitolo” “conduci il tuo business in un posto migliore”, che si riferisce alle tematiche ambientali. Si ascoltano istanze sulla “razionalizzazione” della produzione di greggio. Certo, c'è tensione tra Arabia Saudita ed Iran, che dopo la revoca delle sanzioni economiche immette sul mercato il proprio petrolio, ma i Paesi del Golfo stanno diversificando i loro investimenti, con una crescente attenzione verso la riduzione di emissioni inquinanti, anche nella tecnologia dei motori che bruciano carburante fossile. Per predire la curva del grafico, basti sapere che la Nigeria è disposta a scendere sul prezzo delle esportazioni di greggio sino a 9 euro al barile. Il rallentamento della domanda dei Paesi emergenti ­ in primis la Cina, che preoccupa le molte aziende europee che lì esportano ­ ed eccesso di produzione dei beni di consumo sono al centro di questa edizione, che per molti versi prosegue il lavoro programmatico di Parigi a COP21, la conferenza sul surriscaldamento del clima organizzata dall'Onu. Si discute del cambiamento energetico, del prezzo del gas, della spinta alle nuove tecnologie. L'altra notizia di attualità, il peggiore prodotto interno lordo della Cina negli ultimi venticinque anni, resta nelle retrovie. Pochi rilevano che è difficile capire davvero che cosa sta succedendo, perché è difficile avere notizie chiare dalle autorità cinesi.

La valutazione prevalente è che la storia della Cina è in transizione, diminuisce il peso della manifattura e cresce la domanda di servizi. Ma anche questo determinerà una minore richiesta di energia ed i delegati di Davos interpretano la situazione corrente come una strategia di Pechino tesa ad orientare lo sviluppo economico, in linea con la posizione espressa nell'accordo contro il surriscaldamento globale della Terra. In definitiva, quello che appare già certo è che nel 2016 scenderà il prezzo del petrolio. Si continuano a cercare, ovviamente, mercati a domanda crescente. La vera buona notizia, secondo i rumors di Davos, è il ritorno dell'India sulla scena. I consumi interni sono ripresi. Da notare che l'India ha anche avviato un ambizioso progetto di sviluppo dell'energia solare in tutta l'Asia, ponendosi come leader. Segue il Vietnam. Per quanto riguarda l'Europa, strano ma vero, circolano le proiezioni dell'aumento dei consumi generati dal flusso di rifugiati.

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