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Di Foggia e la liquidazione: gli scenari (e l’eventuale sostituto in Eni)

Come per i casi di Stefano Donnarumma e Luigi Ferraris: la legge c’è ma è complesso farla applicare. Ma sullo sfondo una nuova grana per il governo

Di Foggia e la liquidazione: gli scenari (e l’eventuale sostituto in Eni)

Di Foggia e la liquidazione: gli scenari

Di Foggia e la liquidazione: gli scenari (e l’eventuale sostituto in Eni)

Giuseppina Di Foggia non è stata confermata come amministratore delegato di Terna. Attenzione perché le parole sono importanti: non è stata licenziata né le è stato revocato l’incarico. Semplicemente, con l’assemblea di inizio maggio si insedierà un nuovo consiglio di amministrazione che vedrà Pasqualino Monti come ceo e Stefano Cuzzilla come presidente.

Ma c’è un nodo, che si era già presentato in almeno altre due occasioni: esiste una regola – di buon senso prima ancora che scritta – per cui se si lascia un posto di lavoro in una partecipata per approdare a un analogo impiego in altra partecipata si rinuncia a una parte, corposa, della liquidazione. L’ha fatto Luigi Ferraris, l’ha fatto soprattutto Stefano Donnarumma, tra il 2023 e il 2024. Giuseppina Di Foggia, invece, pare che non voglia cedere sulla liquidazione da 7,3 milioni che le dovrebbe spettare secondo accordi precisi.

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Ecco, il primo punto è proprio qui: non è che la Di Foggia ha puntato una pistola alla tempia del cda ma ha siglato un regolare contratto. E dunque, al di là dei malpancismi un po’ populisti, bisogna dare atto che non c’è nulla di illegale. Il problema, semmai, è etico e di opportunità. La manager, infatti per l’anno 2024 ha percepito 1,74 milioni di euro di stipendio tra parte fissa (1,08 milioni) e variabile. Ora in Eni andrà a guadagnare circa 500.000 euro come presidente.

Ma intorno alla sua nomina si sta consumando un dramma finanziario. Dal Mef fanno sapere che se la Di Foggia insisterà sulla sua buonuscita salterà la sua poltrona nel cda del cane a sei zampe. Schermaglie? Mica tanto, perché in effetti qualcuno dice che continuando a lavorare in una partecipata, non si vede perché dovrebbe percepire una partecipata. C’è anche da immaginare, però, che la manager abbia mal accolto il fatto di venire rimossa da Terna, oltretutto per andare a fare la presidente, con uno stipendio inferiore di quasi il 70%.

Ma davvero potrebbe saltare la sua nomina alla presidenza di Eni? In molti dicono di sì e puntano già su un possibile nuovo nome, che poi tanto nuovo non è: Elisabetta Belloni, già a capo del Dis e poi diplomatica vicinissima a Giorgia Meloni e Ursula Von Der Leyen già nel 2023 sembrava poter arrivare alla presidenza del cane a sei zampe, prima che le venisse preferito il generale Giuseppe Zafarana.

Il cda straordinario che è in corso in questo momento, come ha spiegato Repubblica, apre tre scenari possibili: “Si dimette da Terna entro il 5 maggio e il 6 viene nominata alla presidenza dell’Eni, perdendo la severance da 7,3 milioni. Oppure non si dimette da Terna, si presenta il 6 per essere eletta alla presidenza Eni, ma il giorno 7 il cda di Terna che è già convocato per l’approvazione dei dati trimestrali chiede la sua revoca da ad per incompatibilità in base all’articolo 15.5 dello statuto. Con la revoca da Terna perderebbe la severance da 7,3 milioni”.

Oppure ancora c’è un terzo scenario possibile, anche se assai complicato da realizzarsi: rinuncia alla poltrona in Eni, va fino a fine mandato in Terna e a quel punto il suo contratto da 7,3 milioni dovrebbe essere valido anche se il Mef potrebbe provare a contestarglielo in base alla direttiva del 2023, che però non è stata tenuta in considerazione al momento della stipula del contratto. La direttiva in oggetto dice, papale papale, che un manager che ha ricoperto incarichi in una partecipata, se non viene confermato ma viene nominato in un’altra partecipata perde il diritto alla buonuscita. Le trattative tra gli avvocati sono serrati. Con la possibilità di un clamoroso ribaltone.