Fed, Trump nomina Kevin Warsh nuovo presidente. Carmignac, ecco che cosa potrebbe cambiare per i mercati - Affaritaliani.it

Economia

Ultimo aggiornamento: 19:20

Fed, Trump nomina Kevin Warsh nuovo presidente. Carmignac, ecco che cosa potrebbe cambiare per i mercati

Il commento di Kevin Thozet, membro dell’Investment Committee di Carmignac

Carmignac: il commento sul nuovo presidente della Fed e gli effetti sui mercati 

Bisogna parlare di Kevin. Non solo perché Donald Trump (amico stretto del suocero di Warsh, Ronald Lauder) dice che ha “grande acume e bell’aspetto”, ma perché la nomina di Kevin Warsh a presidente della Federal Reserve potrebbe segnare un vero e proprio cambio di regime nella politica monetaria statunitense, con implicazioni rilevanti per la curva dei rendimenti, la liquidità e gli asset rischiosi.

Warsh vanta credenziali di tutto rispetto. Da governatore della Fed durante la crisi finanziaria globale, ha svolto un ruolo chiave ed è stato elogiato da Ben Bernanke per aver mantenuto un dialogo costruttivo tra la Federal Reserve e il Congresso in un momento in cui la fiducia nelle istituzioni era cruciale. Al tempo stesso, Warsh ha però mostrato nel corso degli anni un orientamento persistentemente – e talvolta discutibilmente – restrittivo sul fronte dell’inflazione.

Durante il suo mandato (2006-2011), Warsh ha mantenuto una posizione da “falco” sull’inflazione fino alla fine del 2009, quando il PCE core era sceso allo 0,6% e la disoccupazione aveva raggiunto il 9,9%. È inoltre noto per la sua linea dura sul bilancio della Fed: da tempo sostiene che il quantitative easing e un bilancio eccessivamente ampio favoriscano Wall Street a discapito di Main Street, gonfiando i prezzi degli asset senza incidere in modo significativo sui costi di finanziamento che contano davvero per famiglie e piccole imprese. Nel suo schema interpretativo, il QE comprime i rendimenti a lungo termine, ma lascia sostanzialmente invariate le condizioni di finanziamento a breve termine.

In linea con questo approccio, Warsh propone due o tre tagli nel 2026, una prospettiva positiva per Main Street. Per il “ramo alto” dell’economia a K, un livello del 3,75% può risultare potenzialmente accomodante; per il “ramo basso”, anche il 3% resta restrittivo. In altre parole: allentare il tratto breve della curva, non il bilancio. Tuttavia, tra teoria e pratica c’è differenza. Una simile impostazione non verrebbe attuata dall’oggi al domani e un’eventuale transizione sarebbe coordinata con il Tesoro (Scott Bessent), contribuendo a ridurre ulteriormente le emissioni sulla parte lunga della curva.

L’implicazione sarebbe una curva dei rendimenti statunitense più ripida. I tassi a breve sarebbero ancorati dai tagli dei tassi di policy, mentre i rendimenti a lungo termine potrebbero crescere a livelli determinati dal mercato, spinti da forze di mercato in un contesto caratterizzato da un’economia statunitense resiliente (e probabilmente in riaccelerazione), pressioni inflazionistiche persistenti, disavanzi fiscali elevati e un’offerta di Treasury ancora significativa.

Per gli asset rischiosi, tuttavia, questo mix di politiche potrebbe essere interpretato come lievemente negativo. La riduzione del bilancio in una fase di ampi deficit fiscali implica una maggiore emissione netta che i mercati devono assorbire, in un contesto di liquidità già fragile. I segnali di tensione nei mercati dei pronti contro termine (repo) e le ricorrenti difficoltà di funding indicano che le condizioni di liquidità sono tutt’altro che favorevoli. In questo quadro, una politica di bilancio meno di supporto potrebbe pesare su azioni e altri asset rischiosi, anche se i tagli dei tassi sul tratto breve offrirebbero un certo sollievo all’economia reale.