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Milano, una mattina di aprile. Dopo la campanella. MPS, BPM, Mediobanca, Generali: la partita vera è ancora aperta. Chi tiene il filo?

I retroscena sull’Assemblea e il secondo tempo ancora tutto da giocare

Milano, una mattina di aprile. Dopo la campanella. MPS, BPM, Mediobanca, Generali: la partita vera è ancora aperta. Chi tiene il filo?


I mercati hanno già chiuso. Ma certe partite non finiscono mai con il suono della campanella di Piazza Affari. Nell’assemblea di Monte dei Paschi che si è tenuta con i numeri a Siena ma gli occhi puntati su Milano — c’era tutto quello che serve per capire dove sta andando la finanza italiana. C’erano i numeri: Luigi Lovaglio riconfermato amministratore delegato con ampio consenso, la lista Tortora che si aggiudica otto poltrone su quindici scalzando il cda uscente, Giuseppe Castagna che ha votato a favore portando il peso specifico di Banco BPM. Sullo sfondo, l’altra tessera del mosaico: Crédit Agricole salito al 22,8% del capitale di BPM, Massimo Tononi confermato presidente di piazza Meda. C’era il silenzio del Tesoro, che non ha votato. E c’era, sotto tutto questo, una domanda che nessuno ha pronunciato ad alta voce.


Chi controlla, alla fine, la catena?

Il MEF non vota. E non è neutrale. Iniziamo da quello che sappiamo. Il Ministero dell’Economia non ha partecipato al voto. In superficie sembra neutralità. Ma in finanza — come la serie televisiva Diavoli, tratta dall’omonimo romanzo di Guido Maria Brera, insegna meglio di qualsiasi manuale — la neutralità non esiste mai davvero. Non votare in un’assemblea di questo peso è già una posizione. È dire: questa direzione non ci disturba. Andate. E la direzione è quella di un terzo polo bancario italiano che si costruisce pezzo per pezzo. MPS che ha già chiuso l’operazione su Mediobanca — offerta pubblica di scambio conclusa con l’86,3% di adesioni, fusione per incorporazione in corso, delisting imminente. Mediobanca che porta in dote il 13% di Assicurazioni Generali, entrato così nel perimetro senese. BPM che è il passo successivo di questa architettura: non ancora formalmente dentro il perimetro, ma già al centro di ogni ragionamento serio sul terzo polo allargato, con un orizzonte che si materializza — a integrazione di Mediobanca digerita — a partire dal 2027. Il MEF questa architettura la conosce. E la scelta di non ostacolare Lovaglio — che di questa architettura è l’esecutore tecnico più credibile sul campo — è una scelta istituzionale nel senso più preciso del termine. Non ideologica. Non di bandiera. Pragmatica. E per ora, corretta.
Banche di territorio, banche di sistema, banche che guardano altrove.


Per capire perché questa partita conta davvero, bisogna uscire dai numeri e guardare la geografia. BPM e MPS non sono solo banche. Sono presidio. Sono filiali nei capoluoghi di provincia, relazioni con le PMI dei distretti, mutui alle famiglie nei territori che le grandi banche internazionali guardano con crescente disinteresse. Quella rete capillare è un asset di coesione economica e sociale che non compare nei bilanci ma che è reale quanto il patrimonio netto. Intesa Sanpaolo è qualcosa di diverso ma non opposto: è la banca di sistema per eccellenza, con una proiezione nazionale solida e un radicamento territoriale che nessuno può onestamente contestare. È un pilastro. Ma è un pilastro con una logica e una dimensione che non sostituisce quello che BPM e MPS rappresentano nei territori.
UniCredit è un altro film ancora. Le scelte strategiche degli ultimi anni parlano chiaro: lo sguardo è sempre più rivolto fuori, verso una dimensione europea e internazionale che è legittima e per certi versi ambiziosa, ma che porta la testa lontano da Brescia, da Siena, dalle Marche. Non è un giudizio. È una constatazione.


Il terzo polo che si sta costruendo, quindi, non è solo una questione di quote di mercato bancario. È la risposta a una domanda che il sistema si porta dietro da anni: chi presidia il territorio quando i grandi player guardano altrove? I francesi non vogliono gli sportelli. Vogliono il risparmio. Le partite vere non si giocano su un solo tavolo. Crédit Agricole non è salito al 22,8% di BPM per fare concorrenza alle filiali lombarde di qualcuno. Chi ha memoria di come fu costruita — e poi interrotta — una traiettoria simile qualche anno fa, attraverso un altro istituto con un amministratore delegato che ragionava con la logica di Parigi, sa esattamente dove porta quella catena. BPM come testa di ponte. E poi, nel mirino, la catena che attraverso MPS-Mediobanca arriva fino a Generali. Non gli sportelli. Il risparmio.

Quello previdenziale, quello assicurativo, quello che milioni di italiani hanno costruito in trent’anni di versamenti. Una massa che non ha equivalenti nel sistema domestico e che, se finisce sotto una logica di controllo straniera, cambia la natura stessa della finanza nazionale.
La partita è ancora aperta. E i pezzi si stanno ancora muovendo. Attenzione: i pezzi sul tavolo non sono ancora al loro posto. Mediobanca è già nel perimetro MPS. Ma l’incorporazione non è ancora completata: il delisting deve chiudersi, le sinergie vanno costruite, la nuova governance deve prendere forma. BPM non è ancora dentro il perimetro: il passo successivo è il più delicato, perché è quello che trasforma il progetto in polo. E Crédit Agricole al 22,8% è un dato da tenere sotto osservazione costante, non una garanzia di neutralità. Siamo in un momento in cui le geometrie sono ancora fluide, ancora governabili. Ed è esattamente per questo che il posizionamento del MEF — istituzionale, non interventista, ma lucidamente orientato — è la scommessa giusta. Purché resti lucido anche nella fase due, quella in cui i pezzi aperti si chiuderanno uno per uno.


Golden Power non è uno strumento di nazionalismo finanziario. È la normalità di qualunque sistema che si prenda sul serio. Lo usano i francesi — con una coerenza che dovrebbe far riflettere. Lo usa Berlino. Lo usa Washington ogni volta che un asset sensibile cambia mano in modo non gradito. Tenerlo sul tavolo mentre si costruisce il terzo polo non è contraddittorio con la logica del mercato. È la condizione perché quella logica produca risultati che restano dentro confini governabili.


Il grande banchiere e la responsabilità del filo. A Siena, ieri, Castagna ha parlato di scelta industriale. Ha detto che Lovaglio garantisce la continuità. Ha votato a favore portandosi dietro il peso di BPM e il segnale implicito di una convergenza futura. Può essere tutto vero. Ma in certi film — e chi ha visto Diavoli lo sa — le frasi più tranquille sono quelle che nascondono le tensioni più alte. E nel backstage di questa assemblea, in silenzio, qualcuno ha perso una partita che pensava di stare giocando.


C’è un’altra cosa che vale la pena ricordare, in questa storia. I grandi banchieri — quelli veri, quelli che restano nella memoria del sistema — non hanno mai fatto solo finanza. Hanno fatto economia. Sono stati il punto di raccordo tra gli interessi generali del paese e i tessuti sociali ed economici che lo tengono in piedi: le famiglie, le imprese, i distretti, le comunità. Hanno capito che un bilancio si misura in numeri, ma una banca si misura in qualcos’altro. In quante strade ha contribuito a costruire, in quante imprese ha aiutato a non chiudere, in quanta fiducia ha saputo meritare nel tempo.


Questo è il modello a cui un terzo polo italiano di sistema dovrebbe guardare. Non la logica del predatore finanziario che scala e poi gira pagina. Ma quella del banchiere che sa di essere, in qualche misura, custode di qualcosa che non gli appartiene del tutto.
La partita su BPM, sul perimetro che MPS-Mediobanca sta ancora definendo, sulla catena che porta dal risparmio di Siena al cuore della finanza italiana è ancora aperta. Il confine che nessuno ha ancora tracciato lo tiene in mano il MEF. La responsabilità più alta, adesso, è anche quella di lasciare che l’architettura si costruisca. Senza che ogni mossa diventi uno scontro, senza che ogni equilibrio venga rotto da una dichiarazione di troppo. In certi momenti, governare significa anche questo: tenere il filo senza mostrarlo.