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Economia
Qatar

di Paolo Fiore
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Gli emiri nel pallone. Manca ancora un anno ai mondiali del Brasile e già si è messa in moto la macchina organizzativa per quelli di Qatar 2022. Il Paese non baderà a spese: tra stadi e infrastrutture, gli investimenti dovrebbero toccare i 200 miliardi di dollari (oltre 150 miliardi di euro). Una manna per le imprese che ambiscono a ottenere gli appalti, anche perché solo il 13% dei contrati è stato chiuso. Per i gruppi europei, però, la concorrenza sarà aspra e l'obiettivo non sempre conveniente. Il Qatar gioca spesso sul meccanismo del massimo ribasso, una campo nel quale società cinesi, indiane e turche sono avvantaggiate.

Il grosso delle infrastrutture mira ad accogliere visitatori e tifosi: i mondiali del Qatar avranno un rapporto tra popolazione e affluenza mai visto. Per il mese del mondiale, sono attesei 3,7 milioni di turisti, il doppio della popolazione del Paese. Come se per il torneo del '90 fossero arrivate in Italia 120 milioni di persone.

I mondiali di calcio sono visti sempre più spesso come un affare. Lo sono davvero? In attesa di una risposta, i Paesi che cercano la ribalta mondiale sono disposti a svenarsi. E, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è un mistero che la Fifa assegni la manifestazione strizzando l'occhio al mercato. Il Brasile sembra pronto al grande salto, per trasformarsi da Brics emergente a gigante mondiale. Le proteste durante la Confederations Cup hanno fatto emergere tutte le crepe del Paese. La popolazione contesta un mondiale che, a oggi, è il più costoso della storia. Il segretario esecutivo del ministero dello sport brasiliano, Luis Fernandes, ha dicharato che la spesa già sostenute è di circa 28 miliardi di reais (poco meno di 10 miliardi di euro), 530 milioni in più rispetto a quanto preventivato. Il conto lieviterà ancora: secondo le stime potrebbe superare gli 11 miliardi di euro (l'85% dei quali a carico del governo federale, cioè dei cittadini). Una spesa gigantesca, che tiene conto solo delle infrastrutture direttamente collegate al torneo (stadi e affini). Il Brasile spenderà in una sola edizione più di quanto sborsato nelle tre precedenti da Sud Africa (2010), Germania (2006) e Corea e Giappone (2002). Il budget organizzativo dei primi mondiali africani della storia è stato di 420 milioni di euro, cui si aggiungono investimenti infrastrutturali per 3,3 miliardi. La Germania ha speso circa un terzo del Brasile e la coppia asiatica circa 4,7 miliardi. 

L'impressione però è che, dopo il Brasile, si cambierà marcia. La Russia è già al lavoro per l'edizione 2018. Secondo il primo ministro Medvedev, il budget pubblico dovrebbe aggirarsi intorno ai 15 miliardi di euro. Ma l'investimento complessivo, come affermato dal ministro ministro dello Sport Vitalij Mutko dovrebbe superare i 33 miliardi. Ma per l'occasione le ferrovie russe si stanno regalando una ristrutturazione epocale da 120 miliardi. Una sorta di New Deal che usa il calcio come leva. L'imponenza dell'operazione è tutta in una dato. Si calcola che tra investimenti diretti e indotto, per i modiali lavoreranno circa 140 milioni di russi, il 70% della popolazione.

Saranno soldi (e lavoro) ben spesi? E' complicato stimare l'impatto di un mondiale sull'economia del Paese ospite. Se si fa riferimento all'indicatore più immediato (ma non certo il più preciso), nel 1994 il Pil Usa è aumentato del 4,1%, a un ritmo che negli Stati Uniti non si vedeva dai tempi dei Reagan. Nel 1998, il Pil francese è cresciuto del 3,55%, in un momento storico relativamente florido, con la crescita media dei Paesi Ue al 2,83%. Al contrario, nel 2002 il Pil Giapponese si è contratto dello 0,3%, mentre quello sud-coreano è balzato del 6,2%. E nel 2006 il Pil del Sud Africa è avanzato del 2,8%. Altri tempi. Come insegna il dato giapponese, in una situazione economica severa non è detto che i risultati siano positivi.

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