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Economia
PopEtruria, la colpa è della Consob. Ma anche BankItalia ha toppato. Ecco perché

di Luca Spoldi
Andrea Deugeni

Come è potuta nascere la “truffa” dei bond bancari subordinati? Di chi è stata la colpa? Come si sarebbe potuto evitare l’ennesimo caso di risparmio tradito? Partiamo dai dati certi, quelli del disastro che la mala gestione delle quattro banche “salvate” ha provocato: a fronte di 8,5 miliardi di euro di crediti in sofferenza presenti nei bilanci degli istituti sulla base dei “prezzi presumibili” in caso di immediata cessione sul mercato, come richiedono le norme europee, è emersa una valutazione di solo 1,5 miliardi di euro.

Ogni altra valutazione sarebbe apparsa una forma di “aiuto di stato”, tesa a trasferire parte delle perdite private al debito pubblico, come sarebbe accaduto nel caso di una bad bank “sistemica” di cui da mesi si discuteva (favoleggiava?) tra governo italiano e Commissione Ue. Bad bank che peraltro non sarebbe servita a nulla, se non a obbligare gli istituti ormai da due anni e mezzo in amministrazione straordinaria a svalutare poste di bilancio (i crediti in sofferenza, appunto) mantenute su valori più elevati per evitare che il banco (anzi le banche) saltasse ancora prima.

Svalutare di oltre l’80% questi valori sottolinea del resto la madre di tutti i problemi del sistema bancario italiano: altro che “diverse” e “più solide” (“più trasparenti” nessuno si è per fortuna mai azzardato a dirlo, anche perché in Germania o Francia la situazione presenta analoghe zone di opacità), le banche italiane con 198,975 miliardi di sofferenze lorde a fine ottobre (il 10,5% di tutti i crediti concessi) vedono una copertura media delle stesse del 56% essendo le sofferenze nette, ossia quelle per le quali non si è ancora proceduto ad alcun accantonamento, pari a 87,1 miliardi (il 4,85$ dei crediti complessivi). I dati di cui sopra sono quelli pubblicati ogni mese dall’Associazione bancaria italiana (Abi), dunque sono ben noti alla Banca d’Italia, che periodicamente ispeziona lo stato di salute di tutte le banche italiane, grandi e piccole che siano.

Perché allora non si è intervenuti prima per evitare l’esplodere di una crisi che non riguarda solo le quattro “salvate” (che ripulite del proprio fardello hanno assunto l’aggettivo “nuova” alla vecchia denominazione e sono pronte ad essere cedute al miglior offerente l’anno venturo), ma almeno un’altra decina o forse più di istituti? Secondo il direttore generale di Banca d’Italia, Salvatore Rossi, la causa è stata una certa timidezza dell’istituto centrale italiano che però sarebbe ormai alle spalle essendo cambiata l’aria proprio 3 o 4 anni fa, quando si decise di iniziare a commissariare gli istituti (tra cui i quattro poi “risolti”) senza procedere, come fatto in tutti i decenni precedenti, alla “moral suasion” all’italiana, che consisteva più o meno nell’individuare un compratore e informare l’istituto in crisi che il problema era stato risolto, il tutto con tempi e valutazioni legate alla “stazza” economica e politica dei soggetti coinvolti.

Ma più che di timidezza Rossi avrebbe dovuto parlare del nodo gordiano del sistema italiano (e non solo), ossia dell’eccessiva dipendenza del sistema creditizio dalla politica locale e nazionale, che comporta una lunga teoria di stanze di compensazione delle varie esigenze, l’ultima delle quali sembra essere la trasparenza e la tutela del pubblico risparmio, sacrificato all’esigenza di trovare il modo di rafforzare il patrimonio degli istituti. Quest'ultima, cosa buona e giusta, ma che comporta costi che in passato (come anche in futuro) avrebbero dovuto esser meglio ripartiti. Questo per evitare che anziché i clienti morosi (e in caso di crisi manager e azionisti, come è giusto che sia) a pagare siano i risparmiatori.

Ma attenzione: ancora l’Abi ricorda che mediamente il 17,3% del credito erogato alle piccole attività economiche e al 17,9% delle imprese, contro il 7,2% dei crediti alle famiglie, è in sofferenza, il che significherebbe un’ulteriore stretta del credito “dal basso”. Imporre una “normalizzazione” di tali rapporti verso percentuali più gestibili significherebbe una ulteriore e dura stretta del credito, che rischierebbe di causare un’ulteriore recessione dopo che già si è tentata dal 2008 a oggi la via del “deleveraging” riducendo appunto l’erogazione di nuovi prestiti rispetto al numero di depositi esistenti (a fine novembre i primi erano arrivati a 1.818,2 miliardi, i secondi a 1.679,8 miliardi). Non era certo possibile farlo negli anni passati in cui l’economia italiana stava continuando a perdere terreno (il Pil italiano è passato, secondo i dati di Banca Mondiale, dai 2.319 miliardi di dollari del 2008 ai 2.075 miliardi del 2012 prima di risalire a 2.144 miliardi nel 2014, con un calo ancora superiore al 7,5% rispetto alla situazione pre-crisi), per cui è stato necessario rafforzare la raccolta e il patrimonio puntando sull’emissione di obbligazioni bancarie (raccolta che a novembre presentava un calo del 13,7% su base annua, con una diminuzione in valore assoluto di 61,2 miliardi in dodici mesi), più che tramite la crescita dei depositi (a novembre in crescita del 2,7% annuo, ossia a 34,2 miliardi).

Ciò detto, non si sarebbe dovuto meglio controllare chi assumeva rischio nel finanziare questi e altri istituti ed evitare, almeno un migliaio di risparmiatori finisse col sottoscrivere bond subordinati per oltre metà del proprio patrimonio? Certo che sì visto che tutti i dati (patrimonio da una parte, rischio dall’altro) erano noti.

Ma a chi spettava? Visto che ogni volta che si va a sollecitare il “pubblico risparmio” si deve “prospettare” l’operazione e che il prospetto viene esaminato da Consob, forse la Commissione guidata da Giuseppe Vegas qualche peso sulla coscienza potrebbe averlo. Come qualche peso sulla coscienza dovrebbe averlo anche Banca d'Italia che, se la Consob da parte sua deve verificare la veridicità dei bilanci delle quotate (come PopEtruria), non ha allarmato l'authority guidata da Vegas, sul fatto che in occasione delle obbligazioni subordinate della Popolare finita gambe all'aria il rischio emittente sfiorava il 100%Anche perché nei prospetti di collocamento era indicato che questi titoli erano destinati “alla clientela dei soggetti incaricati del collocamento”, ossia delle banche stesse.

Ma Consob (e non solo lei: la legislazione europea viene applicata con queste modalità da tutti i paesi della Ue) intende la tutela del risparmio in modo burocratico e con ampi margini di discrezionalità, tanto che in alcuni casi in passato è andata a fondo come nella vicenda FonSai-Unipol, in altri è stata silente.

(Segue....)

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