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Unicredit, Orcel attendista su Commerzbank. Ma c’è un interrogativo

Il Cristiano Ronaldo dei banchieri ha fatto crescere del 740% la capitalizzazione della banca. Ma sull’M&A ancora non ha graffiato come vorrebbe e ora il tempo stringe

Unicredit, Orcel attendista su Commerzbank. Ma c’è un interrogativo

Unicredit, Orcel attendista su Commerzbank

Riassunto delle puntate precedenti. Andrea Orcel arriva in Unicredit nel 2021 per risollevare la banca dopo i disastri della precedente gestione, che ha (s)venduto l’argenteria di casa – tra Pioneer e Fineco – per riportare in sesto i conti dopo due aumenti di capitale. Giunge in Piazza Gae Aulenti, Orcel, forte di un track record invidiabile, di una causa aperta con Santander che lo renderà ancora più ricco e soprattutto della nomea di essere un banchiere aggressivo, spregiudicato ma dal grandissimo valore aggiunto.

Dal punto di vista degli azionisti, il manager romano non può che essere osannato: nei cinque anni di gestione della banca (l’anniversario è stato la scorsa settimana) il titolo è cresciuto in borsa del 740% e oggi, a Piazza Affari, è l’azienda più capitalizzata dopo aver superato, seppur di un’incollatura, Intesa Sanpaolo. La quale, gestita in maniera impeccabile dalla sua nascita, ha comunque fatto registrare un incremento del suo valore di Borsa da stropicciarsi gli occhi: +162,5%.

Ma torniamo a Orcel. La scelta di nominarlo amministratore delegato di Unicredit non è stata fatta soltanto per ridare valore al titolo ma anche per tentare di arginare lo strapotere dell’istituto di credito guidato da Carlo Messina che aveva appena completato l’integrazione di Ubi Banca con un’Opas condotta durante il Covid. Insomma, si voleva cambiare la storia di una banca che era diventata assai meno importante e rispettata di quanto non fosse durante la gestione di Alessandro Profumo.

Il quale non per niente, in tandem con manager di straordinario spessore come Roberto Nicastro e lo stesso Luigi Lovaglio, ne aveva fatto un istituto di credito paneuropeo prima di venire defenestrato da un consiglio di amministrazione assai poco disposto a lasciare a Profumo l’autonomia che si era conquistato sul campo. E come ridare grandezza a Unicredit se non con il M&A? Pronti, via e si parte con la possibilità di rilevare Siena. Che non è certo il Montepaschi gagliardo risanato da Lovaglio (i casi della vita) ma un istituto decotto, salvato dallo Stato.

Qui le versioni divergono. Qualcuno dice che Orcel non abbia creduto al progetto di fusione chiedendo una dote troppo elevata; qualcun altro sostiene che il premier Mario Draghi non sia stato convinto da quanto messo sul piatto dal banchiere romano e abbia fatto saltare la trattativa. Qualcun altro ancora, più maligno, ricorda che non ci sia mai stato un dialogo vero tra i due, un tavolo di trattativa e che quindi non ci sia mai stata una possibilità.

Sia come sia, oggi Siena si è comprata Mediobanca, dà le carte sul risiko bancario e potrebbe ritrovarsi anche ago della bilancia nella partita di Generali. Non basta: passano gli anni e Orcel prova a comprare BancoBpm, lo fa lanciando un’opa totalitaria che viene – in modo piuttosto inusuale – stoppata dal governo per mezzo del golden power. Il risultato è arcinoto: la trattativa salta, ma in Piazza Meda si ritrovano un azionista francese che ha già il 22% delle azioni con autorizzazione a salire fino al 30, soglia dell’Opa.

Nel frattempo, il banchiere romano si lancia alla conquista di Commerzbank, secondo istituto tedesco, con un assegno da circa 30 miliardi complessivi. Le autorità tedesche, in barba a qualsiasi regola di mercato libero europeo, decidono di stoppare ogni velleità facendo il diavolo a quattro.

E Orcel in un’intervista sostanzialmente ribadisce una grande ovvietà: se il 70% degli azionisti voterà a favore della fusione si creerà un grande gruppo bancario che potrebbe generare 21 miliardi di utili al 2030. Ma se invece questo non dovesse succedere, allora il banchiere romano ha già annunciato che è pronto a prendersi una pausa dalla Germania. Per andare dove? La domanda è sempre quella: non si prende uno come Orcel solo per remunerare gli azionisti, con un manager di quella levatura serve un cambio di paradigma. Quindi, tocca trovare il modo di lanciare un’opa, possibilmente che vada a buon fine.

Molto si è detto della quota di Mps detenuta da Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio che gestisce le partecipazioni azionarie del gruppo. La holding detiene il 17,5% dell’istituto senese e il 10% di Generali. Ma si sa anche che Leonardo Maria Del Vecchio starebbe trattando proprio con Unicredit per ottenere un maxi finanziamento da 10 miliardi per rilevare le quote dei fratelli. Una cifra enorme, che oltretutto al momento non poggia su nulla di concreto perché la sua LMDV Capital non ha ancora una dimensione così sostanzisoa.

Allora molti si interrogano: ma non sarà che proprio intorno alle quote del Leone o di Mps si potrebbe delineare una strategia futura che renda felice Leonardo junior e lo stesso Orcel? Il banchiere romano aveva anche tentato di salire nell’azionariato di Generali, arrivando oltre il 6% alla vigilia dell’assemblea che aveva confermato Philippe Donnet prima di rivendere una parte della partecipazione.

Insomma: Orcel deve dimostrare di non essere soltanto un bravo amministratore ma anche e soprattutto un condottiero capace di traghettare Unicredit in una nuova, ritrovata dimensione. Se lo farà – e la scadenza del suo mandato è fissata per l’anno prossimo – allora gli verranno giustamente tributati gli onori che merita. Altrimenti rischia di concludere la sua esperienza senza quel guizzo che gli viene richiesto.