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Spettacoli
Il Nome della Rosa: quando Sherlock Holmes abbracciò la Filosofia medievale

Guglielmo da Baskerville. Questo il nome del frate protagonista de Il Nome della Rosa, che stasera - in veste di fiction - approda sugli schermi televisivi di Rai1. In quel cognome, Baskerville, è racchiusa tutta la geniale ironia di Umberto Eco, che (ispirandosi al Mastino dei Baskerville di Arthur Conan Doyle) decise di prendere il suo amatissimo Sherlock Holmes, paludarlo in un saio francescano e collocarlo nel suo periodo storico preferito, il Medioevo. (Nel romanzo sono disseminati altri riferimenti al personaggio di Conan Doyle, uno su tutti: Sherlock Holmes fa uso di oppiacei e Guglielmo invece mastica una strana erba (marijuana?) che ha il potere di aprirgli la mente.)

Non contento, Eco scelse di inserire il suo Guglielmo nel 1327, nell'ambito della disputa teologica sulla Povertà di Cristo, che vedeva opporsi i ghibellini seguaci dell'imperatore Ludovico Il Bavaro e i guelfi fedeli a Papa Giovanni XXII, il quale pasceva nella cattività Avignonese. La polemica sulla povertà di Cristo, in realtà - come spiega proprio Guglielmo in un passo del romanzo - era in realtà un feroce dibattito sulla povertà delle altissime sfere ecclesiastiche, e sulle loro pretese di accumulare ricchezze e di nominare financo gli imperatori. Ammantata di filosofici e teologici colori, la disputa sulla povertà di Cristo, insomma, era in realtà una  ben più mondana diatriba sul potere temporale della Chiesa.

Complice il film di Jean-Jacques Annaud, costretto dalle esigenze di copione a sforbiciare l'amplissima parte del romanzo dedicata ai temi portanti della Scolastica e i riferimenti al Defensor Pacis di Marsilio Ficino, per privilegiare la parte del murder mistery, del giallo, sono in molti a ritenere erronemente Il Nome della Rosa una sorta di whodunit ("chi è il colpevole?") alla Agatha Christie ambientato in un'abbazia medievale. Annaud fu anche costretto a ridurre il numero degli omicidi, che invece nel romanzo seguono pedissequamente le Sette Trombe dell'Apocalisse (filone che sarà ripreso successivamente anche da David Fincher in Seven con i sette peccati capitali). Eco, con un brillante stratagemma e un titolo "fuorviante", spacciò dunque un mirabile trattato filosofico-teologico per l'avvincente inchiesta su un serial killer in un'abbazia, avvicinando le masse ad argomenti che, diversamente, forse mai avrebbero approcciato.

Per questo intriga l'operazione di Giacomo Battiato nella fiction in programma stasera, con John Turturro nei panni di Guglielmo e Rupert Everett in quelli dell'Inquisitore Bernardo Gui, fedelissimo al Papa. Con molte più ore di filmato a disposizione rispetto a quelle di Annaud, quanto indugerà la trama sulle diatribe teologiche, tanto attuali vista anche la forza riformatrice di Papa Francesco e le recenti polemiche scatenate dall'attegiamento troppo libertino e dalla troppa opulenza di certi vertici ecclesiastici, leggi attici faraonici e affini? 

Altro elemento interessante: la fiction, rispetto al libro e al film (forse per osservanza al #MeToo?), punta i riflettori anche su due figure femminili. La ragazza occitana (interpretata da Antonia Fotaras) di cui si innamora il Watson dell'opera, ovvero il giovane Adso da Melk (Damian Hardung), novizio e protegé di Guglielmo, e Margherita da Arco, legata al Fra' Dolcino interpretato da Alessio Boni (citata solo en passant da Eco). Sua interprete sarà Greta Scarano, che vestirà anche i panni di Anna, la figlia di Dolcino e Margherita.

Turturro si è detto innamorato dell'opera di Eco e i mezzi impiegati lasciano intendere una ricostruzione certosina delle ambientazioni e delle atmosfere del romanzo, e senz'altro  l'intento di trasporre finalmente Il Nome della Rosa sulla Tv pubblica è alquanto pregevole. In attesa di vedere e commentare la prima puntata, possiamo lamentare soltanto una mancanza. Quella dell'autore, quella di Umberto Eco. Che in questo  tormentoso periodo storico avrebbe rappresentato una sorta di àncora di salvezza intellettuale, genialmente ironica e autoironica, come il suo Guglielmo da Baskerville per fortuna reso immortale, almeno lui, dalla sua mirabile penna.

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