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Esteri
Trump, altro che deal: torna il nodo Corea. E lo scontro Tokyo-Seul aiuta Kim
Foto: LaPresse

Era il 30 giugno quando Donald Trump è entrato nella zona demilitarizzata tra Corea del Sud e Corea del Nord per stringere la mano al leader di Pyongyang, Kim Jong-un. Sono passati meno di sei mesi, ma di quello "storico" incontro a Panmunjom restano ormai solo le foto ricordo. Il clima, tra Washington e Pyongyang, è tornato a farsi elettrico, o meglio nucleare. D'altronde, basta scorrere le ultime dichiarazioni ufficiali da una parte e dall'altra per capire che qualcosa non è andato esattamente come si sperava. 

La Corea del Nord ha infatti definito Trump "uno sbadato e vecchio eccentrico" il giorno dopo aver annunciato un test "di grande importanza" condotto alla base di lancio di Sohae, che secondo i funzionari del regime cambierà "la posizione strategica" di Pyongyang. "Non abbiamo più nulla da perdere", ha detto Kim, dopo che il presidente degli Stati Uniti aveva avvertito che la Corea del Nord potrebbe perdere "qualsiasi cosa, in realtà" se continuerà con i suoi atti ostili, qualche giorno dopo essere tornato a bollare Kim come "rocket man" al vertice Nato di Londra. Per ora, è caduto nel vuoto il messaggio di Mark Esper, il segretario alla Difesa Usa, che ha dichiarato che Washington è pronta a riprendere i colloqui con la Corea del Nord "in qualsiasi momento". Il tutto accade dopo il botta e risposta sulla denuclearizzzione, con Trump che aveva chiesto a Kim di sbarazzarsi "come promesso" delle armi nucleari, mentre Pyongyang sostiene che questa promessa non esista.

Il clima sembra essere tornato quello di due anni fa, quando lo scoppio di una guerra tra Stati Uniti e Corea del Nord sembrava più che verosimile. Ma la nuova escalation, in realtà, non è una sorpresa. C'è una lunga catena di eventi (e di errori) che sta favorendo il ritorno della tensione in Estremo Oriente. A influire c'è innanzitutto la sfida geopolitica in corso tra Stati Uniti e Cina. La trade war, o sfida tecnologica o ancora nuova guerra fredda a seconda dei punti di vista, fa sì che i rapporti tra Kim e Trump non si possano distendere. Il legame tra Corea del Nord e Cina, infatti, resta molto profondo. Il presidente cinese Xi Jinping è considerato da molti come la vera eminenza grigia dietro i movimenti tra Pyongyang e Washington. Non possono sfuggire le coincidenze temporali, come la visita di Stato di Xi nella capitale nord coreana nemmeno una settimana prima l'ultimo incontro tra Kim e Trump. Il tutto in un momento nel quale c'erano importanti segnali di distensione tra i due grandi rivali, con le prospettive di un incontro tra i due leader. Prospettive mai realizzate. Anzi, appare ormai evidente che un accordo tra Stati Uniti e Cina sia sempre più complicato e l'inquilino della Casa Bianca ha reso chiaro che vuole utilizzare il tema cinese in campagna elettorale. Una campagna elettorale nella quale, però, avrebbe voluto presentare qualche risultato tangibile in materia di politica estera, come, appunto, la firma di un accordo con Kim.

Ma a incidere c'è anche un alto nodo diplomatico, indirettamente collegato alla politica estera statunitense in Estremo Oriente. Si tratta dello scontro diplomatico in atto ormai da alcuni mesi tra Giappone e Corea del Sud. Tutto è cominciato con il riacutizzarsi di una ferita storica mai rimarginata: i risarcimenti di guerra dei giapponesi ai coreani del sud. La sentenza di un tribunale di Seul, che imponeva diverse società di Tokyo a disporre lauti risarcimenti, è stata contestata dal governo giapponese. Da lì si è passati a uno scontro diplomatico che ha toccato sia il livello commerciale sia quello strategico. Dopo una limitazione agli scambi commerciali e a divieti dell'export in aree sensibili come quella tech, si è passati a mettere in dubbio il General Security of Military Information Agreement (GSOMIA), ritenuto un accordo fondamentale a livello di intelligence e della sicurezza.

La strategia geopolitica di Washington nell'area si è sempre imperniata sull'alleanza con Tokyo e Seul, le due uniche medie potenze in grado di collaborare al contenimento dell'ascesa cinese e alla pacificazione della penisola coreana. La stabilità dei rapporti tra Giappone e Corea del Sud è fondamentale per la tenuta commerciale, diplomatica e strategica dell'intero Far East secondo il modello americano. Eppure, proprio la Casa Bianca non è intervenuta per appianare le differenze tra i due partner. Anzi, è entrata in polemica con il governo del sudcoreano Moon Jae-in, che si prepara alle importanti elezioni parlamentari del prossimo aprile, per chiedere un aumento del contributo economico per la permanenza delle truppe americane sul territorio di Seul.

A beneficiare delle fratture c'è Kim, che non può che avvantaggiarsi a livello strategico e negoziale delle divergenze tra i suoi rivali. E c'è Pechino, che vede sfagliarsi lo schieramento che dovrebbe contenerla. L'assenza, o il mancato funzionamento, della politica statunitense nel Far East, non può che migliorare il posizionamento geopolitico della Cina. Non a caso il governo cinese sta operando un significativo riavvicinamento diplomatico a Giappone e Corea del Sud, che improvvisamente più sole, sanno di non potersi voltare dall'altra parte. Ed ecco allora i recenti accordi commerciali tra Pechino e Seul, compresi quelli sulle telecomunicazioni con la collaborazione tra China Mobile e Kt, e i dialoghi sempre più frequenti con Tokyo, in attesa del cruciale viaggio di Xi Jinping a Tokyo a inizio 2020. Se gli Stati Uniti non riuscissero a ricomporre la situazione, Pechino sarà sempre più il kingmaker dell'area.

twitter11@LorenzoLamperti

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