Guerra in Iran, l’analista Morelli: “I due nemici stanno già negoziando”
Mentre la tensione attorno allo Stretto di Hormuz torna a salire e le dichiarazioni di Donald Trump oscillano tra apertura negoziale e minacce militari, il confronto tra Washington e Teheran entra in una fase sempre più ambigua, sospesa tra guerra di logoramento e trattativa sotterranea. Sullo sfondo, nodi strategici come l’Isola di Kharg e il controllo delle rotte energetiche globali restano al centro di uno scontro che va ben oltre il piano regionale.
Le parole del presidente americano – tra l’annuncio del passaggio di petroliere, l’ipotesi di operazioni mirate e il riferimento a un presunto “cambio di regime” in Iran – sollevano interrogativi cruciali: siamo di fronte a una reale svolta sul campo o a una strategia comunicativa per rafforzare la posizione negoziale degli Stati Uniti? E quanto è concreta la possibilità di un’escalation militare su obiettivi sensibili?
A fare chiarezza è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani analizza la profondità dello scontro e le sue possibili evoluzioni: “Gli Stati Uniti sono consapevoli di essersi infilati in un vicolo cieco e di trovarsi in un conflitto di logoramento potenzialmente senza fine. Tuttavia, dei colloqui, seppur non ufficializzati e in gran parte riservati, sono già in corso”.
Quanto è credibile l’annuncio di Trump sul passaggio di 20 mega petroliere nello Stretto di Hormuz? Si tratta di una mossa reale o più di una pressione strategica sull’Iran?
“L’Iran, per il momento, consente il passaggio nello Stretto di Hormuz alle petroliere di alcuni Paesi, come Cina, Russia, India, Pakistan e Iraq, richiedendo in generale il pagamento di un pedaggio di circa due milioni di dollari per unità. Le dichiarazioni di Donald Trump su un presunto “regalo” da parte di Teheran sembrano avere soprattutto una funzione politica: servono a sottolineare che i colloqui, pur se non ufficializzati e in gran parte riservati, sono in corso. Si parla di possibili sedi negoziali come Islamabad.
È importante evidenziare come ci si trovi in una fase in cui gli Stati Uniti negoziano “con la forza”, mentre l’Iran tende a negare o ridimensionare i contatti, perché entrambe le parti stanno combattendo una guerra di logoramento con l’obiettivo di aumentare il proprio peso negoziale e ridurre le concessioni.
Da un lato, Washington punta al trasferimento all’estero dell’uranio arricchito, allo smantellamento delle capacità nucleari iraniane, al ridimensionamento dell’arsenale missilistico e alla fine del sostegno ai gruppi alleati nella regione. Dall’altro lato, Teheran rivendica la piena sovranità sullo Stretto di Hormuz, il mantenimento della propria influenza regionale e la possibilità di conservare capacità nucleari almeno a uso civile, oltre all’arsenale missilistico.
Su questi punti si gioca il negoziato. Va sottolineato che gli Stati Uniti avevano inizialmente avviato questa fase con l’obiettivo di rovesciare il regime iraniano, mentre oggi sembrano concentrarsi su obiettivi più limitati, come garantire la sicurezza e l’apertura dello Stretto, che di fatto era già operativo prima dell’escalation militare israelo-americana”.
Alla luce delle dichiarazioni su Isola di Kharg, quanto sarebbe davvero “facile” un’operazione militare americana su un’infrastruttura così sensibile? E quali rischi comporterebbe un’azione del genere?
“Gli Stati Uniti stanno effettivamente valutando operazioni militari circoscritte, non un’invasione su larga scala come in Afghanistan o Iraq. Tra queste ipotesi rientra la possibile conquista di alcune isole strategiche nel Golfo Persico, in particolare l’Isola di Kharg, da cui passa circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane.
Un’operazione del genere sarebbe estremamente complessa: gli Stati Uniti hanno le capacità per condurla, ma si tratterebbe di un’azione ad alto rischio. La conquista dell’isola esporrebbe le truppe americane a una forte vulnerabilità, rendendole bersaglio di una possibile rappresaglia iraniana.
Servirebbe quindi un’operazione congiunta, verosimilmente con il supporto israeliano, basata su copertura aerea, impiego di caccia, navi e forze aviotrasportate. Tuttavia, anche dopo un’eventuale conquista, resterebbe il problema della difesa dell’isola, esposta ai missili iraniani e all’uso crescente di droni e munizioni circuitanti.
Sono state ipotizzate anche incursioni nell’entroterra iraniano, ad esempio nell’area di Isfahan, dove si troverebbero circa 450 chili di uranio arricchito al 60%. Tuttavia, queste operazioni sarebbero ancora più complesse e difficilmente realizzabili, perché richiederebbero un coordinamento estremamente sofisticato tra intelligence americana (CIA), israeliana (Mossad) e possibili attori interni all’Iran”.
Trump parla di un “cambio di regime” già avvenuto in Iran: dal punto di vista militare e geopolitico, è una valutazione fondata oppure una narrazione politica?
“Gli Stati Uniti sono consapevoli di essersi infilati in un vicolo cieco e di trovarsi in una situazione strategica complicata, che rischia di trasformarsi in un conflitto di logoramento senza fine. In questo contesto, il presidente Donald Trump sembra puntare anche su un cambio di narrazione per ridefinire gli obiettivi politici della guerra.
Non si è verificato un vero “cambio di regime” nel senso classico: non c’è stata una rivoluzione né la caduta della Repubblica islamica con una transizione verso un sistema democratico di tipo occidentale, come auspicato da Stati Uniti e Israele. Tuttavia, alcuni cambiamenti interni ci sono stati. Il sistema politico iraniano appare oggi meno centrato esclusivamente sulla leadership religiosa: la Guida Suprema e il clero sciita sembrano aver ceduto parte del potere esecutivo al Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (Pasdaran).
Si può quindi parlare di una trasformazione interna: da una teocrazia piena a una forma più ibrida, con tratti di oligarchia militare-tecnocratica, sostenuta in parte dalla popolazione e orientata a rafforzare la resistenza contro i principali avversari, cioè Israele e Stati Uniti”.

