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Guerra in Iran, l’esperto: “Gli Usa hanno fatto male i conti, sono in un vicolo cieco: ora rischiano un logoramento infinito”

L’intervista di Affaritaliani all’analista geopolitico Elia Morelli

Guerra in Iran, l’esperto: “Gli Usa hanno fatto male i conti, sono in un vicolo cieco: ora rischiano un logoramento infinito”

Iran, l’analista Morelli: “Stati Uniti in un vicolo cieco. Fallimento strategico e rischio guerra infinita”

Mentre la pressione militare statunitense si intensifica nel Golfo Persico e Teheran rivendica la propria tenuta strategica, il confronto tra Washington, l’Iran e Israele scivola in una fase di estrema incertezza, in bilico tra diplomazia sotterranea e spettri di escalation. Quella che doveva essere un’operazione rapida rischia ora di trasformarsi in una logorante guerra di attrito, capace di scardinare gli equilibri dell’intera regione.

In questo scenario, gli interrogativi si fanno urgenti: gli Stati Uniti sono davvero finiti in un vicolo cieco strategico? Le richieste iraniane sono punti negoziabili o solo tattiche per guadagnare tempo? E ancora: l’invio di nuovi contingenti americani è l’ultima carta della pressione diplomatica o il preludio a un conflitto aperto?

A tracciare la rotta tra le ambizioni di Donald Trump e la resistenza dei Pasdaran è Elia Morelliricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico – che ad Affaritaliani analizza limiti, obiettivi e contraddizioni delle strategie in campo, offrendo una chiave di lettura profonda sui possibili sviluppi della crisi mediorientale.

Alla luce delle dichiarazioni iraniane, quanto è credibile l’idea di un “fallimento strategico” degli Stati Uniti? Si tratta di una realtà o di una narrativa propagandistica di Teheran?

“Gli Stati Uniti si sono infilati in un vicolo cieco. Se la strategia israeliana appare chiara – ovvero disintegrare completamente l’Iran – tanto che il Mossad era entrato in contatto con la CIA e con la classe dirigente americana già a gennaio per proporre un piano finalizzato a sfruttare strumentalmente le proteste interne e tentare di rovesciare il regime, gli americani sono stati di fatto spinti a intervenire in una guerra in cui non è chiaro il loro obiettivo strategico.

Se pensano di poter arrivare alla stabilizzazione del Medio Oriente non attraverso un dialogo diplomatico con l’Iran, bensì tramite negoziati “a mano armata” finalizzati a ridurlo a una condizione di impotenza o di vassallaggio, hanno fatto male i loro conti. Questo ingresso nel conflitto si è infatti trasformato in una campagna contro un sistema — quello iraniano — particolarmente disperso, territoriale, logistico e profondamente radicato nella sicurezza interna della Repubblica islamica.

La dottrina militare iraniana è concepita proprio per evitare l’annientamento strategico: non punta a una vittoria convenzionale rapida, ma a negare al nemico un trionfo decisivo a costi accettabili. Lo fa attraverso strutture sotterranee, un comando decentrato affidato ai comandanti locali e l’uso di droni e missili. Tutto ciò contribuisce a trasformare la superiorità tecnologica avversaria in una guerra lunga, costosa e destabilizzante a livello regionale. È la logica della guerra di logoramento adottata dall’Iran per cercare di avere la meglio su Stati Uniti e Israele”.

Le richieste avanzate dall’Iran – dalla chiusura delle basi USA al controllo dello Stretto di Hormuz – sono davvero negoziabili o sono posizioni massimaliste utili a rafforzare la propria leva negoziale?

“Certamente esiste una narrativa propagandistica che è parte integrante dei negoziati in corso. Da un lato, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump cerca di uscire da questo vicolo cieco attraverso negoziati “a mano armata”, sostenendo che il regime di Teheran sia stato completamente distrutto, in quanto sarebbero stati decapitati i vertici militari, scientifici e politici della Repubblica islamica.

In realtà, il regime è ancora pienamente funzionante, perché saldamente nelle mani dei Pasdaran, il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica. Dall’altra parte, l’Iran afferma pubblicamente di non portare avanti trattative, ma in realtà dei negoziati informali esistono. Teheran chiede però di non trattare con Steve Witkoff e Jared Kushner, considerati troppo vicini a Israele, bensì di interloquire con il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, che si è più volte schierato contro la guerra con l’Iran sin dal 2024.

In questo contesto, l’Iran avanza richieste molto ambiziose – talvolta esagerate – ma coerenti con il proprio obiettivo strategico sin dalla rivoluzione del 1979: sconfiggere Israele ed espellere gli Stati Uniti dal Medio Oriente, per evitare ingerenze occidentali e poter proiettare la propria influenza nel mondo musulmano, garantendo così la sopravvivenza e l’espansione della propria sfera di potere”.

Come si concilia l’invio di truppe americane con i tentativi diplomatici di cessate il fuoco: è una strategia di pressione negoziale o il segnale di una possibile escalation militare?

“Gli Stati Uniti stanno effettivamente negoziando “a mano armata”. Stanno valutando anche opzioni militari, tra cui un’operazione terrestre limitata. Una delle ipotesi prevede il dispiegamento di truppe nei porti iraniani o in alcune piccole isole del Golfo Persico con l’obiettivo di controllare i traffici nello Stretto di Hormuz e puntare poi all’isola di Kharg, snodo cruciale da cui transita gran parte dell’export petrolifero iraniano.

Esistono però anche opzioni molto più rischiose, se non proibitive: ad esempio un’incursione delle forze speciali per sequestrare circa 450 kg di uranio arricchito al 60%, custodito nei sotterranei della centrale nucleare di Isfahan, oppure attacchi agli impianti petroliferi per colpire le entrate finanziarie del regime e costringerlo a concessioni.

Negli ultimi tempi, gli Stati Uniti hanno aumentato la pressione militare, mobilitando navi anfibie dall’Indo-Pacifico verso il Medio Oriente con l’obiettivo di esercitare una maggiore influenza sulla Repubblica islamica e mantenere credibile l’ipotesi di un’incursione terrestre. Tuttavia, un’operazione di questo tipo sarebbe estremamente rischiosa e richiederebbe il sostegno di Israele e, probabilmente, anche di alcune minoranze interne all’Iran. Ventilare un’incursione terrestre è dunque anche uno strumento di pressione negoziale. Ma significherebbe comunque entrare in un cul-de-sac: si tratterebbe di un’operazione limitata, non di un’invasione su larga scala come in Iraq o Afghanistan. Resta però il fatto che, una volta imboccato il piano inclinato della guerra, l’escalation può diventare difficilmente controllabile”.

I segnali positivi dei mercati finanziari – come il rialzo di Wall Street e il calo del petrolio – riflettono un reale ottimismo o una sottovalutazione del rischio geopolitico?

“I segnali provenienti dai mercati finanziari e dal petrolio sono molto fluttuanti e seguono spesso le dichiarazioni dei leader, che in un contesto di guerra e negoziati cambiano rapidamente. Per questo non rappresentano un termometro affidabile per comprendere ciò che sta realmente accadendo.

Da un lato si alternano fasi di ottimismo e pessimismo; dall’altro si osserva anche una  sottovalutazione del rischio geopolitico. Tuttavia, questi indicatori restano inadeguati a leggere la realtà del campo di battaglia.

Un dato più significativo riguarda invece il consenso interno negli Stati Uniti: il sostegno a Trump sarebbe sceso al 36%, il livello più basso dal suo ritorno alla Casa Bianca. Pesano l’aumento dei prezzi della benzina, la volatilità dei mercati e soprattutto la diffusa disapprovazione per la guerra contro l’Iran.

Trump si era presentato come il leader capace di risolvere i conflitti in tempi rapidi, puntando anche a un riconoscimento internazionale come il Nobel per la pace, e promettendo di evitare guerre costose e strategicamente inutili per concentrare le risorse sulla competizione con la Cina. Oggi, però, appare fare l’opposto, e questo viene punito da una parte del suo elettorato, ancora segnato dalle esperienze in Iraq e Afghanistan”.

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