Trump e lo stop alla guerra in Iran, parla il Generale Chiapperini: “Tra propaganda e realtà militare, ecco la verità sulle mosse Usa”
Mentre le dichiarazioni di Donald Trump aprono alla possibilità di una fine anticipata del conflitto anche senza la piena riapertura dello Stretto di Hormuz, lo scenario sul campo racconta una realtà ben più complessa. Tra segnali di distensione e rafforzamento della presenza militare americana nell’area, il confronto con Teheran rimane sospeso tra obiettivi strategici ancora incompiuti e il rischio concreto di un allargamento della crisi.
Sul tavolo restano nodi cruciali: dalla vulnerabilità delle infrastrutture energetiche iraniane, come l’isola di Kharg, fino alla sicurezza delle rotte commerciali globali, con possibili ripercussioni devastanti sull’economia mondiale. In questo quadro, le domande si moltiplicano: siamo davvero di fronte a una de-escalation o piuttosto a una fase intermedia di un conflitto destinato a prolungarsi? E ancora: cosa accadrebbe se lo Stretto di Hormuz rimanesse bloccato?
A fare chiarezza è Luigi Chiapperini — Generale di Corpo d’Armata dei Lagunari in quiescenza e analista militare, già comandante di contingenti multinazionali in Kosovo, Libano e Afghanistan — che ad Affaritaliani dichiara: “Le affermazioni del tycoon vanno prese con le molle. La realtà dei fatti è che gli Stati Uniti continuano a far affluire assetti militari anche terrestri nell’area mediorientale. Pertanto ritengo che la guerra continuerà fino a quando Trump potrà dire di aver raggiunto uno o più obiettivi di quelli enunciati a inizio conflitto”.
Trump ha aperto alla possibilità di fermare il conflitto anche senza riaprire completamente lo Stretto di Hormuz: è uno scenario realistico? Siamo davvero a un passo dalla fine della guerra?
“Un effetto quella dichiarazione lo ha avuto, cioè un rimbalzo positivo delle borse mondiali. Ma le affermazioni del Presidente Trump vanno prese con le molle. La realtà dei fatti è che gli Stati Uniti continuano a far affluire assetti militari anche terrestri nell’area mediorientale. Pertanto ritengo che la guerra continuerà fino a quando Trump potrà dire di aver raggiunto uno o più obiettivi di quelli enunciati a inizio conflitto. Pur in presenza di un forte indebolimento militare dell’Iran, le cose potrebbero invece peggiorare con il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, l’estensione del conflitto in Libano e la possibile chiusura anche del Mar Rosso da parte degli Houthi. Speriamo di no”.
Colpire infrastrutture strategiche come l’isola di Kharg Island potrebbe davvero indebolire in modo decisivo Teheran, oppure rischierebbe di innescare un’escalation incontrollabile anche a livello globale?
“Distruggere gli impianti iraniani dell’Isola di Kharg potrebbe indebolire il regime di Teheran ma provocherebbe altresì un deficit della disponibilità di energia a livello globale. Ecco perché sinora gli Stati uniti si sono astenuti dal farlo. La combinazione della distruzione degli impianti dell’isola e la chiusura dello Stretto di Hormuz imporrebbe la necessità di attivare vie alternative per la commercializzazione dei prodotti petroliferi del Golfo che coprono circa il 20% del totale mondiale.
Ciò però richiederebbe troppo tempo e gli effetti negativi già evidenti sull’economia globale sarebbero ancora più disastrosi. L’alternativa potrebbe essere impadronirsi di Kharg con una azione di terra ma l’azione non sarebbe scevra di altissimi rischi. Il mio parere è che gli Usa possano eventualmente condurre azioni anfibie su altre isole del Golfo”.
Nel caso in cui Washington demandasse agli alleati europei e del Golfo la riapertura dello Stretto di Hormuz, quali sarebbero le principali difficoltà operative e i rischi di un coinvolgimento diretto di questi Paesi nel conflitto?
“Avviare un’operazione militare per riaprire lo Stretto di Hormuz presupporrebbe l’impiego di un gran numero di unità navali, assetti aerei e laddove necessario anche unità terrestri, con i rischi che sono sotto gli occhi di tutti. Gli iraniani secondo il Pentagono sono già stati sconfitti ma al di là delle parole i decisori statunitensi sanno bene che la minaccia c’è ancora ed è costituita da missili, droni aerei e navali, mine, barchini armati e razzi”.
Generale, il ministro Crosetto ha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella: è un segnale politico forte verso Donald Trump? E quali conseguenze può avere, sul piano militare e nelle relazioni tra Italia e Stati Uniti?
“L’Italia ha agito sulla base dei trattati bilaterali in vigore dal 1954. Semplicemente non c’è stato il tempo materiale per poter valutare la richiesta degli Stati Uniti che è stata inoltrata tardivamente, quando cioè i loro aerei erano già sulla rotta per le basi. Di questo se ne sono resi conto anche a Washington dove sanno benissimo come funzionano detti accordi che, a parte i momenti molto critici della crisi di Sigonella del 1985, sono da più di 70 anni alla base di rapporti bilaterali sempre leali e sinceri, sicuramente da parte nostra”.

