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Guerra, parla l’analista: “Tregua in Iran? Non c’è la volontà di fermare davvero il conflitto. E il piano di Pechino? Punta alla stabilità per interesse economico”

Lorenzo Noto (Limes) analizza per Affaritaliani le mosse di Pechino tra necessità energetiche e calcoli strategici

Guerra, parla l’analista: “Tregua in Iran? Non c’è la volontà di fermare davvero il conflitto. E il piano di Pechino? Punta alla stabilità per interesse economico”
Trump

“Questa è una guerra che conviene a chi non può permettersi la pace”, l’esperto del Limes sulla sfida tra Cina, Usa e Israele

Mentre la diplomazia cinese tesse una tela sempre più fitta tra Abu Dhabi e Teheran e il Medio Oriente resta sospeso nel paradosso di una tregua costantemente violata, l’attivismo di Pechino solleva interrogativi profondi sulla tenuta degli equilibri globali. In un quadrante dove le rotte energetiche e i dossier nucleari si intrecciano alle ambizioni delle potenze regionali, la proposta in quattro punti di Xi Jinping si inserisce come un elemento di rottura nelle dinamiche tradizionali a guida statunitense.

I nodi restano scoperti: la reale volontà dei contendenti di fermare il conflitto, la fragilità del fronte libanese e la capacità della Cina di passare dal ruolo di mediatore normativo a quello di garante della sicurezza. Siamo di fronte a una nuova architettura di stabilità possibile o a una narrazione strategica utile solo a distrarre Washington dal fronte indo-pacifico? E quali margini di manovra restano agli attori regionali, tra le incognite dell’amministrazione Trump e l’intransigenza di Tel Aviv?

A fare chiarezza è Lorenzo Noto, consigliere redazionale di Limes e studioso di geopolitica del Mediterraneo, che ad Affaritaliani analizza la profondità delle mosse cinesi e le fragili condizioni per un processo di pace: “La proposta di Xi Jinping si colloca in una zona grigia tra diplomazia normativa, necessità economica e pragmatismo strategico. È l’ultimo tassello visibile di un’architettura che Pechino costruisce con metodo e pazienza”.

La proposta in quattro punti di Xi Jinping ha basi concrete o è solo mossa simbolica per rafforzare l’influenza cinese nella regione?

“La proposta di Xi Jinping, incentrata su coesistenza, sovranità e diritto internazionale, si colloca in una zona grigia tra necessità economica e pragmatismo strategico. È l’ultimo tassello di un’architettura diplomatica costruita con metodo. Le ragioni strutturali sono chiare: la Cina acquista dai mercati internazionali il 70% del suo petrolio e il 40% del gas; l’Iran è il suo quinto fornitore. Pechino ha quindi un interesse diretto alla stabilità. Va però detto che la Cina ha costruito una rete di protezione: riserve strategiche, diversificazione e un piano 2026-2030 per ridurre la dipendenza dall’estero tramite le rinnovabili.

Sul piano strategico, il conflitto distrae Washington dall’Indo-Pacifico: un’opportunità che Pechino gestisce con cautela. La vaghezza della proposta, priva di dettagli tecnici su disarmo o garanzie, dimostra che la Cina non ha fretta. Ogni offerta di pace rafforza l’immagine di potenza responsabile rispetto a un’America sempre disposta a combattere. Tuttavia, Pechino non si è mai mostrata pronta a fare da garante militare: questa indisponibilità a pagare i costi della sicurezza rischia di declassare la proposta a mera cornice diplomatica”.

Quali potrebbero essere le reazioni di Washington, di Israele e degli attori regionali del Golfo a questa iniziativa cinese?

“L’amministrazione Trump non ha interesse ad aumentare il prestigio cinese, ma il paradosso è che Trump ha già chiesto a Xi di contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz, riconoscendo che senza Pechino certi obiettivi sono fuori portata. La critica USA è che la Cina voglia i frutti della stabilità senza pagarne i costi militari. Israele è la variabile più imprevedibile. Netanyahu ha rifiutato il cessate il fuoco Usa-Iran nella misura in cui includeva il Libano, continuando i raid su Beirut.

Le proposte cinesi confliggono con l’obiettivo israeliano: il disarmo totale di Hezbollah. Il terreno più fertile sono i paesi del Golfo, provati dalle rappresaglie iraniane. Gli Emirati hanno tutto l’interesse a mantenere canali aperti con la Cina per ridurre la dipendenza dagli umori di Washington, consapevoli però che Pechino non può ancora sostituire gli USA come garante della difesa contro minacce dirette”.

Alla luce del fallimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, esistono ancora condizioni realistiche per un processo di pace nella regione, oppure il rischio è quello di una escalation militare sempre più ampia?

“La situazione è critica e occorre chiedersi se tutti gli attori vogliano davvero fermare la guerra. Finché resta sotto la soglia nucleare, l’Iran è per Israele il nemico perfetto per compattare una società divisa. Eppure, l’eliminazione sistematica della leadership iraniana rischia di produrre un gruppo dirigente ancora più radicale, accelerando la corsa all’atomica. Parallelamente, Hezbollah usa la risposta militare come strategia di sopravvivenza politica: in un contesto pacificato il gruppo rischierebbe l’irrilevanza.

È una guerra che conviene a chi non può permettersi la pace. Il rischio reale è un’escalation per accumulo caotico di provocazioni: raid israeliani, risposte di Hezbollah, minacce nel Mar Rosso. Una soluzione realistica richiederebbe un grande accordo regionale che includa garanzie per l’Iran in cambio del ridimensionamento delle sue milizie, coinvolgendo anche la Turchia. Serve un progetto di pace da costruire giorno per giorno, non da firmare e archiviare. Al momento, però, mancano sia la fiducia reciproca che la volontà politica di fare concessioni così radicali”.

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