Guerra USA-Iran: “Non basteranno quattro settimane. Da Dubai a Cipro, ecco come il conflitto sta ridisegnando la regione”
Mentre il Medio Oriente è già travolto dalle fiamme di uno scontro diretto tra Stati Uniti e Iran, il mondo osserva con apprensione l’allargamento del fronte verso le monarchie del Golfo e il Mediterraneo. Non siamo più davanti a semplici minacce, ma a una realtà di raid che colpiscono centri nevralgici come Dubai e Doha, minacciando persino i confini dell’Europa a Cipro. In questo scenario di guerra aperta, quanto è realistico il piano di Donald Trump per un’operazione risolutiva in sole quattro settimane? Il coinvolgimento degli attori del Golfo segna la fine definitiva di ogni mediazione diplomatica?
A fare chiarezza è Valeria Talbot, Senior Research Fellow e responsabile del Centro Medio Oriente e Nord Africa dell’ISPI, che ad Affaritaliani analizza questa fase di violentissima ridefinizione degli equilibri regionali: “Si è scoperchiato un vaso di Pandora i cui effetti si vedranno per molto tempo. Quella dell’Iran è una strategia del ‘tutto per tutto’, un tentativo di fare pressione sugli Stati Uniti coinvolgendo i partner regionali, ma il rischio è quello di un calcolo errato che sta portando la regione verso una trasformazione profonda e imprevedibile”.
Dubai e Doha sono state colpite dai raid iraniani nonostante la loro complessa posizione diplomatica. Questo segna la fine del tentativo di mediazione delle monarchie del Golfo? Come cambia il loro calcolo strategico ora che il conflitto ha violato i loro confini?
“Gli attacchi dell’Iran nelle monarchie del Golfo sono stati mirati agli obiettivi militari statunitensi. Com’è noto, nella regione è dislocata la Quinta Flotta e vi sono diverse basi USA: in Qatar, Kuwait, Emirati e Bahrain. Si tratta di una strategia del “tutto per tutto”: messa sotto attacco da Stati Uniti e Israele, Teheran ha risposto colpendo non solo Israele ma anche le monarchie del Golfo. Il tentativo è fare pressione su questi attori affinché intervengano sugli Stati Uniti per limitare il conflitto.
Tuttavia, il rischio è che si tratti di un calcolo errato: le monarchie del Golfo hanno condannato duramente gli attacchi e, in una riunione del Consiglio di Cooperazione del Golfo di questa mattina, si sono riservate il diritto di risposta. È presto per dire se e come avverrà, ma i tentativi di mediazione — portati avanti in primis dall’Oman — non solo non hanno avuto effetto, ma difficilmente potranno essere ripresi. Questi attacchi cambiano profondamente gli equilibri regionali, inserendosi in una ridefinizione in atto già dal 7 ottobre”.
Cipro è un avamposto dell’Unione Europea. L’attacco alla base britannica indica che l’Europa ha perso ogni capacità di proiezione e sicurezza? Quali sono i rischi concreti di escalation nel Mediterraneo?
“Dobbiamo considerare che il conflitto nel Mediterraneo orientale è già realtà, se guardiamo al fronte di Israele e del Libano. L’attacco con drone contro la base britannica rientra nella strategia iraniana di colpire i siti che il Regno Unito ha concesso agli Stati Uniti per le operazioni. Per quanto riguarda l’Europa, le reazioni sono state diverse: alcuni Paesi sono stati informati preventivamente, altri lo hanno saputo ad operazioni già avviate. Al momento è difficile prevedere se l’Iran si spingerà ancora più in là, ma una parte importante del Mediterraneo è ormai pienamente coinvolta nel conflitto”.
Trump parla di un’operazione risolutiva in quattro settimane. Geopoliticamente parlando, è possibile che la situazione rientri in tempi così brevi?
“Considerata la complessità del contesto e dell’attacco, è verosimile che il conflitto possa durare molto più a lungo. Se per “risolvere” intendiamo portare stabilità, è difficile pensare a una stabilizzazione in sole quattro settimane dopo quello che sta succedendo. Si è scoperchiato un vaso di Pandora i cui effetti si vedranno sulla regione per molto tempo. Quale sarà l’ordine che emergerà è ancora difficile da dire, proprio perché gli equilibri mediorientali sono in una fase di profondissima ridefinizione”.
Mentre gli Stati Uniti guidano l’offensiva, che ruolo giocano Mosca e Pechino?
“Mosca e Pechino hanno espresso condanna per gli attacchi all’Iran, ma difficilmente interverranno a suo sostegno militare: non lo hanno fatto nella “guerra dei 12 giorni” e non lo hanno fatto finora. Mosca è assorbita dalla guerra in Ucraina, che drena attenzioni e risorse. Pechino è un attore economico che difficilmente si esporrebbe sul piano militare.
È chiaro, però, che la chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta un problema enorme: da lì passa il 20% dei flussi mondiali di petrolio e gas, la maggior parte dei quali diretti proprio in Cina. La preoccupazione di Pechino è forte perché viene colpita direttamente nei propri interessi economici ed energetici”.

