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Esteri

Di Arturo Varvelli e Stefano M. Torelli per l'Ispi

Negli ultimi mesi il fronte del jihad è sembrato ridefinirsi attraverso nuove direttrici: dall’Iraq alla Siria e da qui verso l’Egitto e la Libia, attraversando il deserto dell’Algeria e del Mali sino alla parte settentrionale della Nigeria. Al-Qaeda ha subito rilevanti mutamenti nel corso della sua storia e oggi, certamente, non sembra esistere come unica organizzazione centralizzata, ma si contraddistingue per la capacità di ideare progetti indipendenti, accettare alleanze tattiche e convergenze con gruppi politici, soprattutto salafiti, che hanno obiettivi comuni, e principalmente sembrano sfruttare l’instabilità dell’area nord africana, un’intera regione alle prese con una complessa transizione. Al-Qaeda non appare più come l’organizzazione monopolista del terrorismo islamico-radicale e comprenderne i suoi confini risulta sempre più nebuloso. Diversi analisti – alla continua ricerca di etichette concettuali – l’hanno definita al-Qaeda 3.0 . Dopo la prima versione creata da bin Laden per la guerra dell’Afghanistan e la seconda “lanciata” con l’attentato dell’11 settembre 2001, e ancora molto focalizzata regionalmente (Afghanistan-Pakistan e poi Iraq), la terza versione sarebbe descritta come un’Idra con più teste e con un corpo comune costituito da informazioni, finanziamenti, combattenti, supporto logistico, basi comuni di addestramento e safe-heaven.

Gli ultimi anni hanno segnato un irradiamento delle formazioni radicali islamiche in Africa. La fascia sahelo-sudanese immediatamente a sud del Sahara è sempre stata una regione d’instabilità e insicurezza. Questo soprattutto per due motivazioni: da una parte, i processi di desertificazione e la difficile conciliabilità fra le esigenze degli stati costituiti e gli usi dei nomadi che non tollerano le frontiere; dall’altra, la difficile convivenza fra popolazioni musulmane e arabizzanti al nord e popolazioni nere e in parte cristianizzate al sud. A questa ragione storica d’insicurezza deve essere sommata l’accresciuta presenza di gruppi jihadisti. Il Sahara ha acquisito una nuova centralità geopolitica: l’attenzione si è polarizzata in particolare sul Mali e sull’intervento internazionale contro le formazioni radicali islamiche e secessioniste che ne hanno occupato il nord e che hanno proclamato lo stato dell’Azawad. Questa parte di Africa appare sempre più connessa al mondo arabo-islamico con i suoi problemi insoluti. Proprio la difficile transizione democratica in Nord Africa ha aperto ai gruppi jihadisti nuove possibilità e campi d’azione, oltre che nuove connessioni, principalmente tramite la Libia e il Mali, tra la regione mediorientale e quella africana.

Dunque, la zona del Sahel e del Nord Africa si è contraddistinta negli ultimi anni per una rapida proliferazione di sigle jihadiste. Non necessariamente questi gruppi auspicano un’adesione al network di al-Qaeda, tuttavia ne condividono in buona parte ambizioni e obiettivi, primo fra tutti la creazione di un vero e proprio stato islamico, sottoposto all’applicazione della shari‘a. Se, quindi, le finalità dei vari gruppi appaiono simili e si alimentano di un’ideologia comune, tattiche, mezzi e circostanze possono essere alquanto diversi.

Sul piano dell’azione di al-Qaeda si può constatare una rinnovata vivacità della base culturale e sociale sulla quale il network fa presa. L’instabilità dell’area, la fragilità di molti paesi nordafricani e saheliani, la debolezza della presenza statuale in molte aree, oltre naturalmente alla caduta o indebolimento di regimi politicamente repressivi nei confronti dell’Islam più radicale, ha permesso ai jihadisti di avere un nuovo e più ampio teatro operativo. Da questo punto di vista, a causa delle Primavere arabe, ma anche degli interventi occidentali in Libia e Mali, i confini operativi di al-Qaeda appaiono certamente più estesi rispetto al recente passato. Parallelamente a questa estensione vi è però una più profonda e sostanziale  rasformazione dell’ortodossia jihadista, che AQIM, per esempio, sembra rappresentare perfettamente. Il riposizionamento di AQIM nella fascia del Sahel dal 2008 a oggi è stato permesso grazie al rapporto privilegiato e di mutuo interesse con le società locali e le reti della criminalità organizzata. Sia nel caso del traffico di droga, armi ed esseri umani, sia in quello dei sequestri di persona si realizza infatti una collaborazione tra gruppi criminali locali e AQIM, mirato a trarre un beneficio comune dalle azioni illecite. Questa collaborazione dimostra una maggiore flessibilità tattica del terrorismo qaedista rispetto al passato.

Nella stessa maniera operano i gruppi radicali che da essa, o vicino a essa, si sono formati. Il processo di “franchising” tipico dell’organizzazione si sta probabilmente trasformando in una sorta di parcellizzazione o frammentazione delle forze jihadiste che si adattano ai contesti locali, ma che inevitabilmente stemperano la pulsione al jihad globale. Proprio in quest’ottica la permeabilità delle società locali all’ideologia islamica radicale diverrà sempre più importante nel prospettare il successo di al-Qaeda e delle altre organizzazioni terroristiche. Lo scontro tra formazioni jihadiste/qaediste con formazioni locali come quelle dei tuareg in Mali dimostrano in realtà come questa penetrazione non sia affatto scontata. Anche in Libia le comunità locali, in buona parte clanico-tribali, si sono dimostrate certamente conservatrici, ma piuttosto refrattarie a un’ideologia violenta.

Altro elemento evidente in tutta l’area qui trattata è l’emergere del salafismo sotto le più diverse forme. Quelle violente appaiono talvolta contigue ad al-Qaeda e difficilmente distinguibili da essa facendo supporre che le nuove sigle siano  solamente una copertura. Quelle non violente, che si esprimono sul piano politico all’interno dei nuovi stati in transizione verso forme democratiche, sembrano comunque tenere posizioni molto ambigue verso le organizzazioni terroristiche e appaiono speranzose di avvantaggiarsi proprio sul piano politico degli attacchi da queste condotti. Alcune di queste formazioni sembrano convergere verso tipologie di organizzazioni politiche dedite anche all’assistenzialismo come è già avvenuto, per esempio, nel caso di Hamas e Hezbollah.

Da ciò si desume che la risposta occidentale debba essere essenzialmente politica e intesa a colmare i vuoti di potere e di controllo territoriale dei nuovi stati, specialmente in Libia. Inoltre sarebbe utile un’azione politica tesa a recuperare le comunità locali che si sono sentite in pericolo e hanno stabilito convergenze tattiche con il jihadismo, in particolare con i tuareg, una popolazione che potrebbe essere “naturalmente” propensa a funzioni di “polizia del deserto”. Ancora, il rafforzamento di quello che è definito islam “moderato” e che identifichiamo con le forze vicine alla Fratellanza musulmana potrebbe fungere da baluardo contro forme più radicali, dando ugualmente espressione ai sentimenti identitari di queste società. D’altro canto, vi è da sottolineare come un’efficace risposta al jihadismo debba passare attraverso il coinvolgimento e l’impegno diretto dei governi locali. Se, come accaduto nel caso dell’Algeria, si sono registrate – e si registrano tuttora – azioni politiche e di sicurezza sicuramente valide e sintomo di uno stato forte, ciò che ancora manca è una concreta risposta comune e frutto di sforzi di cooperazione tra i vari stati coinvolti. È emblematica, in tal senso, la mancanza di dialogo tra due paesi confinanti ed entrambi testimoni di azioni jihadiste al loro interno: l’Algeria e il Marocco. In questo caso, il contenzioso esistente tra i due paesi sulla questione dei Sahrawi rende inefficace qualsiasi tentativo di politica congiunta, anche nell’ambito della sicurezza. In tale contesto, creare i presupposti affinché tutti gli attori statali dell’area dell’Africa del Nord e del Sahel possano costituire un fronte comune contro la minaccia jihadista dovrebbe essere una delle priorità della comunità internazionale e dei governi occidentali.

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