Dalla strategia militare iraniana al ruolo della Turchia, dallo stretto di Hormuz agli effetti economici globali: facciamo il punto sulla situazione mediorientale
“Al momento è stato citato ma subito smentito: non ci sono i presupposti per applicare l’articolo 5 della Nato. Anche la Turchia ha preferito, per il momento, evitare un ampliamento del fronte. Tuttavia è evidente che ogni giorno si fa un passo in più verso un possibile coinvolgimento diretto dell’Alleanza”. Così Matteo Giusti, analista geopolitico, commenta ad Affaritaliani l’ultimo sviluppo della crisi mediorientale, dopo l’intercettazione dell’ennesimo missile nei pressi del territorio turco. Un episodio che riporta Ankara al centro dello scacchiere globale e riapre diversi interrogativi: dalla strategia iraniana al ruolo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, fino alle conseguenze economiche legate alla crisi energetica e alla stabilità del regime di Teheran.
Guerra in Iran e gli attacchi (continui) contro la Turchia
Secondo Giusti, il comportamento dell’Iran è sempre più ambiguo. “Teheran ha dichiarato più volte che i missili caduti in territori come Cipro, Azerbaigian o Turchia sarebbero stati errori. Ma quando questi episodi si ripetono diventa difficile credere che si tratti solo di sbagli”. La situazione, spiega l’analista, è resa ancora più caotica dalla crisi interna alla catena di comando iraniana. “In queste settimane molti generali sono stati eliminati e sostituiti. Questo rende complicato avere una linea strategica chiara e coerente”. Più che puntare direttamente contro la Turchia, però, l’Iran sembra voler allargare il più possibile il teatro del conflitto. “Missili sono caduti in Giordania, in Iraq, in Israele e in tutti i Paesi del Golfo. Paradossalmente, in questa fase gli Emirati Arabi Uniti sono stati colpiti più volte di Israele. Questo fa capire che per Teheran i Paesi arabi sunniti del Golfo rappresentano un obiettivo primario”. Ankara, almeno per ora, non sembra essere un bersaglio diretto. “Storicamente Iran e Turchia non hanno mai avuto un rapporto particolarmente stretto. Gli azzeri iraniani guardano da sempre con un certo interesse sia la Turchia che l’Azerbaijan e l’Iran invece ha sempre appoggiato l’Armenia per questioni caucasiche. Quindi al momento è possibile escludere che Teheran abbia interesse a coinvolgere direttamente la Turchia o la Nato nel conflitto”.
Guerra in Iran e il possibile ruolo di Erdogan per arginare la crisi
Un altro interrogativo riguarda il possibile ruolo diplomatico di Ankara. Negli ultimi anni Erdogan ha spesso cercato di proporsi come mediatore nei grandi conflitti internazionali, come per la guerra tra Russia e Ucraina. “Erdogan ambirebbe moltissimo a essere il mediatore di questa crisi”, spiega Giusti. “Il suo sogno è essere riconosciuto come uno dei grandi leader globali capaci di facilitare i negoziati. Ma in questo caso è molto difficile”. Il problema principale riguarda la mancanza di fiducia da parte degli attori coinvolti. “Israele non accetterebbe mai la Turchia come mediatore, soprattutto dopo le posizioni molto dure prese da Ankara a favore della Palestina. Erdogan ha paragonato Israele a Hitler e questo rende impossibile qualsiasi ruolo di neutralità”. Anche Washington e Teheran guardano ad Ankara con una certa diffidenza. “Gli Stati Uniti non si fidano completamente di Erdogan e l’Iran non ha mai considerato la Turchia un partner davvero affidabile. Se si dovesse parlare di mediazione, Teheran guarderebbe piuttosto alla Cina o alla Russia, e forse potrebbe accettare anche l’India”.
Guerra in Iran e i nodi economici legati allo stretto di Hormuz
Sul piano economico, uno dei nodi centrali resta lo Stretto di Hormuz, punto strategico per il traffico energetico mondiale. Tuttavia, secondo Giusti, la Turchia sarebbe meno esposta di altri Paesi a un’eventuale chiusura prolungata dello stretto. “La Turchia ha una posizione energetica relativamente diversificata. Gran parte del gas arriva dall’Azerbaigian tramite gasdotti diretti, mentre altre forniture arrivano dall’Iraq, Siria e Medio Oriente. Questo non significa che Ankara resterebbe completamente indenne dalle conseguenze della crisi. “Il problema sarebbe soprattutto indiretto. Se lo Stretto di Hormuz restasse chiuso a lungo, tutte le altre fonti energetiche diventerebbero molto più richieste e la Turchia potrebbe perdere parte del vantaggio che oggi ha nei contratti e nei prezzi”. Le conseguenze più pesanti riguarderebbero soprattutto altre economie. “Europa e India sarebbero probabilmente le più colpite. L’India, in particolare, è un gigante energivoro e dipende in larga parte dal petrolio proveniente dal Golfo”.
Il ruolo della Russia e il cambio di regime in Iran
La crisi potrebbe avere effetti anche sugli equilibri geopolitici globali. Alcuni osservatori sostengono che la Russia possa trarre vantaggio dalla situazione, ma Giusti invita a distinguere tra piano economico e piano politico. “A livello economico la Russia potrebbe effettivamente guadagnare qualcosa. Gli Stati Uniti stanno già valutando un alleggerimento delle sanzioni per permettere al petrolio russo di essere venduto soprattutto a Cina e India”. Sul piano geopolitico, però, la situazione sarebbe molto diversa. “Gli alleati della Russia in Medio Oriente, come il regime siriano di Assad e gli Ayatollah in Iran, stanno subendo colpi duri senza ricevere un vero sostegno da Mosca”.
Infine, resta aperta la questione della stabilità del regime iraniano. Donald Trump ha più volte evocato la possibilità di un cambio di regime, ma secondo Giusti si tratta di uno scenario tutt’altro che semplice. “Gli Stati Uniti non vogliono intervenire direttamente sul terreno e questo cambia completamente il quadro”, spiega l’analista. “L’Iran ha circa 90 milioni di abitanti e il sistema di potere ha ancora basi sociali molto solide”. A sostenerlo c’è soprattutto l’apparato militare e paramilitare del regime. “I Pasdaran sono circa 200mila, mentre i Basij, ovvero le milizie paramilitari, contano circa due milioni di membri. In media una famiglia iraniana ha sei figli, questo significa che dozzine di milioni di persone dipendono direttamente dal sistema del regime”, sottolinea Giusti. Le proteste popolari, da sole, difficilmente potrebbero rovesciare il potere, e anche l’arruolamento dei curdi: sono troppo pochi e non così potenti. “Negli ultimi anni ci sono stati movimenti molto forti nelle piazze, ma sono stati repressi con estrema durezza. Senza un intervento militare diretto è difficile immaginare un crollo rapido. L’Iran non è il Venezuela e non esiste una figura pronta a sostituire l’attuale leadership. Il regime ha ancora diverse cartucce da sparare”, conclude l’analista.

