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Iran, l’Ispi: “Prezzi del gas alle stelle: Italia tra le più esposte. E Putin festeggia. Ma il conflitto non può durare a lungo. Ecco perché”

Matteo Villa, senior analyst dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, fa il punto per Affaritaliani sull’attuale situazione di conflitto in Medioriente.

Iran, l’Ispi: “Prezzi del gas alle stelle: Italia tra le più esposte. E Putin festeggia. Ma il conflitto non può durare a lungo. Ecco perché”

Guerra in Iran, l’esperto Matteo Villa: “Più questa crisi dura, più la Russia rischia di uscirne vincitrice. L’Italia paga il prezzo più alto, ma Trump non può reggere un conflitto a lungo”

Il confronto tra Stati Uniti e Iran non è solo una questione militare o geopolitica. Dietro le tensioni nella regione del Golfo si muove infatti una partita molto più ampia, quella dell’energia e degli equilibri economici globali. Petrolio, gas e rotte marittime sono i veri nervi scoperti di una crisi che rischia di avere effetti ben oltre il Medio Oriente. E proprio sul terreno economico il margine di manovra appare molto più ristretto rispetto a quello politico. Ad evidenziarlo è Matteo Villa, senior analyst dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. “Dal punto di vista economico questo scenario lascia davvero poche opzioni, mentre dal punto di vista politico ce ne sono molte di più. I mercati energetici globali possono assorbire shock temporanei, ma non crisi prolungate. E se l’instabilità dovesse trascinarsi troppo a lungo, il rischio sarebbe quello di un’escalation economica globale”, spiega ad Affaritaliani.

Per capire il momento attuale bisogna partire da un errore di valutazione iniziale. “Gli Stati Uniti sono entrati nello scenario attuale sostenendo che sarebbe durato al massimo cinque giorni”, osserva Villa. “Poi si è iniziato a parlare di un orizzonte temporale più ampio, che dovrebbe durare almeno fino a settembre, e in questi giorni stiamo assistendo a grandi correzioni nelle dichiarazioni. Nel frattempo, però, la situazione sul terreno è diventata più complessa. Gli Stati Uniti non hanno raggiunto nessuno degli obiettivi che si erano prefissati”, continua l’analista. “Quello che hanno fatto è creare un grande caos regionale, e l’Iran sta dimostrando di poter fare molte più cose di quanto si pensasse”. La reazione di Teheran, in sostanza, è stata diversa dalle aspettative: “C’è stata una forza di risposta che non era stata prevista, e questo ha aumentato l’incertezza rendendo lo scenario molto più complicato”.

Il fattore tempo

Dal punto di vista economico, però, il tempo è una variabile decisiva. “In questo momento siamo in una sorta di limbo, ma più questa situazione va avanti, più le cose si complicano. Gli effetti economici potrebbero anche restare limitati nel tempo, ma soltanto a determinate condizioni. Una crisi di questo tipo non può andare avanti per più di un mese: superato quel limite, entriamo in un precipizio”, spiega l’analista. Non tutti i Paesi, però, affrontano la crisi con lo stesso livello di vulnerabilità. “Gli Stati Uniti non sono tra quelli più esposti dal punto di vista energetico. Negli ultimi anni Washington è diventata uno dei principali produttori di petrolio e gas al mondo, e questo garantisce una certa capacità di resistenza rispetto ad altri Paesi”.

Più che economico, per gli Usa il problema è politico: “Donald Trump è arrivato al potere dicendo che l’inflazione era troppo alta. Non può ritrovarsi con la benzina alla pompa che sfiora i quattro dollari al gallone”. Un livello che ricorda quello registrato durante la presidenza di Joe Biden, quando i prezzi dei carburanti erano diventati uno dei principali temi del dibattito politico interno. Se si guarda al panorama globale, però, le economie più esposte non sono quelle occidentali ma molte realtà asiatiche, che facevano più affidamento sulle forniture energetiche della regione. Tra questi ci sono economie avanzate come Giappone e Corea del Sud, ma anche giganti emergenti e Paesi densamente popolati come Cina, India, Pakistan e Bangladesh. “Alcuni di questi Paesi sono ricchi e quindi, quando si trovano in difficoltà, possono comunque comprare carichi di petrolio e gas sul mercato internazionale: petroliere, cargo, metaniere. Viceversa, Paesi come il Bangladesh non hanno la stessa capacità finanziaria”, spiega Villa. Anche l’Europa deve fare i conti con alcune vulnerabilità specifiche sul fronte energetico, in particolare per quanto riguarda le forniture di gas naturale liquefatto provenienti dal Qatar, diventato uno dei partner chiave dopo la riduzione delle importazioni dalla Russia.

In questo quadro, spiega Matteo Villa, l’Italia è tra i Paesi più esposti, anche se esiste un’eccezione in Europa. “L’unico Paese che dipende dal Qatar più dell’Italia è la Polonia, ma con una differenza importante: la Polonia utilizza complessivamente molto meno gas nel proprio sistema energetico, perché fa ancora grande affidamento sul carbone. L’Italia invece usa molto gas, quindi è più sensibile alle oscillazioni dei prezzi”. Secondo l’analista, con il passare delle settimane il problema tende a cambiare natura. “All’inizio si guarda a chi dipende di più o di meno da una determinata fonte di approvvigionamento. Ma se la crisi energetica si prolunga, non è più una questione di riserve o di dipendenza: diventa una questione di prezzo, cioè una gara tra chi ha abbastanza risorse per comprare energia a quei prezzi e chi invece non può permetterselo”. In altre parole, nel medio periodo il vero spartiacque non sarà tanto l’accesso all’energia quanto la capacità economica di sostenerne i costi.

Il ruolo della Russia

In questo scenario di tensione energetica globale c’è un attore che osserva la crisi da una posizione molto diversa: la Russia. Mentre molte economie occidentali registrano forti turbolenze sui mercati finanziari, Mosca sembra attraversare la tempesta con una relativa tranquillità. “La Russia è uno dei pochissimi Paesi al mondo dove le borse sono salite: mentre in Italia si sono visti cali anche intorno al 15%, in Russia gli indici sono cresciuti di circa il 4%. Questo perché erano i ‘pacemaker’ del sistema energetico europeo e globale. È inevitabile che guardino alla situazione con un certo distacco: quando gli altri stanno male, loro hanno margini per guadagnarci”, spiega l’esperto ISPI.

Non è un caso che proprio in queste settimane il presidente Vladimir Putin abbia rilanciato l’idea di un possibile ritorno della Russia come grande fornitore energetico per l’Europa, proponendo nuovi contratti a lungo termine sul gas in cambio dell’allentamento delle sanzioni occidentali. Una proposta che, secondo Villa, ha una forte dimensione geopolitica. “È chiaramente una forma di pressione. Per anni la Russia ha utilizzato il gas come leva nei confronti dell’Europa e allo stesso tempo ha guadagnato enormi quantità di denaro proprio grazie a quella dipendenza. Più questa crisi dura, più la Russia rischia di uscirne vincitrice”.

L’aumento dei prezzi

Sul piano dei mercati energetici, intanto, si sta manifestando un’altra dinamica preoccupante: l’aumento dei prezzi del gas a una velocità maggiore rispetto a quelli del petrolio. Un fenomeno che lo stesso Vladimir Putin ha recentemente sottolineato. Secondo Villa, la spiegazione sta nella struttura stessa dei mercati energetici globali: “Il gas, a differenza del petrolio, si basa molto di più su sistemi regionali e meno su un mercato completamente globale. Dopo la crisi legata alla guerra in Ucraina abbiamo già ridotto molto quello che compravamo dai russi e abbiamo cercato alternative soprattutto nel gas naturale liquefatto. Questa, però, è di fatto la seconda grande crisi del gas che affrontiamo e le alternative che avevamo trovato stanno entrando nuovamente sotto pressione”.

“Se guardiamo ai grandi produttori di gas naturale liquefatto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti insieme rappresentano circa il 20% dell’offerta globale. Se una parte di queste forniture viene meno o viene dirottata verso altri mercati, l’effetto sui prezzi è immediato”, spiega l’analista. Il risultato è già visibile nei numeri. “Il costo del gas è già raddoppiato e potrebbe addirittura triplicare. Il petrolio invece, per ora, è un po’ meno che raddoppiato. La differenza è che il mercato del petrolio è molto più flessibile, mentre quello del gas è molto più rigido: dipende da infrastrutture specifiche, dai gasdotti ai terminali di liquefazione, dalle metaniere ai rigassificatori. Quando si crea una crisi in un sistema così rigido, i prezzi tendono a salire molto più velocemente”, prosegue Villa.

Lo stretto di Hormuz

Il nodo centrale della crisi resta però lo Stretto di Hormuz, la rotta attraverso cui transita una parte enorme del petrolio e del gas mondiale. In queste ore le dichiarazioni politiche si moltiplicano: da un lato il presidente russo Vladimir Putin parla di una possibile “chiusura effettiva” dello stretto, dall’altro Donald Trump minaccia addirittura di prenderne il controllo per garantire la sicurezza delle rotte energetiche. Ma sul terreno, spiega Villa, la realtà è molto diversa.

“In questo momento, ad avere il controllo effettivo della situazione è l’Iran, ed è una situazione piuttosto imbarazzante anche per gli Stati Uniti. L’Iran non può chiudere lo stretto facendo affidamento sulla propria Marina, perché è stata sostanzialmente annientata. Ma non ha nemmeno bisogno di farlo: basta minacciare di colpire le navi che passano. Se minacci di colpirle con droni o missili, strumenti che costano pochissimo, molte navi semplicemente non passano”, commenta l’analista. Gli effetti sono già visibili nei dati sul traffico marittimo. “Prima di questa crisi nello stretto passavano circa cinquanta navi legate all’energia, tra petroliere e metaniere. Oggi ne passa una. Parliamo di un crollo vicino al 90% del traffico”.

Il paradosso, sottolinea Villa, è che mentre gran parte delle compagnie evita la rotta, Teheran continua a esportare il proprio petrolio. “Lo smacco più incredibile è che dall’inizio della crisi l’Iran ha continuato a esportare il suo petrolio proprio attraverso lo stretto di Hormuz senza che gli Stati Uniti riuscissero a impedirlo. Anzi, ne ha esportato perfino più di prima. In pratica l’Iran scoraggia il passaggio degli altri, ma le sue navi continuano a passare”. Uno squilibrio che rappresenta un problema strategico per Washington: “È un imbarazzo evidente per gli Stati Uniti, che non riescono a ridurre la capacità di minaccia iraniana. Le navi militari americane tendono a restare più lontane dallo stretto: questo rende ancora più complicato controllare la situazione”.

Scenari futuri

Ipotizzando un proseguimento del conflitto, le conseguenze per l’economia globale rischiano comunque di essere enormi. “Il danno potenziale è grandissimo, e lo stiamo già vedendo. E anche se questa crisi dovesse finire, non tutto tornerebbe automaticamente come prima. L’Iran ha dimostrato di poter bloccare il traffico nello stretto e potrebbe farlo di nuovo in futuro”, sottolinea l’analista. Inoltre, se il passaggio energetico nello stretto dovesse essere compromesso per un periodo più lungo, le alternative globali sarebbero molto limitate. “Una parte delle esportazioni del Golfo può essere deviata attraverso passaggi alternativi”, spiega l’analista. “L’Arabia Saudita ha oleodotti che permettono di far uscire una quota di petrolio verso altri porti, e anche gli Emirati Arabi Uniti hanno un piccolo terminale fuori dallo stretto. Ma parliamo solo di una frazione dei volumi totali”.

Per l’Europa e per l’Italia il problema sarebbe soprattutto il gas. “Sul petrolio esiste ancora un po’ di capacità produttiva inutilizzata, soprattutto nei Paesi del Golfo. Sul gas invece no: quello che oggi arriva sul mercato è praticamente il massimo che si può produrre. Molto gas arriverà in futuro dagli Stati Uniti, ma non domani. Purtroppo, nel breve periodo non esistono alternative vere”. Per questo, come evidenzia Villa, la crisi dello stretto di Hormuz è potenzialmente più grave di altre tensioni recenti nelle rotte marittime, come la crisi del Mar Rosso o con i problemi nel Canale di Suez. “In quel caso le navi potevano aggirare l’Africa e i costi aumentavano, ma il commercio continuava. Hormuz è diverso: il mondo semplicemente non ha vere alternative a quel passaggio”.

La variabile decisiva potrebbe restare la politica interna americana. “Non penso che questa situazione possa andare avanti all’infinito, Trump guarda soprattutto al prezzo del petrolio. Se continua a salire, sarà lui stesso a spingere per un cessate il fuoco”, conclude.

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