Iran, l’analista Giuliano Noci: “Il vero obiettivo di Trump è colpire la Cina sul fronte energetico. Lo Stretto di Hormuz è la madre di tutte i problemi”
Dietro le mosse di Donald Trump nello scacchiere internazionale potrebbe esserci un obiettivo strategico preciso: colpire indirettamente la Cina attraverso i suoi principali canali di approvvigionamento energetico. È questa la chiave di lettura proposta da Giuliano Noci, professore di strategia e marketing alla School of Management del Politecnico di Milano e prorettore delegato del polo territoriale cinese dell’ateneo. Parlando ad Affaritaliani Noci ricostruisce la sequenza di tensioni geopolitiche degli ultimi mesi: “La Cina è il vero oggetto delle attenzioni di Trump. Se guardiamo a ciò che è successo da Natale in avanti, vediamo una serie di mosse che sembrano andare tutte nella stessa direzione: Trump ha attaccato la Nigeria, che rappresenta un importante avamposto africano per l’approvvigionamento energetico della Cina; poi il Venezuela, che è un altro snodo fondamentale in Sud America per le forniture energetiche verso Pechino; e infine l’Iran, che è uno dei principali fornitori di petrolio della Cina ed è anche parte dei BRICS Plus e della Shanghai Cooperation Organization. Questo è il punto di partenza per comprendere la situazione in atto”.
La risposta di Pechino
Se Washington alza i toni, Pechino – che intanto ha chiuso i rubinetti al Golfo e congelato i prestiti – sceglie invece una strategia opposta. “È evidente che la Cina, che è l’obiettivo implicito di questa azione strategica da parte di Trump, non reagisce secondo i canoni trumpiani: non alza la voce, non entra in una logica di escalation retorica”, spiega Noci. Un’ apparente prudenza dietro la quale potrebbe esserci una trattativa diplomatica più ampia. “È prevista una visita di Trump a fine marzo e verosimilmente questi dossier verranno messi insieme ad altri che fanno da tempo parte del dialogo strategico tra i due Paesi, come la questione dei semiconduttori, Taiwan e altri temi sensibili”. In questo quadro si inserirebbe anche il ruolo crescente della Cina in Medio Oriente. “Pechino ha nominato un inviato speciale per la regione e credo che, con il suo consueto stile poco rumoroso, stia cercando di favorire una soluzione sulla questione iraniana”.
Il nodo iraniano
Uno dei punti più delicati riguarda la successione alla guida politica e religiosa dell’Iran. Secondo l’analisi di Noci, la Cina potrebbe cercare di facilitare una transizione che renda possibile una riapertura dei negoziati con Washington. “Potrebbe cercare di accompagnare un processo che porti alla nomina di una nuova guida suprema che sia, se non gradita, quantomeno accettabile anche per Trump. La Cina ha tutto l’interesse di evitare un’escalation, e non avrebbe alcun guadagno da una destabilizzazione dell’Iran, né dal punto di vista energetico, né da quello geopolitico, né commerciale. Una crisi prolungata la metterebbe piuttosto in difficoltà”.
La vera posta in gioco è però energetica. E passa da uno dei punti più sensibili del pianeta: lo Stretto di Hormuz, “la madre di tutte le problematiche per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico della Cina, di tutta l’Asia e non solo”. “Da Hormuz transita circa il 30% del petrolio e il 20% del gas mondiale”, osserva Noci. Pertanto, un eventuale blocco o rallentamento dei flussi avrebbe conseguenze immediate sui mercati globali. “Questo significa che, se venissero a mancare anche solo una parte di quei flussi, si perderebbero molti barili sul mercato globale. Se questa situazione dovesse prolungarsi sarebbe inevitabile un forte aumento dei prezzi dell’energia“. Proprio l’Italia potrebbe essere tra i paesi più esposti: “Nel nostro mix energetico il gas pesa circa per il 40% e il suo prezzo è già raddoppiato, mentre il petrolio è cresciuto di circa il 15%”.
Gli scenari possibili
Uno scenario di de-escalation passerebbe proprio dall’Iran. “Un’ipotesi è che si possa arrivare alla nomina di una figura ‘potabile’ per Trump alla guida del Paese. In questo modo Trump potrebbe sostenere di aver eliminato Khamenei e, con una nuova guida suprema più disponibile al dialogo, tentare una riapertura dei negoziati con l’Iran. Questa sarebbe di gran lunga la soluzione preferibile”. In caso contrario, il quadro resterebbe estremamente incerto: “Se questo non si verificasse, il quadro resterebbe completamente aperto e gli scenari diventerebbero difficilmente definibili. È possibile che si arrivi a un allargamento del conflitto. In ogni caso Trump si è assunto un rischio molto grande”, conclude Noci.

