L’asse Trump-Curdi infiamma l’Iran: pioggia di bombe dal regime. Chi sono i miliziani e qual è il loro piano
Il conflitto iraniano si infiamma: Donald Trump apre ai leader curdi, mentre circolano voci su un piano della Cia per armare le milizie al confine iracheno e destabilizzare il regime. Nonostante la smentita del capo del Pentagono, Pete Hegseth, la reazione di Teheran è stata immediata: pioggia di raid nel Kurdistan per stroncare sul nascere ogni tentativo di insurrezione.
Ma chi sono i curdi? Una coalizione senza precedenti
I curdi — il 10% della popolazione iraniana — mettono in campo la loro storica esperienza militare e un territorio impervio per sfidare Teheran. Grazie alle montagne aspre e alle rotte del contrabbando, ideali per infiltrazioni e missioni clandestine, la resistenza gode di una retrovia sicura nel Kurdistan iracheno.
Il 25 febbraio è nata un’alleanza strategica tra le principali sigle indipendentiste (Pak, Pdki, Pjak), a cui si è unito anche il partito Komala. Il leader Abdullah Mohatadi ha salutato l’unione come un passo decisivo verso la democrazia in Iran.
Il nuovo schieramento conta migliaia di miliziani già protagonisti di imboscate contro le forze governative. Oltre alla forza d’urto, pesano i legami storici con l’intelligence occidentale e le presunte connessioni con le operazioni ombra del Mossad, che trasformano questa regione nel cuore pulsante della guerra sotterranea contro il regime.
Anche il partito Komala è entrato ufficialmente nell’alleanza. Il suo leader, Abdullah Mohatadi, ha accolto con entusiasmo la notizia, definendola un traguardo fondamentale per l’unità del popolo curdo e per la lotta verso la democrazia in Iran.
La forza del gruppo poggia su radicate collaborazioni con l’intelligence occidentale e sul probabile coinvolgimento di alcuni reparti nelle operazioni segrete condotte dal Mossad. Inoltre, questi combattenti sanno sfruttare abilmente i canali del contrabbando tra le montagne più impervie. Si tratta di sentieri nascosti, utilizzati per trasportare ogni tipo di merce, che si rivelano lo strumento ideale per coprire infiltrazioni e missioni clandestine.
I timori
I curdi vedono nella crisi di Teheran un’opportunità da cogliere. C’è un presidente imprevedibile che ha fatto la prima mossa, ma la storia di questo popolo suggerisce cautela: il rischio è di essere usati e poi abbandonati, come accadde in Iraq con le ritorsioni di Saddam o in Siria con i tagli di Damasco. Il regime non ha mai concesso tregua.
Subito dopo la nascita della Repubblica Islamica, i mullah hanno soffocato ogni rivolta. Khomeini, nonostante le promesse di autonomia, dichiarò loro guerra arrivando a dire che uccidere un curdo non fosse peccato. Negli anni le uccisioni sono avvenute in patria e all’estero, come i delitti dei leader del Pdki a Vienna nel 1989 e a Berlino nel 1992, rimasti quasi impuniti per l’esitazione degli europei. Più recentemente, nel 2018 e nel 2022, i pasdaran hanno colpito i vertici curdi con missili e droni, esattamente come sta accadendo in queste ore.

