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Esteri

In Libia si intensifica l'offensiva del Governo di accordo nazionale di Tripoli contro le forze del maresciallo della Cirenaica, Khalifa Haftar. Conquistata la base di Al Watiya, l'aviazione del premier Fayez al-Sarraj si è concentrata nelle ultime ore sulla città di Tarhuna, 80 chilometri a sud-est della capitale, ritenuta nevralgica per l'uomo forte di Bengasi.

    Dall'alba i jet libici, sostenuti dai turchi, hanno fatto piovere decine di missili contro le postazioni dei miliziani che puntavano a conquistare Tripoli. Solo oggi, secondo il comando dell'operazione Vulcano di Rabbia, sono stati distrutti quattro sistemi antiaerei russi Pantsir-S1. Un duro colpo non solo per l'uomo forte della Cirenaica ma anche per i suoi due principali sponsor: Emirati e Russia.

    Il portavoce dell'autoproclamato Esercito nazionale libico, Ahmed al Mismari, ha annunciato una "ritirata di 2-3 chilometri da tutte le linee del fronte a Tripoli per consentire agli abitanti della capitale di muoversi liberamente per le cerimonie della fine del Ramadan".

    I media pro-governo di Tripoli parlano invece di uno sfaldamento delle milizie, divise tra quelle della Cirenaica e quella di Qani che a Tarhuna combatteva al fianco di Haftar e pare si stia distaccando.

    Sul fronte politico, Ankara pregusta la vittoria finale. "Il nostro intervento in Libia ha permesso un significativo rovesciamento degli equilibri del conflitto a favore di Fayez al Serraj", ha dichiarato il ministro della Difesa, Hulusi Akar. Da Tripoli, invece, il ministro dell'Interno, Fathi Bashaga, indica gli Emirati come "causa principale della crisi".

"Non ci sarebbe stata alcuna crisi in Libia se gli Emirati avessero interrotto le loro interferenze dannose nei nostri affari interni, il loro sostegno ai golpisti e il loro rifornimento di armi", ha twittato Bashaga in risposta a un tweet del ministro degli Esteri emiratino, Anwar Gargash, che invece accusava le fazioni in lotta in Libia di mirare solo a "vittorie sul piano tattico" e rinnovava l'invito a un cessate il fuoco per una soluzione politica.

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